Rivelazione di Gesù Cristo, al quale Dio la consegnò per mostrare ai suoi servi le cose che dovranno accadere tra breve. Ed egli la manifestò, inviandola per mezzo del suo angelo al suo servo Giovanni, il quale attesta la parola di Dio e la testimonianza di Gesù Cristo, riferendo ciò che ha visto. (Apocalisse 1:1-2)

 2026/08/31


263. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: «Io sono il pane della vita»

Nel capitolo 5 del Vangelo di Giovanni, Gesù dice: «Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi accogliete; se un altro venisse nel proprio nome, lo accogliereste. E come potete credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene dall'unico Dio?» (Gv 5,43-44). Queste parole di Gesù sono rivolte proprio a noi credenti di oggi. Che cos’è dunque quella «gloria che viene dall’unico Dio» che noi credenti siamo esortati a cercare in Gesù? Gesù, fino ad arrivare al capitolo 6 del Vangelo di Giovanni, trascorse circa un anno con i discepoli, formandoli (cfr. Gv 2,13; 6,4). Nel capitolo 6 i discepoli vivono l’esperienza più importante relativa al sacerdozio della Nuova Alleanza. Anche a noi credenti, che abbiamo esaminato insieme i capitoli da 1 a 5, viene chiesto di comprendere ciò che essi hanno vissuto. Ci sono tre punti chiave. 

Il primo punto è la parola di Gesù: «Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo» (Gv 6,27). A testimoniare queste parole di Gesù – «su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo» – è stato Giovanni Battista (cfr. 1,32-34). Ciò significa che lo Spirito Santo è disceso su Gesù, che è al tempo stesso Dio e uomo, e costituisce una testimonianza della Pentecoste. Pertanto, la «gloria che viene dall’unico Dio», che qui ci viene esortato a cercare come credenti, consiste nel vivere la quotidianità in collaborazione con lo Spirito Santo, proprio come ha fatto Gesù. 

Il secondo punto è la testimonianza di Gesù: «Perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell'ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno» (Gv 6,38-40). Qui si parla dell’opera del Santissimo Sacramento che salva sia i vivi che i morti. La «gloria che viene dall’unico Dio», che qui ci viene esortato a ricercare come credenti, consiste nel ricevere il Santissimo Sacramento affinché esso possa operare. 

Il terzo punto è la testimonianza di Gesù, che disse: «Io sono il pane della vita» (Gv 6,48) e e testimoniò: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita» (6,53). Il fatto che l’evangelista Giovanni abbia aggiunto la nota: «Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafàrnao» (6,59), serviva a chiarire che Gesù aveva pronunciato pubblicamente queste parole nella sinagoga. La «gloria che viene dall’unico Dio» che qui ci viene esortato a ricercare come credenti, consiste nel proclamare pubblicamente, anche noi credenti durante la messa, che il Santissimo Sacramento è Gesù Cristo proprio, seguendo l’esempio di Gesù che dichiarò pubblicamente nella sinagoga che il pane e il vino erano la propria carne e il proprio sangue. Questo ci viene indicato nel Vangelo in tre modi. 

Il primo è quando, dopo che molti dei discepoli che ascoltavano le parole di Gesù se ne erano andati, Gesù chiese ai dodici discepoli rimasti: «Volete andarvene anche voi?» (Gv 6,67). Simone Pietro rispose così: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (6,68-69). Queste parole, che Gesù non aveva insegnato, uscirono dalla bocca di Pietro perché egli agiva in collaborazione con lo Spirito Santo. Simone Pietro rispose per opera dello Spirito Santo. 

Il secondo caso si trova sempre nel Vangelo di Giovanni, quando Gesù, guidando Marta, le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?» (Gv 11,25-26). Marta rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo» (11,27). Marta rispose per mezzo di Gesù.

 Il terzo episodio si trova nel Vangelo secondo Matteo, quando Gesù chiese ai suoi discepoli: «Ma voi, chi dite che io sia?» (Mt 16,15). Simone Pietro rispose: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (16,16). Gesù disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli» (16,17). Simone Pietro rispose per volontà del Padre. 

In questi tre dialoghi sono coinvolti rispettivamente il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Ciò che qui merita attenzione è che la risposta di Marta, guidata da Gesù, e quella di Simone Pietro, rivelata dal Padre, sono identiche. Non si tratta di una coincidenza, ma corrisponde esattamente a quanto disse Gesù: «Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10,30). Pertanto noi credenti dobbiamo dichiarare pubblicamente, con le parole: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» e «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» dobbiamo dichiarare pubblicamente che il Santissimo Sacramento è Gesù Cristo. Tuttavia, ciò non è ancora diventato realtà. Ho la sensazione che Gesù stia dicendo alla nostra Chiesa: «Io ho schiacciato la testa del serpente. Voi dovete rigenerare il calcagno ferito, poiché è quello che io ho lavato». 

Maria K. M.

È stato pubblicato un nuovo articolo sul blog Il Vento di Patmos. Si tratta della traduzione di un articolo che ho inviato e che è stato pubblicato sulla rivista online giapponese Catholic Ai.



 2026/08/24


262. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: la via all'albero della vita

Gesù, essendo Dio, sapeva che le persone di quel tempo non avrebbero creduto nemmeno vedendo le sue opere. Questo perché vivevano nel mondo dei libri profetici e dei Salmi, piuttosto che seguire Mosè. Per questo Gesù disse: «Vi è già chi vi accusa: Mosè, nel quale riponete la vostra speranza» (Gv 5,45).
 
Tra i comandamenti dati da Dio a Mosè vi sono quelli relativi a come un re debba essere scelto nel caso in cui il popolo ne richiedesse uno, e a come debba comportarsi colui che, essendo stato scelto dal popolo, diventa re. In particolare, il comandamento «Non dovrà avere un gran numero di mogli, perché il suo cuore non si smarrisca; non abbia grande quantità di argento e di oro» (Dt 17,17) era molto severo per i re di allora. E così, nei Salmi nel loro insieme è intessuto il rimpianto dei re che, avendo disobbedito a tali comandamenti, non furono capaci di guidare il popolo verso Dio. Gli inni di lode e di ringraziamento offerti a Dio sulla base di quel lamento, risuonano come grida di supplica, proprio per il loro sapore unico, sono ancora oggi molti coloro che si identificano con quella voce e ne rimangono affascinati. Il popolo dell’Antico Testamento interpretava la Legge di Mosè e i libri profetici, intonando i Salmi, all’interno di una finzione in cui un re di quel tipo sarebbe sorto nuovamente per salvare il popolo. 

Inoltre, le espressioni dei Salmi che uscivano dalle labbra dei re i quali avevano preso molte mogli, lasciandosi sviare il proprio cuore, e avevano accumulato per sé stessi grandi quantità di argento e oro invitavano il popolo, che non era riuscito a instaurare un rapporto padre-figlio con Dio, a gustare l’esperienza del giorno delle nozze. Col tempo, tra il popolo si diffuse l’abitudine di paragonare il rapporto tra Dio e il popolo a quello tra lo sposo (marito) e la sposa (moglie). Attratti da tali inclinazioni e assaporandole all’interno di quella finzione, l’uomo cade nell’illusione che quella sensazione sia qualcosa di altamente spirituale. Così, quando senza rendersene conto matura, nel rapporto con Dio un particolare senso di parità, i desideri propri dell’uomo, creato con l'immagine e somiglianza di Dio, si trasformano in desideri di livello superiore. Si tratta di bisogni quali il bisogno di appartenenza, il bisogno di riconoscimento e il bisogno di autorealizzazione, che talvolta si manifestano come desiderio di dominare e controllare il prossimo. Da ciò nascono conflitti incessanti. Non è un caso che, dopo il digiuno di quaranta giorni che Gesù osservò prima di iniziare la sua vita pubblica, Gesù sia stato tentato dal diavolo, il quale cercò di sedurlo citando i Salmi. Questo perché nei Salmi esiste anche una tale tendenza. Gesù, invece, rispose attingendo al libro di Mosè, il Deuteronomio (cfr. Mt 4,1-11). 

Gesù è venuto nel mondo, facendosi uomo, portando con sé, dal Padre, il sacerdozio della Nuova Alleanza, per perdonare i peccati e portare a compimento la Legge. All’inizio della sua vita pubblica, dopo aver letto il libro di Isaia che gli era stato consegnato nella sinagoga, si rivelò chiaramente dicendo: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4,21). E dopo la risurrezione, apparve ai discepoli in cammino verso Emmaus, «cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (24,27). In questo modo, Gesù utilizzò l’Antico Testamento «per rendere testimonianza di sé stesso», al fine di rivelare e portare a compimento il piano di Dio che si era sviluppato nel corso della lunga storia. Per questo Gesù disse: «Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna: sono proprio esse che danno testimonianza di me. Ma voi non volete venire a me per avere vita» (Gv 5,39-40). Gesù sta dicendo che, poiché egli è venuto, non c’è più bisogno di cercarlo nell’Antico Testamento. 

Gesù disse: «Voi avete inviato dei messaggeri a Giovanni ed egli ha dato testimonianza alla verità» (Gv 5,33). Con queste parole, ricordò loro che Giovanni Battista, nato in una famiglia di sacerdoti legittimi e che parlava come profeta, era per loro come una lampada che ardeva e risplendeva, e che essi si rallegravano della sua luce. Giovanni il Battista testimoniò che Gesù era l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo, che lo Spirito Santo era disceso su di lui e che era colui che battezzava con lo Spirito Santo, nonché il Figlio di Dio (cfr. 1,29-34). Egli rese testimonianza alla verità. Gesù proseguì dicendo: «Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni» (5,36). La «testimonianza superiore a quella di Giovanni» era la testimonianza sulla vita che va oltre la verità, la testimonianza della vita che conduce al Padre, quando Gesù disse: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (14,6). 

Le parole di Gesù sono la via che conduce all’«albero della vita», che Dio aveva chiuso nella Genesi. Attraverso la verità che è in esse contenuta, esse mettono l’uomo in comunione con l` «alito di vita» (Gn 2,7) che Dio gli aveva infuso in lui, lo risvegliano alla vita di Dio e lo rendono capace di vivere davanti a Dio. Esse fanno così rianimare la sfera dello spirito dell’uomo. Tutto ciò costituisce il mistero del Regno di Dio (il Regno dei Cieli) relativo alla vita eterna, che non si può comprendere se non si esamina il Nuovo Testamento. Pertanto, le parole della Genesi, secondo cui «Scacciò l'uomo e pose a oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada guizzante, per custodire la via all'albero della vita» (Gn 3,24), trovano la loro realizzazione nella struttura del Nuovo Testamento. Anche oggi i quattro Vangeli, che custodiscono la parola di Gesù, che è la «via all'albero della vita», possono essere paragonati ai cherubini (cfr. Ap 4,6-8). Inoltre, gli insegnamenti contenuti negli Atti degli Apostoli e nelle varie epistole sono la «fiamma della spada guizzante». Infine, l’opera dei Salmi, che riempiva e affascinava la memoria del popolo dell’Antico Testamento, è stata sostituita dall’Apocalisse. 

L’Apocalisse descrive come i vari libri del Nuovo Testamento siano collegati tra loro e svolgano una funzione unica, facendo penetrare nell’inconscio dei credenti – che ogni giorno li leggono e li ascoltano – quelle verità che la coscienza umana non è in grado di cogliere, trasformandole in conoscenza tacita e preparandoli a collaborare con lo Spirito Santo. Tutti i nuovi metodi di formazione introdotti dal Nuovo Testamento sono stati preparati da Gesù a costo della propria vita per i credenti e per lo Spirito Santo, inviato nel suo nome. Purtroppo noi credenti non sappiamo ancora sfruttare appieno questo tesoro. Anzi, continuiamo a cercare l’immagine di Gesù nell’Antico Testamento, che testimonia di Lui, e riponiamo piena fiducia nei Salmi. Pertanto, le seguenti parole che Gesù rivolse ai Giudei sono rivolte anche a noi, che non ci sforziamo di ottimizzare la nostra memoria per la nuova formazione del Nuovo Testamento. 

«Io non ricevo gloria dagli uomini. Ma vi conosco: non avete in voi l'amore di Dio. Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi accogliete; se un altro venisse nel proprio nome, lo accogliereste» (Gv 5,41-43). 

Maria K. M.


 2026/08/17


261. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: «Da me, io non posso fare nulla»

«Da me, io non posso fare nulla. Giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato» (Gv 5,30). Qui è presente una immagine dell’Eucaristia. Nel capitolo 6, in cui Gesù afferma: «Io sono il pane della vita» (6,35), Egli non solo riprende il tema esaminato la volta scorsa, ma aggiunge anche: «Perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato» (6,38). Ha quindi portato avanti il discorso, passando dal «cerco la volontà» al «fare la volontà». E ha chiarito: «E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell'ultimo giorno» (6,39). 

Queste parole si ricollegano a quelle di Giovanni 18: «Perché si compisse la parola che egli aveva detto: "Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato"» (Gv 18,9). In quel momento e in quella circostanza, Gesù non doveva perdere neppure uno degli apostoli. Infatti, mediante l’istituzione dell’Eucaristia e le parole con cui comandò di continuarne la celebrazione, Gesù conferì loro il sacerdozio della Nuova Alleanza e affidò loro la regalità. Essi avrebbero così collaborato con lo Spirito Santo, continuando a rendere presente nel mondo l’Eucaristia, che raccoglie e prolunga l’opera di Gesù; avrebbero inoltre pasciuto, curato e servito la Chiesa, che genera sacerdoti (cfr. 21,15-19). In questo modo, essi si pongono al servizio dei viventi. L’Eucaristia salva tutte le anime, sia dei vivi che dei morti. Questo perché, dall’Eucaristia sgorga la forza di Gesù che, unita alla forza con cui il Padre attira a sé, attira a sé tutti gli uomini dalla croce. 

In questo modo, le parole del capitolo 6 «Non ho perduto nessuno» si collegano alla scena del capitolo 18 e richiamano in modo particolare l’immagine dei morti. Ancora oggi, si ritiene che le persone morte nell’ignoranza e in attesa nell’Oltretomba siano di gran lunga più numerose di quelle invitate sulla via della salvezza mentre erano in vita. Tra loro vi sono anche coloro che sono morti senza accettare la morte. Le anime di queste persone, che vagano come spiriti maligni, cercano quindi la morte e tentano di possedere i vivi. Desiderano rivivere la morte insieme a loro per essere salvate. Tuttavia, chi è posseduto da uno spirito maligno soffre a causa dei conflitti straordinari che si verificano in lui. Questo perché anche in quella persona esiste una dimensione spirituale in cui Dio ha soffiato l’«alito di vita». 

Per salvare le persone da tale sofferenza, Gesù ha conferito ai suoi discepoli il potere di scacciare gli spiriti maligni. E Gesù stesso, che era sia Dio che uomo, in questa vita si limitò a scacciare gli spiriti maligni, senza salvarli. In questo modo ha dimostrato che ciò è impossibile per l’uomo. Gesù è morto come uomo ed è risorto, testimoniandoci la vita eterna. Ma non solo. In questo modo ha operato una seconda incarnazione, quella dell’Eucaristia, e aveva deciso di attirare a sé e salvare anche gli spiriti di coloro che erano diventati demoni. Il luogo in cui ciò avverrà è l’Armageddon descritto nell’Apocalisse (cfr. Ap 16,12-16; 20,7-10). Gesù stava per attuare il piano perfetto di Dio, secondo il quale, senza perdere nemmeno uno di coloro che il Padre gli aveva dato, li avrebbe risuscitati nel giorno del giudizio. 

Per questo disse a coloro che erano in vita: «Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno» (Gv 6,40). Il Padre desidera che le persone viventi, mentre sono ancora in vita, accolgano Gesù, credano nel suo nome e prendano coscienza di aver ricevuto la vita eterna. Il Cristo eucaristico si dona a noi perché la riceviamo e possiamo sperimentare concretamente il desiderio del Padre. È proprio questa esperienza che, dopo la conclusione della celebrazione eucaristica con la benedizione e il mandato, esercita su di noi una grande forza di attrazione: anche mentre ci incamminiamo verso la vita quotidiana, essa ci attira nuovamente al luogo della Messa, alla presenza dell’Eucaristia. 

Ci rivolgiamo alla vita quotidiana perché lì lo Spirito Santo ci attende, pronto a collaborare con noi. Collaborando con noi nella vita quotidiana, lo Spirito Santo opera, per così dire, un terzo mistero dell’Incarnazione, e in noi si manifesta l'immagine e somiglianza di Dio. E mentre diffondiamo il Vangelo di Gesù, quando il nostro spirito si separerà dal corpo, Egli sarà con noi e ci eleverà fino al luogo della Messa celeste. Come è scritto negli Atti degli Apostoli: «Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all'improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro» (At 2,1-3), lo Spirito Santo, mandato nel nome di Gesù, dimora su ciascuno di noi credenti. 

Come testimoniato da Gesù, la possibilità di realizzare la volontà del Padre — «io lo risusciterò nell'ultimo giorno» — dipende da quanto siamo consapevoli di essere coloro che, guardando il Figlio, credono e ottengono la vita eterna, e da quanto riusciamo a interiorizzare questa consapevolezza. Per questo motivo il credente è colui che desidera ardentemente ricevere l’Eucaristia per la propria salvezza. Ma noi, come credenti, conosciamo davvero ciò che desideriamo e cerchiamo di esprimerlo sinceramente e di realizzarlo? Gesù sapeva che la gente di quel tempo, pur vedendo le sue opere, non avrebbe creduto. 

Maria K. M.


 2026/08/10


260. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: la morte e gli inferi

Nel capitolo 5 del Vangelo di Giovanni, vieni messo in luce come, nell`intimo di coloro che perseguitavano Gesù e volevano ucciderlo, l’incomprensione riguardo al sabato e l’amarezza di un popolo che non riusciva a chiamare Dio «Padre». Più che i sentimenti nei confronti della Legge di Mosè, ormai ridotta a una mera formalità, la voce che leggeva i Salmi doveva sicuramente sostenere il ricordo nostalgico dell’epoca dei re, di cui si diceva avessero raggiunto il massimo splendore, e il desiderio del popolo di essere un giorno liberato dalla sottomissione a Roma e salvato. È possibile che anche Gesù si fosse riunito con loro nella sinagoga — mentre attendevano con ansia la venuta di un profeta o di un Salvatore che sarebbe diventato un re più grande persino di Davide o Salomone — recitava i Salmi e aprire i libri dei Profeti? Tuttavia, Gesù possedeva con sé un insegnamento e una formazione completamente nuovi , destinati al sacerdozio della Nuova Alleanza. Da lì tutto è stato rinnovato. 

Nel numero precedente abbiamo visto come il sacerdozio della Nuova Alleanza — che Gesù conferì agli Apostoli contestualmente all’istituzione dell’Eucaristia con le parole «Fate questo in memoria di me» — si unisca allo Spirito Santo, inviato nel nome di Gesù, per ricreare durante la Messa la scena della mensa dell’Ultima Cena, alla quale era presente Gesù. Abbiamo quindi anche considerato che la Messa non viene celebrata solo affinché i fedeli possano partecipare a quella mensa, ma viene offerta anche verso le mense di tutto il mondo dove le persone si riuniscono. E abbiamo ritenuto che ciò avvenga affinché noi fedeli, continuando a ricevere il Santissimo Sacramento, diamo continuità all’opera di Gesù, il quale, con la sua morte unica compiuta sulla croce, ha espiato tutti i peccati dell’umanità, è disceso agli inferi e ha salvato le anime di coloro che, per ignoranza, continuano a soffrire anche dopo la morte. Ha quindi citato e confermato il passo della Lettera di Pietro che trasmette questo messaggio. 

Nel Vangelo secondo Matteo si legge che, dopo la morte di Gesù sulla croce, «Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti» (Mt 27,51-53). Nel capitolo 5 del Vangelo di Giovanni, Gesù pronuncia un insegnamento che sembra confermare ciò: «Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi egli vuole» (Gv 5,21). I destinatari di questo insegnamento sono coloro che sono morti e sono stati deposti nella tomba. Ai vivi, infatti, è già rivolto il suo insegnamento. Per questo disse: «In verità, in verità io vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita» (5,24). 

Riguardo a coloro che sono morti e sono stati deposti nella tomba, disse quanto segue: «In verità, in verità io vi dico: viene l'ora - ed è questa - in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l'avranno ascoltata, vivranno. Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso anche al Figlio di avere la vita in se stesso, e gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell'uomo. Non meravigliatevi di questo: viene l'ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e usciranno, quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna» (Gv 5,25-29). Queste parole sono profondamente legate alla «seconda morte» dell’Apocalisse. 

«E vidi un grande trono bianco e Colui che vi sedeva. Scomparvero dalla sua presenza la terra e il cielo senza lasciare traccia di sé. E vidi i morti, grandi e piccoli, in piedi davanti al trono. E i libri furono aperti. Fu aperto anche un altro libro, quello della vita. I morti vennero giudicati secondo le loro opere, in base a ciò che era scritto in quei libri. Il mare restituì i morti che esso custodiva, la Morte e gli inferi resero i morti da loro custoditi e ciascuno venne giudicato secondo le sue opere. Poi la Morte e gli inferi furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la seconda morte, lo stagno di fuoco. E chi non risultò scritto nel libro della vita fu gettato nello stagno di fuoco» (Ap 20,11-15). 

L’Eucaristia unisce noi fedeli, che la riceviamo, al Figlio unigenito di Dio e, attraverso di essa, porta l’unità nella Chiesa. L’Eucaristia è proprio il pane di vita che nutre sia il singolo fedele che la Chiesa. Ma non solo: quando noi fedeli mangiamo l’Eucaristia, Cristo, che in essa è realmente presente, può scendere nuovamente negli inferi e invitare alla salvezza le anime dei defunti che lì attendono in sofferenza. Noi che riceviamo l’Eucaristia possiamo offrire a Cristo l’occasione per farlo. 

Alla fine di questo tema nel Vangelo di Giovanni, capitolo 5, Gesù dice: «Da me, io non posso fare nulla. Giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato» (Gv 5,30). Nella prossima puntata proseguiremo la riflessione partendo da qui, esaminando attentamente ciò che è accaduto nel capitolo 6. Infatti, nelle parole «Da me, io non posso fare nulla» è presente l’immagine del Santissimo Sacramento come Pane di Vita. 

Maria K. M.



 2026/08/03


259. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: verso la tavola di Dio

Gesù durante l’Ultima Cena, conferì agli apostoli, mediante le parole «Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19), il sacerdozio della Nuova Alleanza, istituendolo  contestualmente all’Eucaristia. Inoltre, con le parole: «Io preparo per voi un regno, come il Padre mio l'ha preparato per me, perché mangiate e beviate alla mia mensa nel mio regno. E siederete in trono a giudicare le dodici tribù d'Israele» (22,29-30), Egli affidò il proprio regno agli apostoli. Si tratta della stessa autorità regale di cui l’angelo annunciò alla Madre di Gesù: «Il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine» (1,32-33). Queste parole garantiscono che il sacerdozio della Nuova Alleanza venga tramandato per sempre dagli apostoli a cui è stato affidato.

Lo Spirito Santo aveva bisogno di una conoscenza tacita per orientare, inconsapevolmente, i sensi dei fedeli verso la liturgia eucaristica preparata da Gesù, affinché essi potessero ricevere un simile sacerdozio della Nuova Alleanza. Per questo motivo è stato predisposto l’Apocalisse di Giovanni. Tale formazione è strutturata in modo tale da distinguere radicalmente le «informazioni umane» – che costituiscono il principale ostacolo nell’avvicinarsi alla liturgia eucaristica – attraverso l’inserimento quotidiano in un ciclo che ripete le sette profezie (vedi figura sottostante). Inoltre, le sette beatitudini guidano i fedeli affinché possano porre la liturgia eucaristica al centro della loro vita quotidiana e riconoscere il cammino che conduce ad essa come il concreto «cammino di Gesù». Come annuncia la prima beatitudine (cfr. Ap 1,3), la formazione dell’Apocalisse può diventare una conoscenza implicita che, attraverso stimoli sensoriali, suscita inconsciamente segnali o comandi per spingere all’azione che conduce lungo il «cammino di Gesù». Ciò avviene perché l’Apocalisse allude al contenuto del Nuovo Testamento, profetizza sia il suo compimento come canone sacro, sia il compimento della liturgia eucaristica. 

Il popolo dell’Antica Alleanza aveva ricevuto il sacerdozio, che consisteva nell’offrire ripetutamente sacrifici e intercedeva per il popolo, affinché esso potesse continuare a vivere in comunione con il Dio santo. Tuttavia, il popolo, nutrendo dubbi sull’affidabilità di coloro ai quali era stato affidato il sacerdozio, chiese a Dio un re e ripose tutte le proprie speranze nel re che gli era stato dato. Col tempo, il re e il popolo alzarono la voce per chiedere il Salvatore. I Salmi furono il punto di riferimento che, inconsapevolmente univa in una sola voce quella del re e quella del popolo e permetteva loro di mantenere la comunione con Dio, continuando a riporre la speranza nel futuro Salvatore. Pertanto, non ha alcun senso utilizzare l`Antico Testamento come libro di formazione per i fedeli di oggi, che hanno già ricevuto il sacerdozio della Nuova Alleanza e stanno adoperando per portare a compimento la liturgia eucaristica in vista del Regno di Dio. Sebbene sia necessario far conoscere l’Antico Testamento, quando opportuno, come parte della formazione dei fedeli, non si deve però impartire una formazione tale da imprimere tali contenuti nella memoria dei fedeli, come ammonisce Gesù in Lc 5,36-39. 

Il sacerdozio della Nuova Alleanza, conferito da Gesù agli apostoli contemporaneamente all’istituzione dell’Eucaristia con le parole «Fate questo in memoria di me», in unione con lo Spirito Santo inviato nel nome di Gesù, attualizza la scena dell’Ultima Cena in cui Gesù era presente. Ciò avviene per dare continuità all’opera di Gesù, il quale, dopo aver espiato tutti i peccati dell’umanità con una sola morte, discese negli inferi per salvare le anime di coloro che, a causa del peccato, soffrivano anche dopo la morte (cfr. Mt 27,51-53). La Lettera di Pietro lo trasmette come segue:

 «Perché anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito. E nello spirito andò a portare l'annuncio anche alle anime prigioniere, che un tempo avevano rifiutato di credere, quando Dio, nella sua magnanimità, pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l'arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell'acqua» (1 Pt 3,18-20).

 Ancora oggi sono moltissime le persone che muoiono come coloro che «avevano rifiutato di credere, quando Dio, nella sua magnanimità, pazientava». Come dice Pietro: «per ricondurvi a Dio», anche noi credenti non facciamo certo eccezione. La liturgia eucaristica è, per sua essenza, un atto di riunione attorno alla mensa, come disse Gesù: «perché mangiate e beviate alla mia mensa nel mio regno...». Tuttavia, fino a quando quel giorno non arriverà, noi credenti, pur sedendo alla  del Signore, continuiamo a stare ai piedi della Sua croce, affinché, ricevendo la Santa Comunione, possiamo offrire a Cristo l’occasione di recarsi presso gli spiriti prigioneri per predicare loro il Vangelo. 

La croce di San Damiano, incontrata da San Francesco d’Assisi – di cui abbiamo parlato anche in questo blog – ne è la testimonianza più eloquente. Il motivo che circonda la croce di Gesù, simile a un bordo di pizzo bianco, si interrompe ai piedi di Gesù, suggerendo che la storia continui oltre quel punto. Ciò suggerisce che la liturgia eucaristica non sia dedicata solo alla comunità riunita in chiesa, ma sia offerta verso la mensa attorno alla quale si siedono le persone di tutto il mondo. Tra queste ci saranno sicuramente anche coloro che, a causa della nostra mancanza di zelo nell’annunciare il Vangelo, dovranno attendere anche dopo la morte. Nello sguardo di Gesù, che dalla croce osserva lontano, è racchiusa la seguente parola: 

«Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore» (Gv 10,14-16). 

Maria K. M.


 2026/07/27


258. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: Vangelo di Giovanni, capitolo 5

A partire dal capitolo 5, il Vangelo di Giovanni descrive come Gesù, nato come «l'inimicizia che Dio ha posto», si confronti apertamente con «l'informazione umana» (cfr. Lc 2,34-35). Nel Vangelo di Giovanni, rispetto agli altri Vangeli, il termine «giudei» ricorre con una frequenza schiacciante. Nel profondo amore che l’evangelista Giovanni nutriva nei confronti dei suoi connazionali era probabilmente accompagnato da un forte senso di rammarico nei confronti di coloro che non accettavano Gesù e non volevano nemmeno credere nel suo nome.  Ciò era dovuto al fatto che egli aveva compreso come la corrente sotterranea del sacerdozio della Nuova Alleanza, che attraversa il Vangelo di Giovanni, in cui scorre come una corrente sotterranea il sacerdozio della Nuova Alleanza, portasse a compimento il sacerdozio dell’Antico Testamento, la cui sorgente si trova nel racconto della Genesi, realizzando così il piano di Dio. Fin dall’inizio del capitolo 1, il Vangelo di Giovanni, esprime questo pensiero in una forma che richiama la Genesi (cfr. Gv 1,1-18). 

Nella Genesi, dopo aver scacciato l’uomo dal Giardino dell’Eden e aver chiuso la via che conduce all’albero della vita, Dio lasciò che «l'inimicizia posta da Dio» operasse nel nell’intimo dell’uomo, affinché custodisse la «conoscenza uomana». D’altra parte, Dio scelse persone che erano gradite ai Suoi occhi, affidò loro una missione e le guidò affinché l’uomo mantenesse saldo il legame con Dio. Così, coloro che divennero un unico popolo conservarono il nome di Dio, il sacerdozio e la Legge che erano stati loro dati al tempo di Mosè. Dopo l’epoca di Davide e Salomone, anche attraverso le sofferenze dell’esilio, essi continuarono a custodire tutto ciò fino in fondo. Vi era in loro un sincero e profondo attaccamento al Tempio, come dimostra la costruzione del Secondo Tempio, i cui lavori proseguirono anche dopo la nascita di Gesù. Tuttavia, quando il Figlio, che portava in sé la volontà del Padre, si manifestò sulla terra come Gesù, il loro pensiero non era già più unito a quello di Dio. 

Nel capitolo 5 del Vangelo di Giovanni, all’inizio, è riportato l’episodio in cui Gesù guarì un malato presso la piscina di Betesda in giorno di sabato. A seguito di ciò, «Per questo i Giudei perseguitavano Gesù» (Gv 5,16). Gesù rispose loro: «Il Padre mio agisce anche ora e anch'io agisco» (5,17). Il Vangelo riporta: «Per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo, perché ... chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio» (5,18), indicando che il loro atteggiamento era passato dal «perseguitavano» al «cercavano ancor più di ucciderlo», e sottolineando che il punto di svolta risiedeva proprio nel fatto che «chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio». Qui si nasconde un problema strutturale, come abbiamo verificato più volte in questo blog.  

Questi avvenimenti testimoniano che, per gli ebrei dell’epoca, il fatto che Gesù affermasse che Dio era suo Padre costituì un grande shock. Essi conoscevano bene la storia (cfr. 1 Re 11,1-10) secondo cui, nonostante Dio avesse promesso a Davide riguardo a suo figlio Salomone: «Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio» (2 Sam 7,14), tale promessa non si era realizzata perché Salomone si era allontanato da Dio. Il Vangelo di Giovanni prosegue dicendo: «Gesù riprese a parlare e disse loro» (Gv 5,19) e riporta fino alla fine del capitolo 5 le parole con cui Gesù, in tono deciso, parlò del rapporto tra il Padre e il Figlio. Questo perché essi presentavano un problema così grave che Gesù non poteva fare a meno di testimoniarlo. 

Fin dall’infanzia, i giudei vivevano in un ambiente in cui imparavano a memoria i Salmi, ascoltandoli e assimilavano l’Antico Testamento fino a conoscerlo a memoria. In tale contesto, già a partire dall’epoca di Salomone, era nata e si era sviluppata l’idea di paragonare Dio e Israele allo sposo e alla sposa, al marito e alla moglie. In seguito si consolidò anche la tradizione di interpretare il Cantico dei Cantici come espressione dell’amore tra Dio e Israele. Non sarà stato altro che un espediente a cui quel popolo ricorse, per necessità, non essendo riuscito a instaurare con Dio un rapporto filiale. Tuttavia, applicare all’unione tra Dio e il popolo l’immagine nuziale dello sposo e della sposa, del marito e della moglie, comportava un grande rischio. In essa, infatti, poteva germogliare e celarsi l’idea di essere sullo stesso piano di Dio. Anche all’interno del sistema patriarcale, nel giorno delle nozze la sposa viene celebrata insieme allo sposo e poteva sentirsi in una relazione di parità con lui. Allo stesso modo, l’interpretazione del rapporto con Dio attraverso la metafora del matrimonio tra uomo e donna diventa un motivo che spinge coloro che presiedono il culto, pur adorando Dio, a volgere verso di sé lo sguardo che il popolo dovrebbe rivolgere a Dio (cfr. Mt 23,1-39). In tal modo, essi finivano per cadere nell’illusione di essere pari a Dio. 

In questo modo, si comprende che nei sentimenti degli ebrei descritti nel Vangelo — «perché ... chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio» — era racchiusa una duplice indignazione. Da un lato, l’ira provocata dal trovarsi di fronte alla realtà di non essere riusciti a stabilire un rapporto di padre e figlio con Dio, e di non essere stati riconosciuti come figli di Dio; dall’altro, l’ira di chi si vedeva infrangere il mondo fittizio nel quale si considerava amato da Dio come un suo uguale, alla luce del mistero nuziale, che paragona l’amore di Dio per il suo popolo all’amore dello sposo per la sposa e del marito per la propria moglie. Erano sentimenti così forti da spingerli a voler uccidere Gesù. Essi avevano elaborato una teologia basata sul misticismo nuziale attingendo ai Salmi a loro familiari e ai testi dell’Antico Testamento. Di conseguenza, il sacerdozio dell’Antico Testamento, che risaliva a Mosè, passando per l’epoca di Davide e Salomone, aveva progressivamente modificato il proprio modo di essere, tanto che, quando Gesù iniziò la sua vita pubblica, era ormai diventato impossibile collegarlo al sacerdozio della Nuova Alleanza. 

Credo che l’evangelista Giovanni, pur recitando i Salmi e conoscendo a fondo l’Antico Testamento proprio come i suoi compatrioti, avesse compreso il sacerdozio della Nuova Alleanza e avesse riversato la sua amarezza nei loro confronti nella parola «giudei». Questo sentimento era probabilmente condiviso anche da Gesù, che aveva portato il sacerdozio della Nuova Alleanza per realizzare il compimento del sacerdozio prefigurato in Adamo (cfr. Gen 3,19) e la speranza concessa a Davide (cfr. 2 Sam 7,14). Si trattava certamente anche del rammarico di Gesù, venuto come discendente di Davide e che aveva ricevuto la stessa educazione degli israeliti. Giovanni comprese fin dall’inizio che i problemi, in cui era rimasto intrappolato il popolo in cui egli stesso era nato e cresciuto come ebreo, erano assolutamente incompatibili con il sacerdozio della Nuova Alleanza portato da Gesù. Erano diventati due realtà talmente diverse da poter definire, per così dire come una «mentalità dell’Antica Alleanza» e una «mentalità della Nuova Alleanza». 

Maria K. M. 


 2026/07/20


257. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: la realtà di Dio

L’uomo è stato creato per soggiogare la terra, dominare ogni essere vivente e adorare Dio in spirito e verità. Egli celebrerà per l’eternità, insieme a Dio, il giorno da Lui consacrato, sedendosi alla Sua mensa. Per questo, Dio ha donato all'uomo una spontaneità corporea, nella quale sono stati attribuiti potere, ricchezza e autorità affinché l’uomo potesse manifestare la «nostra immagine» (cfr. blog n. 252). Ha poi creato l'uomo perché questa spontaneità fosse collegata, mediante la «Parola (l’albero della vita) alla sua «spontaneità di Dio (l’alito di vita)» dell’uomo, che, attraverso la «conoscenza umana», rende manifesta la «nostra somiglianza». In questa condizione permanente, l'uomo può cooperare con lo Spirito Santo e, attraverso tale cooperazione, manifestare l'immagine e somiglianza di Dio. Per l’uomo, che nasce solo e solo muore, dotato di un corpo destinato a manifestare l'unica immagine di Dio, lo Spirito Santo, che collabora con lui affinché renda manifesta la somiglianza di Dio nella Trinità, è fin dall’inizio dell’esistenza umana il suo unico prossimo. Perciò, se viene formato a tale cooperazione, l'uomo può vivere per tutta la sua vita collaborando con lo Spirito Santo. 

Ciò che l’«uomo» sperimentò collaborando con lo Spirito Santo quando era solo, come descritto nella Genesi, è stato tramandato anche a noi credenti di oggi. La descrizione che recita: «Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse» (Gn 2,15), ci ricorda che, collaborando con lo Spirito Santo, coltiviamo e custodiamo la nostra memoria. «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire» (2,16-17) significa che se si assimilano le «informazioni umane» senza discernimento, trasformandole nella propria «conoscenza umana», si finirà inevitabilmente per morire. «Certamente dovrai morire» significa perdere lo stato naturale dell’uomo e non poter più partecipare alla felicità suprema che è la collaborazione con lo Spirito Santo. 

Il racconto secondo cui «in qualunque modo l'uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome» (Gn 2,19) rappresenta proprio l’esperienza dell’uomo che collabora con lo Spirito Santo. Inoltre, il fatto che, tra tutti gli esseri viventi ai quali l'uomo aveva dato un nome, «non trovò un aiuto che gli corrispondesse» (2,20) indica che, come aiuto adatto all’uomo, è previsto l’incontro con un`altra persona che, allo stesso modo, sia formata a collaborare con lo Spirito Santo. Se ci manca questa comprensione, finiremo per assomigliare ad Adamo, al quale Dio disse: «Chi ti ha fatto sapere che sei nudo? Hai forse mangiato dell'albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?» (3,11). Infatti, una tale persona non è più in grado di comprendere il vero significato del fatto che non si sia realizzata in lei la parola «nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire». 

Il Signore Dio disse: «Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno» (Gn 3,15). Così, prima che sorgesse l’«ostilità verso Dio», Dio stesso ha posto un'inimicizia, affinché fosse questa inimicizia da Lui stabilita ad agire per prima. Questo perché impedire che sorga l’«ostilità verso Dio» diventa un potente mezzo per arginare il peccato. Anche quando l’«ostilità verso Dio» dovesse superare l’«inimicizia che Dio ha posto» e rivolgersi verso il prossimo, l’effetto dell’«inimicizia che Dio ha posto» può talvolta ricondurre l’uomo a Dio. Inoltre, questa Parola ha determinato l’invio del Figlio nel mondo facendosi uomo. L'espressione «Questa ti schiaccerà la testa» significa che Gesù ha smascherato, in modo comprensibile per gli uomini, il fatto che ciò che viene chiamato «diavolo» o «Satana» sia in realtà «informazione umana». L'espressione «Tu le insidierai il calcagno» significa che, attraverso l’«informazione umana», il cammino di predicazione di Gesù è stato interrotto come segue, e indirizzato verso il compimento della salvezza sulla croce. 

«Gesù riprese: "Non sono forse io che ho scelto voi, i Dodici? Eppure uno di voi è un diavolo!"» (Gv 6,70) «Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo» (13,2) «Allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui. Gli disse dunque Gesù: "Quello che vuoi fare, fallo presto"» (13,27). 

Di conseguenza, l’inimicizia di Adamo verso Dio si rivolse alla moglie, sua vicina. Egli stesso le diede il nome di «Eva». Chiamandola con quel nome, la pose sotto il proprio dominio. L’uomo non può dominare il prossimo. Ogni creatura possiede una spontaneità che deriva da Dio. Pertanto, nel proprio comportamento, ha la libertà di seguire Dio. Ogni persona è stata creata per poter collaborare con lo Spirito Santo, indipendentemente dal potere, dalla ricchezza o dall’autorità di cui possa disporre. Adamo, svilì quella spontaneità con cui il prossimo obbediva a Dio e sottoponendolo al proprio dominio, così facendo, bestemmiò contro lo Spirito Santo, il vero prossimo che coopera con l’uomo. 

«Scacciò l'uomo e pose a oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada guizzante, per custodire la via all'albero della vita» (Gn 3,24). Gesù è stato mandato sulla terra proprio per salvare coloro che hanno bestemmiato lo Spirito Santo e per rivelare l’albero della vita. 

Maria K. M.


 2026/07/13

256. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: L'inimicizia che Dio ha posto

Quando le persone si riuniscono in gruppo, tra di loro circolano spontaneamente delle informazioni («informazioni umane»). Se queste vengono assimilate come parte della propria conoscenza («conoscenza umana») senza distinguerle da sé stessi, se ne ricavano immagini di bene o di male e si crea un’illusione. Quando si percepisce un’immagine del bene, il corpo umano – pur essendo un'entità distinta, proprio come gli altri animali – prova l’illusione di essere un tutt’uno con qualcuno, e ne deriva un grande piacere. Lo si può vedere nelle parole pronunciate dall’«uomo» quando, vedendo la «donna» che Dio gli aveva portato, disse: «Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne» (Gen 2,23). Questo perché, proprio come l’«uomo» dell’inizio della Genesi arava la terra insieme allo Spirito Santo e dava un nome agli animali, il Signore Dio concede all’uomo l’esperienza di collaborare inconsciamente con lo Spirito Santo, affinché l’uomo, collaborando con lo Spirito Santo, manifesti l'immagine e somiglianza di Dio. 

La spontaneità insita nella funzione riproduttiva dell’uomo, come in quella di ogni altro animale, assicura la conservazione della specie e rende presente l’eternità di Dio onnipotente e la libertà di Dio, che è la verità. Per gli animali, la spontaneità posta nella funzione riproduttiva concentra ogni loro rapporto e legame con gli altri esclusivamente sull’obiettivo di garantire la sopravvivenza della specie. L'uomo, invece, essendo stato creato a immagine di Dio e dotato di potere, ricchezza e autorità affinché possa agire in modo degno della collaborazione con lo Spirito Santo, possiede, nella spontaneità posta nella sua funzione riproduttiva, una forte inclinazione non solo verso la conservazione della specie, ma anche una forte propensione verso il potere, la ricchezza e l’autorità (cfr. blog n. 252). Una spontaneità, caratterizzata da tali inclinazioni è collegata alla "conoscenza umana" della persona. Quando queste inclinazioni vengono trasmesse alla «conoscenza umana» mentre essa sta assimilando le «informazioni umane», esse si sviluppano in bisogni superiori quali il desiderio di approvazione e l’autorealizzazione. Contemporaneamente, accompagnate dal passaggio dall’illusione alla finzione, sfociano nell’azione. Il desiderio che sorse nella «donna» all’inizio della Genesi era quello di diventare «come Dio, conoscendo il bene e il male» (Gen 3,5). 

Nel capitolo 1 della Genesi, il Creatore viene chiamato «Dio», e viene indicato che l’opera della creazione, compiuta attraverso la relazione trinitaria, è opera dell’unico Dio (cfr. Genesi 1:1–2:3). Nel capitolo 2, per indicare il Padre e il Figlio, si usa l’espressione «il Signore Dio», mostrando come l’uomo entri nella relazione della Trinità e collabori con lo Spirito Santo (cfr. 2,4–2,22). D’altra parte, nel capitolo 3 della Genesi, quando l’uomo è in grado di collaborare con lo Spirito Santo, si usa l’espressione «il Signore Dio», mentre quando non è in grado di farlo si usa semplicemente «Dio», il che sembra chiarire lo stato e la situazione dell’uomo in quel momento. Ciò si può confermare osservando che, quando ci si rivolge all’«uomo», inizialmente viene attribuito il titolo «il Signore Dio» (cfr. 3:9-10), mentre in seguito viene attribuito «Dio» (cfr. 3:11-12); quando invece ci si rivolge alla «donna», viene attribuito il titolo «il Signore Dio» (cfr. 3:13-15). 

È probabile che l’«uomo», nel condividere le informazioni con la «donna», le ha assimilate come propria conoscenza senza fare distinzioni, trovandosi così nel vortice dell’esperienza descritta con le parole: «Ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto» (Gen 3:10). Ben presto le sue parole: «La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell'albero e io ne ho mangiato» (3,12), indicano che il timore di Dio si era trasformato in ostilità. Come era già avvenuto per la «donna», anche alla sua «conoscenza umana» fu trasmessa la forte propensione verso il potere, la ricchezza e l’autorità, insita nella spontaneità posta nella funzione riproduttiva dell’essere umano. In quel momento, la sua «conoscenza umana», già permeata dalle «informazioni umane» che aveva assimilato, non fu più in grado di conservare la propria identità personale, quale si addice a chi sta alla presenza di Dio. 

Allora, il «Signore Dio» disse alle «informazioni umane» («il serpente»): «Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno» (Gen 3:15). Qui, l’«inimicizia che Dio ha posto» è come una fortezza presente nella «conoscenza umana» che impedisce l’intrusione delle «informazioni umane». Essa protegge la sfera dello spirito umano dalle «informazioni umane». Tuttavia, se l’uomo supera quella fortezza per assimilare le «informazioni umane» e farne parte della propria «conoscenza umana», finirà per soffrire. Questo perché sorgerà una contraddizione tra la «conoscenza umana» che ha assimilato le «informazioni umane» e l’«inimicizia che Dio ha posto». Quando questa lotta si intensifica e, a causa di tale contraddizione, il mondo di finzione generato dalle proprie illusioni sta per essere distrutto, l’uomo cerca di impedirlo rivolgendo la propria ostilità contro il proprio Creatore. 

Questa ostilità verso il Creatore, per trovare una soluzione concreta, si trasforma ben presto in ostilità verso il prossimo. L’ostilità verso il prossimo equivale, per così dire, a rivolgere ostilità verso lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo, infatti, è il primo prossimo. L’uomo è stato creato in modo tale che, per manifestare la «nostra imagine», la spontaneità del corpo — a cui sono stati conferiti potere, ricchezza e autorità — fosse normalmente connessa alla «spontaneità di Dio (l’alito di vita)» dell’uomo che manifesta la «nostra somiglianza» attraverso la «conoscenza umana» e la «Parola (l’albero della vita)». In questo stato, l’uomo può collaborare con lo Spirito Santo e manifestare l'immagine e somiglianza di Dio. Lo Spirito Santo è per l’uomo il vero e unico prossimo. Quando giunse il tempo, l’«inimicizia che Dio ha posto» si incarnò in Gesù Cristo (cfr. Lc 2,34-35). Quando un esperto della Legge chiese a Gesù quale fosse il comandamento più importante, Gesù rispose così: 

«Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti» (Mt 22,37-40). «Il Signore tuo Dio» indica il Padre e il Figlio. L'unico prossimo che possiamo amare come noi stessi è lo Spirito Santo. Quando una persona cerca di amare lo Spirito Santo come il proprio unico prossimo, l’amore di Dio si riversa su tutti i prossimi. 

Maria K. M.

È stato pubblicato un nuovo articolo sul blog Il Vento diPatmos. Si tratta della traduzione di un articolo che ho inviato e che è stato pubblicato sulla rivista online giapponese Catholic Ai.



 2026/07/06

255. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: l’albero della conoscenza del bene e del male

«Chi di voi può dimostrare che ho peccato? Se dico la verità, perché non mi credete? Chi è da Dio ascolta le parole di Dio. Per questo voi non ascoltate: perché non siete da Dio» (Gv 8,46-47). Queste parole di Gesù ci esortano con forza noi credenti di oggi, invitandoci a rivedere la storia con piena fiducia nel Padre. Per questo mi sono reso conto che devo riconsiderare, da una nuova prospettiva, le conclusioni relative all’«albero della conoscenza del bene e del male» che avevo scritto due anni fa. 

Partendo dalle parole che la donna rivolse al serpente nel capitolo 3 della Genesi – «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: "Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete"» (Gn 3,2-3) – allora ritenevo che i primi due esseri umani non avessero mangiato i frutti dell’«albero che sta in mezzo al giardino», ovvero dell’«albero della vita» e dell’«albero della conoscenza del bene e del male». Tuttavia, se si considera attentamente che l’intero libro della Genesi è narrato, come faceva sempre Gesù, in forma di parabola relativa al piano di Dio, ci si rende conto che non era così. Ciò significa che in quel momento essi non avevano la consapevolezza di essere collegati all’«albero della vita» e all’«albero della conoscenza del bene e del male». 

L’uomo è stato creato perché la spontaneità del suo corpo, che manifesta la «nostra imagine», fosse collegata, per mezzo della «Parola (Albero della Vita)» alla «spontaneità divina (alito di vita)» presente nell'uomo, che manifesta la «nostra somiglianza», attraverso la «conoscenza umana» . In questo stato, l’uomo può collaborare con lo Spirito Santo ed esprimere l'immagine e somiglianza di Dio. Ciò significa che la «conoscenza umana» della persona è già connessa alla «Parola (Albero della Vita)», è questa realtà che la Genesi ha espresso con il termine «mangiare». Pertanto, il «Dio» apparso nel capitolo 1, nel capitolo 2 diventa il «Signore Dio»: Egli dispone ogni cosa affinché, mentre l'uomo coltiva e custodisce il Giardino di Eden insieme allo Spirito Santo, lo Spirito possa operare in lui e condurlo a manifestare pienamente l'immagine e somiglianza con Dio. Lo Spirito Santo, operando in questo modo, formò l’«uomo» e lo fece crescere fino al punto in cui «in qualunque modo l'uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome» (Gn 2:19). 

In questo contesto, l’«uomo», pur entrando in contatto con ogni bestiame, con gli uccelli del cielo e con ogni bestia selvatica, non si lasciò fuorviare dalle informazioni che si manifestavano in essi. Questo perché collaborava con lo Spirito Santo. Il fatto di non lasciarsi sviare dalle informazioni fino a quel punto: ecco proprio il motivo per cui il Signore Dio fece crescere, insieme all’«albero della vita», anche l’«albero della conoscenza del bene e del male». Le informazioni emanate dall’intero creato, a seconda dello stato e della situazione di chi le riceve, possono essere percepite come bene o come male anche se si tratta delle stesse informazioni, e, trasformandosi in «informazioni umane», si diffondono ulteriormente. Se l’uomo fosse in grado di considerare tali informazioni come l’«albero della conoscenza del bene e del male», imparerebbe a distinguere le informazioni che gli si avvicinano. L’«albero della conoscenza del bene e del male», nella sfera spirituale dell'uomo, funge da torre di guardia edificata affinché la «conoscenza umana» distingua le informazioni provenienti da tutte le creature e non le accolga in sé. 

Un giorno Gesù, a chi gli chiese: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?» (Luca 18:18), rispose: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo» (18:19). Il bene è sempre «Dio solo». L’«informazione umana», che diventa bene o male a seconda di chi la riceve, è la «conoscenza del bene e del male». Tuttavia, tendiamo a voler distinguere il bene dal male. E difficilmente ci rendiamo conto che ciò è il risultato stesso dell’aver assimilato le «informazioni umane» senza distinguerle dalla nostra «conoscenza umana». Le informazioni non provengono da Dio. Non sono creature di Dio, ma sono ciò che si manifesta da tutte le creature che, pur non essendo creature di Dio, hanno la caratteristica di essere il riflesso della Sua mano. L’influenza di questo fenomeno diventa un problema solo per l’uomo, creato a immagine e somiglianza dell’unico Dio. 

Se la nostra conoscenza assimila le «informazioni umane», che emergono e si diffondono, essa si concentra su tali informazioni e sulle molteplici relazioni a esse collegate, finendo, per così dire, con l'essere da esse sequestrata. In questo modo, non saremo più in grado di connetterci alla «spontaneità di Dio (l’alito di vita)» attraverso la «Parola (l’albero della vita)». Ciò significa perdere l'immagine e somiglianza di Dio che si manifesta in collaborazione con lo Spirito Santo. L’espressione «Ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire» (Gn 2,17) esprime proprio questo concetto. L’«albero della conoscenza del bene e del male», che funge da torre di avvertimento, non fa nulla. Il problema sta nel fatto che la «conoscenza umana» si collega alla spontaneità e sfocia nell’azione. È qualcosa che noi esseri umani dobbiamo riconoscere e affrontare di nostra iniziativa. Ecco perché Gesù afferma chiaramente: 

«Chi di voi può dimostrare che ho peccato? Se dico la verità, perché non mi credete? Chi è da Dio ascolta le parole di Dio. Per questo voi non ascoltate: perché non siete da Dio» (Gv 8,46-47). 

Maria K. M.


2026/06/29

254. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: l’informazione umana

Il Signore Dio ha creato, nella memoria dell’uomo, una dimensione chiamata spirito con «polvere del suolo» (Gn 2:7), facendo sì che la «spontaneità di Dio (alito di vita)» e la «conoscenza umana» si collegassero in quel regno spirituale attraverso la «Parola (albero della vita)». Tuttavia, l’illusione e la finzione che sorgono quando la nostra «conoscenza umana» assimila le «informazioni umane» senza distinguerle da sé stessa creano una realtà virtuale. La «conoscenza umana» di chi rimane in questa realtà perde il punto di contatto con la «Parola (albero della vita)» e non è più in grado di mantenersi nella dimensione spirituale. Così, anche i credenti finiscono per aggrapparsi  all’«albero della conoscenza del bene e del male», per lasciarsene possedere e, alla fine, per tradurre tutto questo in azioni. Le parole di Gesù: «Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano» (Gv 15,6), valgono per ogni credente. 

Dopo il dialogo con i farisei e i giudei, iniziato con le parole di Gesù: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8,12) (cfr. 8,13-30), Gesù disse ai giudei che avevano creduto in lui: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (8,31-32). «Se rimanete nella mia parola» significa, nella sfera dello spirito umano, uno stato in cui la «spontaneità di Dio (l’alito di vita)» e la «conoscenza umana» sono collegate attraverso la «Parola (l’albero della vita)». Solo quando si instaura questo collegamento, l’uomo conosce la verità e la verità lo rende libero. L’uomo percepisce la vera libertà quando collabora con lo Spirito Santo, che porta la libertà di Dio. In quel momento, l’uomo viene accolto nella comunione del Dio Trinità, si raccoglie interiormente con cuore libero davanti a Dio, si concentra su di Lui e partecipa alla Sua libertà. 

Tuttavia, l’illusione e la finzione che sorgono quando la nostra «conoscenza umana» assimila le «informazione umana» senza distinguerle da sé stessa, e la realtà virtuale che ne deriva, non solo impediscono all’uomo di partecipare alla grazia di Dio, ma alla fine lo conducono al risultato di «lo gettano nel fuoco e lo bruciano». Perché la «conoscenza umana» assimila le «informazione umana»? Come abbiamo esaminato la volta scorsa, anche agli animali è stata concessa una conoscenza adeguata, ma essi sono programmati per affidarsi all’operato della spontaneità insita nella funzione riproduttiva e concludere così la propria vita. Per gli animali, il rapporto e il legame con gli altri si concentrano esclusivamente sull’unico obiettivo di garantire la sopravvivenza della specie. A tal fine, le informazioni circolano tra gli individui della stessa specie e si sviluppa la conoscenza che Dio ha loro concesso in misura adeguata. 

Nell’uomo, come abbiamo visto due volte fa, il funzionamento della funzione riproduttiva – paragonata al primo fiume, il Pishon – che possiede spontaneità, presenta una forte propensione a generare non solo discendenti, ma anche potere, ricchezza e autorità. Tale inclinazione, alla ricerca di amore, intimità e piacere, si evolve in bisogni superiori quali il desiderio di riconoscimento e l’autorealizzazione, e si scontra con la «conoscenza umana», che nel regno dello spirito è collegata alla «spontaneità di Dio (l’alito di vita)» e alla «Parola (l’albero della vita)». La «conoscenza umana», nel tentativo di rispondere a questa chiamata, cade in una profonda confusione e cerca relazioni e legami con gli altri, ovvero la «informazione umana». Nel frattempo, la «conoscenza umana» perde il punto di contatto con la «Parola (albero della vita)» e non riesce più a mantenere la propria dimensione spirituale. 

Nel Vangelo secondo Giovanni si legge: «Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull'uomo. Egli infatti conosceva quello che c'è nell'uomo» (Gv 2,23-25). Ciò che c’è nell’uomo è la «informazione umana». Proprio come Gesù, che è Dio, sapeva bene ciò che c’era nel cuore degli uomini, così anche l’uomo, creato a immagine di Dio e dotato di una dimensione spirituale, deve sapere cosa c’è nel proprio cuore. Un credente di questo tipo ha la possibilità di accogliere Gesù, credere nel suo nome e mantenere lo stato in cui gli è stato concesso il potere di diventare figlio di Dio. Si può dire che «nel proprio cuore» significhi «nella conoscenza umana». 

In queste riflessioni, il motivo per cui non dico mai «cuore umano», ma «conoscenza umana», è che, come in questo caso, la causa del fatto che «lui, Gesù, non si fidava di loro» deriva dall'«informazione umana»; ritengo quindi che ciò che vi corrisponda sia la «conoscenza umana». La «conoscenza umana», che ha assorbito «l’informazione umana», non ascolta le parole di Gesù. Coloro che all’inizio credevano in Gesù, poiché la verità da Lui proclamata entrava in conflitto con i propri gusti, persero il contatto con la «Parola (l’albero della vita)» e, non riuscendo più a mantenere la dimensione spirituale, smisero di credere in Gesù. Noi, come Chiesa, dobbiamo imprimere nel nostro cuore le seguenti parole di Gesù: 

«Chi di voi può dimostrare che ho peccato? Se dico la verità, perché non mi credete? Chi è da Dio ascolta le parole di Dio. Per questo voi non ascoltate: perché non siete da Dio» (Gv 8,46-47) 

Maria K. M.


 2026/06/22


253. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: spontaneità e conoscenza

Come abbiamo visto nella precedente riflessione, il Signore Dio ha creato nella memoria dell’uomo un regno spirituale con «polvere del suolo» (Genesi 2:7), facendo sì che la «spontaneità di Dio (l’alito di vita)» e la «conoscenza umana» si collegassero in quel regno spirituale attraverso la «Parola (l’albero della vita)». Quando Dio disse: «Facciamo l'uomo a nostra immagine» (1,26), con «a nostra immagine» si intendeva l’unicità di Dio, mentre con «a nostra somiglianza» si intendeva il fatto che Dio è Spirito e vive in una relazione trinitaria tra Padre, Figlio e Spirito Santo; l’uomo fu così completato come essere dotato di queste due caratteristiche divine. Dio non solo dotò l’uomo di queste caratteristiche, ma desiderò anche accoglierlo nella relazione trinitaria che è Dio stesso. Pertanto, nel capitolo 1 della Genesi, il Creatore viene chiamato «Dio» per sottolineare che l’opera della creazione, compiuta attraverso la relazione trinitaria, è opera dell’unico Dio; nel capitolo 2, invece, per indicare il Padre e il Figlio, viene utilizzato il termine «il Signore Dio», sottolineando così come l’uomo entri nella relazione del Dio trinitario e collabori con lo Spirito Santo. 

Nel libro della Genesi, dove si legge: «Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l'albero della vita in mezzo al giardino e l'albero della conoscenza del bene e del male» (Gn 2:9), «ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare» rappresenta, per noi credenti, il Nuovo Testamento. «Mangiarlo» significa leggerlo e ascoltarlo; l’espressione «ogni sorta di alberi» indica che esso si rivolge a tutti gli uomini. Chiunque può diventare un tralcio della vite, unito alla Parola. Nell’Apocalisse si legge che l’autore, obbedendo alle parole dell’angelo che gli ordinò: «Prendilo e divoralo» (Ap 10,9), scrisse: «Presi quel piccolo libro dalla mano dell'angelo e lo divorai; in bocca lo sentii dolce come il miele, ma come l'ebbi inghiottito ne sentii nelle viscere tutta l'amarezza» (10,10). 

Il Nuovo Testamento è molto più breve dell’Antico Testamento, e, perciò, è più facile da leggere e da ascoltare. Tuttavia, quando la Parola viva raggiunge il profondo dell’anima purifica l’uomo mediante la verità e può essere avvertita come una medicina amara. Ma proprio questo conduce ciascun credente a rivolgersi allo Spirito Santo, e gli permette di partecipare alla stessa formazione dell’«uomo» delle origini della Genesi, che doveva «lo coltivasse e lo custodissevi» (Gn 2,15). «Lo» indica, proprio come per l’«uomo» del principio, la memoria stessa del credente. L’autore dell’Apocalisse, in seguito, riceve l’ordine di profetizzare nuovamente. Egli era accompagnato dagli angeli nel mondo del libro profetico, noi, invece, collaboriamo con lo Spirito Santo, come il primo «uomo» all'inizio della Genesi. È così che annunciamo il Vangelo. La Genesi descrive la collaborazione del primo «uomo» con lo Spirito Santo nel modo seguente : 

«Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all'uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l'uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome» (Gn 2,19).

Il primo «uomo», creato dal Signore Dio come unico essere umano, in cui la «spontaneità di Dio (l`alito di vita)» e la «conoscenza umana» erano collegate nel regno dello spirito attraverso la «Parola (albero della vita)», collaborava con lo Spirito Santo, quando diede un nome a ogni essere vivente, «quello doveva essere il suo nome». Anche noi credenti, proprio come Il primo «uomo», quando la «spontaneità di Dio (l’alito di vita)» e la «conoscenza umana» sono collegate nel regno spirituale tramite la «Parola (l’albero della vita)», possiamo collaborare con lo Spirito Santo, inviato nel nome di Gesù, in una profonda armonia e sintonia con Lui. 

Come abbiamo visto nella precedente riflessione, il Giardino di Eden, di cui si legge nella Genesi: «Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi» (Gn 2,10), rappresenta la memoria dell’uomo. Il regno della memoria è il luogo in cui opera lo Spirito Santo, come disse Gesù: «Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,26). All’uomo è stata concessa la conoscenza, paragonata al fiume che sgorga per opera dello Spirito Santo e irriga il giardino (la memoria). E proprio in quel primo fiume, che da lì si divide in quattro, risiede la spontaneità della funzione riproduttiva, concessa dalla parola di Dio che comandò: «Siate fecondi e moltiplicatevi» (Gn 1:28). La funzione riproduttiva ha infatti la missione di trasmettere tutta l’informazione dell’individuo alla prole, per la sopravvivenza della specie. 

Anche agli animali è stata concessa la conoscenza, ma essi sono stati progettati per affidarsi all’operato della spontaneità insita nella funzione riproduttiva e concludere così la propria vita. D’altra parte, la «conoscenza umana», che nel regno dello spirito si collega alla «spontaneità di Dio (l’alito di vita)», pur rimanendo connessa alla spontaneità del corpo insita nella funzione riproduttiva, compie una serie di opere in collaborazione con lo Spirito Santo. Quando il Signore Dio divise l’«uomo» in uomo e donna e condusse la «donna» presso l’uomo, nelle parole dell’«uomo» — «Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne. La si chiamerà donna, perché dall'uomo è stata tolta» (Gn 2:23) — si manifesta proprio questa situazione. La funzione riproduttiva che era stata loro concessa (cfr. 2,24) funzionava normalmente in quel momento (cfr. 2,25). In questa situazione, il grave problema che si presentò ai due derivò dall’«informazione umana» che si manifestò tra gli esseri umani, ormai diventati più di uno. 

Tuttavia, il fatto che l’«informazione umana» si fosse manifestata non era di per sé un problema. Il problema è che, quando la «conoscenza umana» assimila l’«informazione umana» senza distinguerla da sé stessa, si generano illusioni e finzioni. Queste creano una realtà virtuale, e la «conoscenza umana» di chi vi rimane intrappolato perde il contatto con la «Parola (Albero della Vita)», non riuscendo più a mantenere il proprio regno spirituale. E alla fine, per evitare questo pericolo, l’uomo finisce per aggrapparsi all’«Albero della Conoscenza del Bene e del Male» – che il Signore Dio ha fatto crescere al centro della memoria umana insieme all’«Albero della Vita» – facendone il proprio punto di appoggio. Gesù ammonisce severamente i discepoli a cui ha conferito il sacerdozio della Nuova Alleanza con queste parole: «Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano» (Gv 15,6). 

Maria K. M.


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