Rivelazione di Gesù Cristo, al quale Dio la consegnò per mostrare ai suoi servi le cose che dovranno accadere tra breve. Ed egli la manifestò, inviandola per mezzo del suo angelo al suo servo Giovanni, il quale attesta la parola di Dio e la testimonianza di Gesù Cristo, riferendo ciò che ha visto. (Apocalisse 1:1-2)

 2026/08/03


259. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: verso la tavola di Dio

Gesù durante l’Ultima Cena, conferì agli apostoli, mediante le parole «Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19), il sacerdozio della Nuova Alleanza, istituendolo  contestualmente all’Eucaristia. Inoltre, con le parole: «Io preparo per voi un regno, come il Padre mio l'ha preparato per me, perché mangiate e beviate alla mia mensa nel mio regno. E siederete in trono a giudicare le dodici tribù d'Israele» (22,29-30), Egli affidò il proprio regno agli apostoli. Si tratta della stessa autorità regale di cui l’angelo annunciò alla Madre di Gesù: «Il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine» (1,32-33). Queste parole garantiscono che il sacerdozio della Nuova Alleanza venga tramandato per sempre dagli apostoli a cui è stato affidato.

Lo Spirito Santo aveva bisogno di una conoscenza tacita per orientare, inconsapevolmente, i sensi dei fedeli verso la liturgia eucaristica preparata da Gesù, affinché essi potessero ricevere un simile sacerdozio della Nuova Alleanza. Per questo motivo è stato predisposto l’Apocalisse di Giovanni. Tale formazione è strutturata in modo tale da distinguere radicalmente le «informazioni umane» – che costituiscono il principale ostacolo nell’avvicinarsi alla liturgia eucaristica – attraverso l’inserimento quotidiano in un ciclo che ripete le sette profezie (vedi figura sottostante). Inoltre, le sette beatitudini guidano i fedeli affinché possano porre la liturgia eucaristica al centro della loro vita quotidiana e riconoscere il cammino che conduce ad essa come il concreto «cammino di Gesù». Come annuncia la prima beatitudine (cfr. Ap 1,3), la formazione dell’Apocalisse può diventare una conoscenza implicita che, attraverso stimoli sensoriali, suscita inconsciamente segnali o comandi per spingere all’azione che conduce lungo il «cammino di Gesù». Ciò avviene perché l’Apocalisse allude al contenuto del Nuovo Testamento, profetizza sia il suo compimento come canone sacro, sia il compimento della liturgia eucaristica. 

Il popolo dell’Antica Alleanza aveva ricevuto il sacerdozio, che consisteva nell’offrire ripetutamente sacrifici e intercedeva per il popolo, affinché esso potesse continuare a vivere in comunione con il Dio santo. Tuttavia, il popolo, nutrendo dubbi sull’affidabilità di coloro ai quali era stato affidato il sacerdozio, chiese a Dio un re e ripose tutte le proprie speranze nel re che gli era stato dato. Col tempo, il re e il popolo alzarono la voce per chiedere il Salvatore. I Salmi furono il punto di riferimento che, inconsapevolmente univa in una sola voce quella del re e quella del popolo e permetteva loro di mantenere la comunione con Dio, continuando a riporre la speranza nel futuro Salvatore. Pertanto, non ha alcun senso utilizzare l`Antico Testamento come libro di formazione per i fedeli di oggi, che hanno già ricevuto il sacerdozio della Nuova Alleanza e stanno adoperando per portare a compimento la liturgia eucaristica in vista del Regno di Dio. Sebbene sia necessario far conoscere l’Antico Testamento, quando opportuno, come parte della formazione dei fedeli, non si deve però impartire una formazione tale da imprimere tali contenuti nella memoria dei fedeli, come ammonisce Gesù in Lc 5,36-39. 

Il sacerdozio della Nuova Alleanza, conferito da Gesù agli apostoli contemporaneamente all’istituzione dell’Eucaristia con le parole «Fate questo in memoria di me», in unione con lo Spirito Santo inviato nel nome di Gesù, attualizza la scena dell’Ultima Cena in cui Gesù era presente. Ciò avviene per dare continuità all’opera di Gesù, il quale, dopo aver espiato tutti i peccati dell’umanità con una sola morte, discese negli inferi per salvare le anime di coloro che, a causa del peccato, soffrivano anche dopo la morte (cfr. Mt 27,51-53). La Lettera di Pietro lo trasmette come segue:

 «Perché anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito. E nello spirito andò a portare l'annuncio anche alle anime prigioniere, che un tempo avevano rifiutato di credere, quando Dio, nella sua magnanimità, pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l'arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell'acqua» (1 Pt 3,18-20).

 Ancora oggi sono moltissime le persone che muoiono come coloro che «avevano rifiutato di credere, quando Dio, nella sua magnanimità, pazientava». Come dice Pietro: «per ricondurvi a Dio», anche noi credenti non facciamo certo eccezione. La liturgia eucaristica è, per sua essenza, un atto di riunione attorno alla mensa, come disse Gesù: «perché mangiate e beviate alla mia mensa nel mio regno...». Tuttavia, fino a quando quel giorno non arriverà, noi credenti, pur sedendo alla  del Signore, continuiamo a stare ai piedi della Sua croce, affinché, ricevendo la Santa Comunione, possiamo offrire a Cristo l’occasione di recarsi presso gli spiriti prigioneri per predicare loro il Vangelo. 

La croce di San Damiano, incontrata da San Francesco d’Assisi – di cui abbiamo parlato anche in questo blog – ne è la testimonianza più eloquente. Il motivo che circonda la croce di Gesù, simile a un bordo di pizzo bianco, si interrompe ai piedi di Gesù, suggerendo che la storia continui oltre quel punto. Ciò suggerisce che la liturgia eucaristica non sia dedicata solo alla comunità riunita in chiesa, ma sia offerta verso la mensa attorno alla quale si siedono le persone di tutto il mondo. Tra queste ci saranno sicuramente anche coloro che, a causa della nostra mancanza di zelo nell’annunciare il Vangelo, dovranno attendere anche dopo la morte. Nello sguardo di Gesù, che dalla croce osserva lontano, è racchiusa la seguente parola: 

«Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore» (Gv 10,14-16). 

Maria K. M.


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