2026/05/11
247. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: il Padre Nostro e le sette beatitudini V
Riprendiamo dalla nostra precedente riflessione. Come nell’Apocalisse, l’angelo comandò: «Scrivi: Beati gli invitati al banchetto di nozze dell'Agnello!» (Ap 19,9), così, nella celebrazione della Santa Messa, non si sottolineerà mai abbastanza quanto sia beato e importante che noi fedeli, ricevendo la Santa Eucaristia, la invochiamo con il Nome di «Messia, Figlio di Dio, Gesù», e che, ogni volta, uniamo nella nostra memoria l’Eucaristia a questo nome imprimendolo nel cuore come una parola scritta per sempre.. Questo metodo è una formula per assimilare questioni che l’uomo non coglie immediatamente in modo intuitivo. Tuttavia, i credenti cattolici romani in tutto il mondo rispondono con le parole del centurione quando il sacerdote presenta l’Ostia. Ciò avviene perché il Santissimo Sacramento si associa facilmente alle parole di umiltà del centurione. Eppure, Gesù lodò la fede del centurione non per la sua umiltà umana in quanto tale, ma perché egli, partendo dalla propria esperienza di uomo che esercitava autorità sui soldati, credette nell’autorità e nella potenza di Gesù e lo accolse. Gesù non lodò semplicemente la sua umiltà umana.
Piuttosto, l’umiltà del centurione, che rispose a Gesù — il quale gli aveva detto: «Verrò e lo guarirò», con le parole: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di' soltanto una parola e il mio servo sarà guarito» (Mt 8,8), ebbe come conseguenza il fatto di privare la sua famiglia dell’occasione di incontrare personalmente Gesù. Allo stesso modo, quando Pietro, per umiltà umana, rifiutò di permettere a Gesù di lavargli i piedi, Gesù lo rimproverò severamente, dicendo: «Se non ti laverò, non avrai parte con me» (Gv 13,8). La modestia e l’umiltà che Gesù richiede ai suoi discepoli consistono piuttosto nel farsi servitori degli altri (cfr. Mt 23,11-12), nel prendere l’ultimo posto quando si è invitati a un banchetto (cfr. Lc 14,10-11) e, davanti a Dio, nel presentargli con sincerità il proprio desiderio, proprio come fece il pubblicano che fu giustificato e tornò a casa (cfr. 18,13-14).
Considerando questi punti, dobbiamo concludere che la ragione per cui i cattolici romani di tutto il mondo hanno costantemente recitato le parole del centurione davanti all’Eucaristia ogni volta durante la Messa è che credono erroneamente che queste parole esprimano riverenza e umiltà verso l’Eucaristia. Tuttavia, questa espressione appare del tutto sproporzionata di fronte all’umiltà di Dio, che si nasconde sotto le specie del pane e del vino. Gesù ha detto: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero» (Mt 11,28-30). Per il credente, imitare la divina umiltà di Gesù, il Figlio di Dio, significa decidere di prendere su di sé il giogo di Gesù e portare il suo peso.
Questo è qualcosa che nessun essere umano può fare senza
la collaborazione dello Spirito Santo, mandato nel nome di Gesù. Per questo motivo, chiamare l’Eucaristia che si riceve con il nome di «Messia,
Figlio di Dio, Gesù» e iscrivere ogni volta questo nome nella propria
memoria è una grande grazia per coloro che partecipano alla Messa. In tal modo,
questa rivelazione si radica nella memoria dei fedeli come una conoscenza
implicita e vissuta. Infatti, quando si tratta di assimilare realtà che non
possono essere colte immediatamente dall’intuizione, questo è uno dei modi più
efficaci per farle diventare parte della propria vita interiore. Tuttavia, qui incontriamo un’altra difficoltà: la
dipendenza del credente dall’Antico Testamento. La missione dell’Antico
Testamento si è conclusa quando è stato citato da Gesù nei Vangeli. Si è legato
a Gesù, è stato completato da Lui, esso è divenuto una
Parola nuova e vivente all’interno
dei Vangeli. Pertanto, è sufficiente che l’Antico
Testamento venga spiegato
quando necessario.
Tuttavia, durante la Messa domenicale, quando i fedeli
entrano nella Liturgia della Parola, ad eccezione del tempo pasquale, viene
letto prima l’Antico Testamento, seguito dal canto dei Salmi. Solo allora
vengono lette le Lettere e il Vangelo. Di conseguenza, le parole del Nuovo
Testamento lette in quel momento vengono accolte nella memoria dei fedeli, che è già soffermata e ha trovato risonanza dalle letture dell’Antico Testamento e dai Salmi. Sono,
per così dire, vino nuovo versato in otri vecchi. Tra i fedeli che partecipano
alla Messa, ci sono coloro che sono oppressi da preoccupazioni e sofferenze, e
coloro il cui cuore è stato affaticato dai pesi della vita quotidiana. Per questi credenti, è
facile immedesimarsi nelle parole dell’Antico Testamento e dei Salmi e
affidarsi ad esse. Questi testi suscitano profonde emozioni e possono persino
portare un momentaneo senso di pace. In questo
modo, però, esiste il rischio che il popolo della Nuova Alleanza lasciato da Gesù
rimanga immerso nella visione del mondo di un popolo che, insieme alle profezie
dell’Antico Testamento, continua ancora ad attendere il Salvatore.
Anche all’interno di questa atmosfera della Messa, la
Parola – letta dal sacerdote e resa viva dallo Spirito Santo – diventa una
spada affilata che penetra nella memoria del credente, cercando di recidere le
“informazioni umane” sedimentate. Queste «informazioni umane» sono la vera
forma dell’«serpente antico, colui che è chiamato diavolo e il Satana e che
seduce tutta la terra abitata» (Ap 12,9), che Gesù insegnò ai Suoi
discepoli a distinguere da sé stessi e che Egli continuò a rivelare attraverso
la Sua Passione e morte sulla croce. Nell’Apocalisse, l’angelo che sta in piedi
nel sole chiama «carne» l’«informazione umana», recisa dai singoli credenti, e
ordina a tutti gli uccelli che volano a metà del cielo di divorarla (cfr. Ap
19,17–21). Questo è proprio come quando Gesù lavò e asciugò i piedi dei Suoi
discepoli per purificarli prima dell’Ultima Cena, atto con cui Gesù, rendendosi
conto che era giunta l’ora di lasciare questo mondo per tornare al Padre, «amato
i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine» (Gv 13,1).
Eppure noi, che celebriamo la Messa in questo modo, diremo sicuramente, davanti a Gesù con umiltà umana: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!» (Gv 13,8). E anche se recitiamo l’atto penitenziale prima della Liturgia della Parola, il giorno in cui si adempirà la quinta domanda del Padre Nostro — «Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori» — rimane lontano. Inoltre, la realtà della quinta beatitudine dell’Apocalisse, alla quale questo atto penitenziale dovrebbe condurre — «Beati e santi quelli che prendono parte alla prima risurrezione. Su di loro non ha potere la seconda morte, ma saranno sacerdoti di Dio e del Cristo, e regneranno con lui per mille anni» (Ap 20,6) — è ancora più lontana.
Maria K. M.
È stato pubblicato un nuovo articolo sul blog Il Vento diPatmos. Si tratta della traduzione di un articolo che ho inviato e che è stato pubblicato sulla rivista online giapponese Catholic Ai.

