Rivelazione di Gesù Cristo, al quale Dio la consegnò per mostrare ai suoi servi le cose che dovranno accadere tra breve. Ed egli la manifestò, inviandola per mezzo del suo angelo al suo servo Giovanni, il quale attesta la parola di Dio e la testimonianza di Gesù Cristo, riferendo ciò che ha visto. (Apocalisse 1:1-2)

 2026/08/31


263. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: «Io sono il pane della vita»

Nel capitolo 5 del Vangelo di Giovanni, Gesù dice: «Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi accogliete; se un altro venisse nel proprio nome, lo accogliereste. E come potete credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene dall'unico Dio?» (Gv 5,43-44). Queste parole di Gesù sono rivolte proprio a noi credenti di oggi. Che cos’è dunque quella «gloria che viene dall’unico Dio» che noi credenti siamo esortati a cercare in Gesù? Gesù, fino ad arrivare al capitolo 6 del Vangelo di Giovanni, trascorse circa un anno con i discepoli, formandoli (cfr. Gv 2,13; 6,4). Nel capitolo 6 i discepoli vivono l’esperienza più importante relativa al sacerdozio della Nuova Alleanza. Anche a noi credenti, che abbiamo esaminato insieme i capitoli da 1 a 5, viene chiesto di comprendere ciò che essi hanno vissuto. Ci sono tre punti chiave. 

Il primo punto è la parola di Gesù: «Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo» (Gv 6,27). A testimoniare queste parole di Gesù – «su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo» – è stato Giovanni Battista (cfr. 1,32-34). Ciò significa che lo Spirito Santo è disceso su Gesù, che è al tempo stesso Dio e uomo, e costituisce una testimonianza della Pentecoste. Pertanto, la «gloria che viene dall’unico Dio», che qui ci viene esortato a cercare come credenti, consiste nel vivere la quotidianità in collaborazione con lo Spirito Santo, proprio come ha fatto Gesù. 

Il secondo punto è la testimonianza di Gesù: «Perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell'ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno» (Gv 6,38-40). Qui si parla dell’opera del Santissimo Sacramento che salva sia i vivi che i morti. La «gloria che viene dall’unico Dio», che qui ci viene esortato a ricercare come credenti, consiste nel ricevere il Santissimo Sacramento affinché esso possa operare. 

Il terzo punto è la testimonianza di Gesù, che disse: «Io sono il pane della vita» (Gv 6,48) e e testimoniò: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita» (6,53). Il fatto che l’evangelista Giovanni abbia aggiunto la nota: «Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafàrnao» (6,59), serviva a chiarire che Gesù aveva pronunciato pubblicamente queste parole nella sinagoga. La «gloria che viene dall’unico Dio» che qui ci viene esortato a ricercare come credenti, consiste nel proclamare pubblicamente, anche noi credenti durante la messa, che il Santissimo Sacramento è Gesù Cristo proprio, seguendo l’esempio di Gesù che dichiarò pubblicamente nella sinagoga che il pane e il vino erano la propria carne e il proprio sangue. Questo ci viene indicato nel Vangelo in tre modi. 

Il primo è quando, dopo che molti dei discepoli che ascoltavano le parole di Gesù se ne erano andati, Gesù chiese ai dodici discepoli rimasti: «Volete andarvene anche voi?» (Gv 6,67). Simone Pietro rispose così: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (6,68-69). Queste parole, che Gesù non aveva insegnato, uscirono dalla bocca di Pietro perché egli agiva in collaborazione con lo Spirito Santo. Simone Pietro rispose per opera dello Spirito Santo. 

Il secondo caso si trova sempre nel Vangelo di Giovanni, quando Gesù, guidando Marta, le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?» (Gv 11,25-26). Marta rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo» (11,27). Marta rispose per mezzo di Gesù.

 Il terzo episodio si trova nel Vangelo secondo Matteo, quando Gesù chiese ai suoi discepoli: «Ma voi, chi dite che io sia?» (Mt 16,15). Simone Pietro rispose: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (16,16). Gesù disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli» (16,17). Simone Pietro rispose per volontà del Padre. 

In questi tre dialoghi sono coinvolti rispettivamente il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Ciò che qui merita attenzione è che la risposta di Marta, guidata da Gesù, e quella di Simone Pietro, rivelata dal Padre, sono identiche. Non si tratta di una coincidenza, ma corrisponde esattamente a quanto disse Gesù: «Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10,30). Pertanto noi credenti dobbiamo dichiarare pubblicamente, con le parole: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» e «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» dobbiamo dichiarare pubblicamente che il Santissimo Sacramento è Gesù Cristo. Tuttavia, ciò non è ancora diventato realtà. Ho la sensazione che Gesù stia dicendo alla nostra Chiesa: «Io ho schiacciato la testa del serpente. Voi dovete rigenerare il calcagno ferito, poiché è quello che io ho lavato». 

Maria K. M.

È stato pubblicato un nuovo articolo sul blog Il Vento di Patmos. Si tratta della traduzione di un articolo che ho inviato e che è stato pubblicato sulla rivista online giapponese Catholic Ai.



 2026/08/24


262. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: la via all'albero della vita

Gesù, essendo Dio, sapeva che le persone di quel tempo non avrebbero creduto nemmeno vedendo le sue opere. Questo perché vivevano nel mondo dei libri profetici e dei Salmi, piuttosto che seguire Mosè. Per questo Gesù disse: «Vi è già chi vi accusa: Mosè, nel quale riponete la vostra speranza» (Gv 5,45).
 
Tra i comandamenti dati da Dio a Mosè vi sono quelli relativi a come un re debba essere scelto nel caso in cui il popolo ne richiedesse uno, e a come debba comportarsi colui che, essendo stato scelto dal popolo, diventa re. In particolare, il comandamento «Non dovrà avere un gran numero di mogli, perché il suo cuore non si smarrisca; non abbia grande quantità di argento e di oro» (Dt 17,17) era molto severo per i re di allora. E così, nei Salmi nel loro insieme è intessuto il rimpianto dei re che, avendo disobbedito a tali comandamenti, non furono capaci di guidare il popolo verso Dio. Gli inni di lode e di ringraziamento offerti a Dio sulla base di quel lamento, risuonano come grida di supplica, proprio per il loro sapore unico, sono ancora oggi molti coloro che si identificano con quella voce e ne rimangono affascinati. Il popolo dell’Antico Testamento interpretava la Legge di Mosè e i libri profetici, intonando i Salmi, all’interno di una finzione in cui un re di quel tipo sarebbe sorto nuovamente per salvare il popolo. 

Inoltre, le espressioni dei Salmi che uscivano dalle labbra dei re i quali avevano preso molte mogli, lasciandosi sviare il proprio cuore, e avevano accumulato per sé stessi grandi quantità di argento e oro invitavano il popolo, che non era riuscito a instaurare un rapporto padre-figlio con Dio, a gustare l’esperienza del giorno delle nozze. Col tempo, tra il popolo si diffuse l’abitudine di paragonare il rapporto tra Dio e il popolo a quello tra lo sposo (marito) e la sposa (moglie). Attratti da tali inclinazioni e assaporandole all’interno di quella finzione, l’uomo cade nell’illusione che quella sensazione sia qualcosa di altamente spirituale. Così, quando senza rendersene conto matura, nel rapporto con Dio un particolare senso di parità, i desideri propri dell’uomo, creato con l'immagine e somiglianza di Dio, si trasformano in desideri di livello superiore. Si tratta di bisogni quali il bisogno di appartenenza, il bisogno di riconoscimento e il bisogno di autorealizzazione, che talvolta si manifestano come desiderio di dominare e controllare il prossimo. Da ciò nascono conflitti incessanti. Non è un caso che, dopo il digiuno di quaranta giorni che Gesù osservò prima di iniziare la sua vita pubblica, Gesù sia stato tentato dal diavolo, il quale cercò di sedurlo citando i Salmi. Questo perché nei Salmi esiste anche una tale tendenza. Gesù, invece, rispose attingendo al libro di Mosè, il Deuteronomio (cfr. Mt 4,1-11). 

Gesù è venuto nel mondo, facendosi uomo, portando con sé, dal Padre, il sacerdozio della Nuova Alleanza, per perdonare i peccati e portare a compimento la Legge. All’inizio della sua vita pubblica, dopo aver letto il libro di Isaia che gli era stato consegnato nella sinagoga, si rivelò chiaramente dicendo: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4,21). E dopo la risurrezione, apparve ai discepoli in cammino verso Emmaus, «cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (24,27). In questo modo, Gesù utilizzò l’Antico Testamento «per rendere testimonianza di sé stesso», al fine di rivelare e portare a compimento il piano di Dio che si era sviluppato nel corso della lunga storia. Per questo Gesù disse: «Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna: sono proprio esse che danno testimonianza di me. Ma voi non volete venire a me per avere vita» (Gv 5,39-40). Gesù sta dicendo che, poiché egli è venuto, non c’è più bisogno di cercarlo nell’Antico Testamento. 

Gesù disse: «Voi avete inviato dei messaggeri a Giovanni ed egli ha dato testimonianza alla verità» (Gv 5,33). Con queste parole, ricordò loro che Giovanni Battista, nato in una famiglia di sacerdoti legittimi e che parlava come profeta, era per loro come una lampada che ardeva e risplendeva, e che essi si rallegravano della sua luce. Giovanni il Battista testimoniò che Gesù era l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo, che lo Spirito Santo era disceso su di lui e che era colui che battezzava con lo Spirito Santo, nonché il Figlio di Dio (cfr. 1,29-34). Egli rese testimonianza alla verità. Gesù proseguì dicendo: «Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni» (5,36). La «testimonianza superiore a quella di Giovanni» era la testimonianza sulla vita che va oltre la verità, la testimonianza della vita che conduce al Padre, quando Gesù disse: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (14,6). 

Le parole di Gesù sono la via che conduce all’«albero della vita», che Dio aveva chiuso nella Genesi. Attraverso la verità che è in esse contenuta, esse mettono l’uomo in comunione con l` «alito di vita» (Gn 2,7) che Dio gli aveva infuso in lui, lo risvegliano alla vita di Dio e lo rendono capace di vivere davanti a Dio. Esse fanno così rianimare la sfera dello spirito dell’uomo. Tutto ciò costituisce il mistero del Regno di Dio (il Regno dei Cieli) relativo alla vita eterna, che non si può comprendere se non si esamina il Nuovo Testamento. Pertanto, le parole della Genesi, secondo cui «Scacciò l'uomo e pose a oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada guizzante, per custodire la via all'albero della vita» (Gn 3,24), trovano la loro realizzazione nella struttura del Nuovo Testamento. Anche oggi i quattro Vangeli, che custodiscono la parola di Gesù, che è la «via all'albero della vita», possono essere paragonati ai cherubini (cfr. Ap 4,6-8). Inoltre, gli insegnamenti contenuti negli Atti degli Apostoli e nelle varie epistole sono la «fiamma della spada guizzante». Infine, l’opera dei Salmi, che riempiva e affascinava la memoria del popolo dell’Antico Testamento, è stata sostituita dall’Apocalisse. 

L’Apocalisse descrive come i vari libri del Nuovo Testamento siano collegati tra loro e svolgano una funzione unica, facendo penetrare nell’inconscio dei credenti – che ogni giorno li leggono e li ascoltano – quelle verità che la coscienza umana non è in grado di cogliere, trasformandole in conoscenza tacita e preparandoli a collaborare con lo Spirito Santo. Tutti i nuovi metodi di formazione introdotti dal Nuovo Testamento sono stati preparati da Gesù a costo della propria vita per i credenti e per lo Spirito Santo, inviato nel suo nome. Purtroppo noi credenti non sappiamo ancora sfruttare appieno questo tesoro. Anzi, continuiamo a cercare l’immagine di Gesù nell’Antico Testamento, che testimonia di Lui, e riponiamo piena fiducia nei Salmi. Pertanto, le seguenti parole che Gesù rivolse ai Giudei sono rivolte anche a noi, che non ci sforziamo di ottimizzare la nostra memoria per la nuova formazione del Nuovo Testamento. 

«Io non ricevo gloria dagli uomini. Ma vi conosco: non avete in voi l'amore di Dio. Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi accogliete; se un altro venisse nel proprio nome, lo accogliereste» (Gv 5,41-43). 

Maria K. M.


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