2026/07/27
258. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: Vangelo di Giovanni, capitolo 5
A partire dal capitolo 5, il Vangelo di Giovanni descrive come Gesù, nato come «l'inimicizia che Dio ha posto», si confronti apertamente con «l'informazione umana» (cfr. Lc 2,34-35). Nel Vangelo di Giovanni, rispetto agli altri Vangeli, il termine «giudei» ricorre con una frequenza schiacciante. Nel profondo amore che l’evangelista Giovanni nutriva nei confronti dei suoi connazionali era probabilmente accompagnato da un forte senso di rammarico nei confronti di coloro che non accettavano Gesù e non volevano nemmeno credere nel suo nome. Ciò era dovuto al fatto che egli aveva compreso come la corrente sotterranea del sacerdozio della Nuova Alleanza, che attraversa il Vangelo di Giovanni, in cui scorre come una corrente sotterranea il sacerdozio della Nuova Alleanza, portasse a compimento il sacerdozio dell’Antico Testamento, la cui sorgente si trova nel racconto della Genesi, realizzando così il piano di Dio. Fin dall’inizio del capitolo 1, il Vangelo di Giovanni, esprime questo pensiero in una forma che richiama la Genesi (cfr. Gv 1,1-18).
Nella Genesi, dopo aver scacciato l’uomo dal Giardino dell’Eden e aver chiuso la via che conduce all’albero della vita, Dio lasciò che «l'inimicizia posta da Dio» operasse nel nell’intimo dell’uomo, affinché custodisse la «conoscenza uomana». D’altra parte, Dio scelse persone che erano gradite ai Suoi occhi, affidò loro una missione e le guidò affinché l’uomo mantenesse saldo il legame con Dio. Così, coloro che divennero un unico popolo conservarono il nome di Dio, il sacerdozio e la Legge che erano stati loro dati al tempo di Mosè. Dopo l’epoca di Davide e Salomone, anche attraverso le sofferenze dell’esilio, essi continuarono a custodire tutto ciò fino in fondo. Vi era in loro un sincero e profondo attaccamento al Tempio, come dimostra la costruzione del Secondo Tempio, i cui lavori proseguirono anche dopo la nascita di Gesù. Tuttavia, quando il Figlio, che portava in sé la volontà del Padre, si manifestò sulla terra come Gesù, il loro pensiero non era già più unito a quello di Dio.
Nel capitolo 5 del Vangelo di Giovanni, all’inizio, è riportato l’episodio in cui Gesù guarì un malato presso la piscina di Betesda in giorno di sabato. A seguito di ciò, «Per questo i Giudei perseguitavano Gesù» (Gv 5,16). Gesù rispose loro: «Il Padre mio agisce anche ora e anch'io agisco» (5,17). Il Vangelo riporta: «Per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo, perché ... chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio» (5,18), indicando che il loro atteggiamento era passato dal «perseguitavano» al «cercavano ancor più di ucciderlo», e sottolineando che il punto di svolta risiedeva proprio nel fatto che «chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio». Qui si nasconde un problema strutturale, come abbiamo verificato più volte in questo blog.
Questi avvenimenti testimoniano che, per gli ebrei dell’epoca, il fatto che Gesù affermasse che Dio era suo Padre costituì un grande shock. Essi conoscevano bene la storia (cfr. 1 Re 11,1-10) secondo cui, nonostante Dio avesse promesso a Davide riguardo a suo figlio Salomone: «Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio» (2 Sam 7,14), tale promessa non si era realizzata perché Salomone si era allontanato da Dio. Il Vangelo di Giovanni prosegue dicendo: «Gesù riprese a parlare e disse loro» (Gv 5,19) e riporta fino alla fine del capitolo 5 le parole con cui Gesù, in tono deciso, parlò del rapporto tra il Padre e il Figlio. Questo perché essi presentavano un problema così grave che Gesù non poteva fare a meno di testimoniarlo.
Fin dall’infanzia, i giudei vivevano in un ambiente in cui imparavano a memoria i Salmi, ascoltandoli e assimilavano l’Antico Testamento fino a conoscerlo a memoria. In tale contesto, già a partire dall’epoca di Salomone, era nata e si era sviluppata l’idea di paragonare Dio e Israele allo sposo e alla sposa, al marito e alla moglie. In seguito si consolidò anche la tradizione di interpretare il Cantico dei Cantici come espressione dell’amore tra Dio e Israele. Non sarà stato altro che un espediente a cui quel popolo ricorse, per necessità, non essendo riuscito a instaurare con Dio un rapporto filiale. Tuttavia, applicare all’unione tra Dio e il popolo l’immagine nuziale dello sposo e della sposa, del marito e della moglie, comportava un grande rischio. In essa, infatti, poteva germogliare e celarsi l’idea di essere sullo stesso piano di Dio. Anche all’interno del sistema patriarcale, nel giorno delle nozze la sposa viene celebrata insieme allo sposo e poteva sentirsi in una relazione di parità con lui. Allo stesso modo, l’interpretazione del rapporto con Dio attraverso la metafora del matrimonio tra uomo e donna diventa un motivo che spinge coloro che presiedono il culto, pur adorando Dio, a volgere verso di sé lo sguardo che il popolo dovrebbe rivolgere a Dio (cfr. Mt 23,1-39). In tal modo, essi finivano per cadere nell’illusione di essere pari a Dio.
In questo modo, si comprende che nei sentimenti degli ebrei descritti nel Vangelo — «perché ... chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio» — era racchiusa una duplice indignazione. Da un lato, l’ira provocata dal trovarsi di fronte alla realtà di non essere riusciti a stabilire un rapporto di padre e figlio con Dio, e di non essere stati riconosciuti come figli di Dio; dall’altro, l’ira di chi si vedeva infrangere il mondo fittizio nel quale si considerava amato da Dio come un suo uguale, alla luce del mistero nuziale, che paragona l’amore di Dio per il suo popolo all’amore dello sposo per la sposa e del marito per la propria moglie. Erano sentimenti così forti da spingerli a voler uccidere Gesù. Essi avevano elaborato una teologia basata sul misticismo nuziale attingendo ai Salmi a loro familiari e ai testi dell’Antico Testamento. Di conseguenza, il sacerdozio dell’Antico Testamento, che risaliva a Mosè, passando per l’epoca di Davide e Salomone, aveva progressivamente modificato il proprio modo di essere, tanto che, quando Gesù iniziò la sua vita pubblica, era ormai diventato impossibile collegarlo al sacerdozio della Nuova Alleanza.
Credo che l’evangelista Giovanni, pur recitando i Salmi e conoscendo a fondo l’Antico Testamento proprio come i suoi compatrioti, avesse compreso il sacerdozio della Nuova Alleanza e avesse riversato la sua amarezza nei loro confronti nella parola «giudei». Questo sentimento era probabilmente condiviso anche da Gesù, che aveva portato il sacerdozio della Nuova Alleanza per realizzare il compimento del sacerdozio prefigurato in Adamo (cfr. Gen 3,19) e la speranza concessa a Davide (cfr. 2 Sam 7,14). Si trattava certamente anche del rammarico di Gesù, venuto come discendente di Davide e che aveva ricevuto la stessa educazione degli israeliti. Giovanni comprese fin dall’inizio che i problemi, in cui era rimasto intrappolato il popolo in cui egli stesso era nato e cresciuto come ebreo, erano assolutamente incompatibili con il sacerdozio della Nuova Alleanza portato da Gesù. Erano diventati due realtà talmente diverse da poter definire, per così dire come una «mentalità dell’Antica Alleanza» e una «mentalità della Nuova Alleanza».
Maria
K. M.
