Rivelazione di Gesù Cristo, al quale Dio la consegnò per mostrare ai suoi servi le cose che dovranno accadere tra breve. Ed egli la manifestò, inviandola per mezzo del suo angelo al suo servo Giovanni, il quale attesta la parola di Dio e la testimonianza di Gesù Cristo, riferendo ciò che ha visto. (Apocalisse 1:1-2)

 2026/08/17


261. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: «Da me, io non posso fare nulla»

«Da me, io non posso fare nulla. Giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato» (Gv 5,30). Qui è presente una immagine dell’Eucaristia. Nel capitolo 6, in cui Gesù afferma: «Io sono il pane della vita» (6,35), Egli non solo riprende il tema esaminato la volta scorsa, ma aggiunge anche: «Perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato» (6,38). Ha quindi portato avanti il discorso, passando dal «cerco la volontà» al «fare la volontà». E ha chiarito: «E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell'ultimo giorno» (6,39). 

Queste parole si ricollegano a quelle di Giovanni 18: «Perché si compisse la parola che egli aveva detto: "Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato"» (Gv 18,9). In quel momento e in quella circostanza, Gesù non doveva perdere neppure uno degli apostoli. Infatti, mediante l’istituzione dell’Eucaristia e le parole con cui comandò di continuarne la celebrazione, Gesù conferì loro il sacerdozio della Nuova Alleanza e affidò loro la regalità. Essi avrebbero così collaborato con lo Spirito Santo, continuando a rendere presente nel mondo l’Eucaristia, che raccoglie e prolunga l’opera di Gesù; avrebbero inoltre pasciuto, curato e servito la Chiesa, che genera sacerdoti (cfr. 21,15-19). In questo modo, essi si pongono al servizio dei viventi. L’Eucaristia salva tutte le anime, sia dei vivi che dei morti. Questo perché, dall’Eucaristia sgorga la forza di Gesù che, unita alla forza con cui il Padre attira a sé, attira a sé tutti gli uomini dalla croce. 

In questo modo, le parole del capitolo 6 «Non ho perduto nessuno» si collegano alla scena del capitolo 18 e richiamano in modo particolare l’immagine dei morti. Ancora oggi, si ritiene che le persone morte nell’ignoranza e in attesa nell’Oltretomba siano di gran lunga più numerose di quelle invitate sulla via della salvezza mentre erano in vita. Tra loro vi sono anche coloro che sono morti senza accettare la morte. Le anime di queste persone, che vagano come spiriti maligni, cercano quindi la morte e tentano di possedere i vivi. Desiderano rivivere la morte insieme a loro per essere salvate. Tuttavia, chi è posseduto da uno spirito maligno soffre a causa dei conflitti straordinari che si verificano in lui. Questo perché anche in quella persona esiste una dimensione spirituale in cui Dio ha soffiato l’«alito di vita». 

Per salvare le persone da tale sofferenza, Gesù ha conferito ai suoi discepoli il potere di scacciare gli spiriti maligni. E Gesù stesso, che era sia Dio che uomo, in questa vita si limitò a scacciare gli spiriti maligni, senza salvarli. In questo modo ha dimostrato che ciò è impossibile per l’uomo. Gesù è morto come uomo ed è risorto, testimoniandoci la vita eterna. Ma non solo. In questo modo ha operato una seconda incarnazione, quella dell’Eucaristia, e aveva deciso di attirare a sé e salvare anche gli spiriti di coloro che erano diventati demoni. Il luogo in cui ciò avverrà è l’Armageddon descritto nell’Apocalisse (cfr. Ap 16,12-16; 20,7-10). Gesù stava per attuare il piano perfetto di Dio, secondo il quale, senza perdere nemmeno uno di coloro che il Padre gli aveva dato, li avrebbe risuscitati nel giorno del giudizio. 

Per questo disse a coloro che erano in vita: «Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno» (Gv 6,40). Il Padre desidera che le persone viventi, mentre sono ancora in vita, accolgano Gesù, credano nel suo nome e prendano coscienza di aver ricevuto la vita eterna. Il Cristo eucaristico si dona a noi perché la riceviamo e possiamo sperimentare concretamente il desiderio del Padre. È proprio questa esperienza che, dopo la conclusione della celebrazione eucaristica con la benedizione e il mandato, esercita su di noi una grande forza di attrazione: anche mentre ci incamminiamo verso la vita quotidiana, essa ci attira nuovamente al luogo della Messa, alla presenza dell’Eucaristia. 

Ci rivolgiamo alla vita quotidiana perché lì lo Spirito Santo ci attende, pronto a collaborare con noi. Collaborando con noi nella vita quotidiana, lo Spirito Santo opera, per così dire, un terzo mistero dell’Incarnazione, e in noi si manifesta l'immagine e somiglianza di Dio. E mentre diffondiamo il Vangelo di Gesù, quando il nostro spirito si separerà dal corpo, Egli sarà con noi e ci eleverà fino al luogo della Messa celeste. Come è scritto negli Atti degli Apostoli: «Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all'improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro» (At 2,1-3), lo Spirito Santo, mandato nel nome di Gesù, dimora su ciascuno di noi credenti. 

Come testimoniato da Gesù, la possibilità di realizzare la volontà del Padre — «io lo risusciterò nell'ultimo giorno» — dipende da quanto siamo consapevoli di essere coloro che, guardando il Figlio, credono e ottengono la vita eterna, e da quanto riusciamo a interiorizzare questa consapevolezza. Per questo motivo il credente è colui che desidera ardentemente ricevere l’Eucaristia per la propria salvezza. Ma noi, come credenti, conosciamo davvero ciò che desideriamo e cerchiamo di esprimerlo sinceramente e di realizzarlo? Gesù sapeva che la gente di quel tempo, pur vedendo le sue opere, non avrebbe creduto. 

Maria K. M.


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