2026/05/18
248. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: il Padre Nostro e le sette beatitudini VI
Come si legge nell’Apocalisse: «Io, tutti quelli che amo, li rimprovero e li educo. Sii dunque zelante e convèrtiti» (Ap 3,19), così, nella Liturgia della Parola, le parole di Gesù, resa viva dallo Spirito Santo, diventa una spada affilata che trafigge la memoria dei fedeli, recide le «informazioni umane» che vi si sono sedimentate e permette loro di contemplarle, distinguendole da se stessi. Inoltre, l’omelia del sacerdote che, facendosi bocca, mani e piedi dello Spirito Santo, lo segue docilmente e celebra la Messa in collaborazione con lui, svuotato di sé, si trasforma negli «eserciti del cielo» (19,14) e incalza ulteriormente i fedeli affinché ricordino di possedere la dignità e la vocazione di figli di Dio. In questo modo, le grazie che la Liturgia della Parola dona all’interno della celebrazione eucaristica richiamano l’episodio del Vangelo di Giovanni in cui Gesù lavò i piedi dei suoi discepoli durante l’Ultima Cena.
Il Vangelo di Giovanni inizia il racconto di Gesù che lava i piedi ai suoi discepoli affermando: «Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine» (Gv 13,1). L'espressione «prima della festa di Pasqua» è qui utilizzata per sottolineare che questo evento differisce dal giorno dell'istituzione dell'Eucaristia, che i Vangeli sinottici riportano all'unanimità come avvenuto «Il primo giorno degli Azzimi». Ciò dimostra che l'atto di Gesù che lava i piedi ai suoi discepoli avvenne prima dell'istituzione dell'Eucaristia. Di conseguenza, nella celebrazione eucaristica della Chiesa si rendono presenti, una dopo l’altra, le due dimensioni dell’Ultima Cena del Signore: prima attraverso la Liturgia della Parola, e poi attraverso la Liturgia Eucaristica, che culmina nel Rito della Comunione. Attraverso queste due mense del Signore manifestate nella Messa, i fedeli sperimentano la pienezza della Nuova Alleanza. È il luogo in cui otri nuovi vengono riempiti di vino nuovo.
Noi, la Chiesa, siamo veramente il popolo che ha ricevuto il sacerdozio della Nuova Alleanza. Gesù, istituendo l'Eucaristia, ha conferito il sacerdozio della Nuova Alleanza ai discepoli che aveva scelto e reso Apostoli, e ha affidato loro la sua regalità affinché fosse tramandata. Inoltre, Gesù risorto soffiò lo Spirito Santo sui discepoli e concesse loro il potere di perdonare i peccati. Essi, che portavano dentro il peso della colpa di non aver saputo affrontare la passione e la morte di Gesù, gioirono nel vedere Gesù risorto che venne e si fermò in mezzo a loro, dicendo: «Pace a voi!» (Gv 20,19), e mostrò loro le sue mani e il suo costato. Poi Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi!». In questo modo permise loro di sperimentare che la pace nasce quando si sente veramente che i propri peccati sono stati perdonati, accompagnata dalla gioia di essere perdonati. Gesù continuò: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» (20,21).
Gesù ricordò ai suoi discepoli, ai quali stava conferendo l’autorità di perdonare i peccati, che egli stesso aveva continuato a perdonare i peccati per tutta la vita fino alla morte, e comandò loro di seguire il suo esempio. Pertanto, le parole di Gesù: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati» (Gv 20,22-23), erano severe. Questo perché «A coloro a cui perdonerete i peccati» significa che il perdono è esteso non solo ai credenti, ma a tutte le persone nel mondo. Non deve accadere che i peccati rimangano non perdonati sulla terra. In questo modo, la nostra Chiesa ha ereditato l’autorità di perdonare i peccati attraverso la successione apostolica e ne ha portato il peso. Questo perché la gioia e la pace che si trovano tra i credenti derivano dalla consapevolezza di essere stati perdonati da Gesù.
Di fronte a questa autorità, i credenti che cercano il sacramento della Riconciliazione hanno una chiara consapevolezza dei propri peccati. Quando invece recitano la quinta domanda del Padre Nostro — «Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori» — nella maggior parti dei casi i credenti non hanno una chiara coscienza del proprio peccato, oppure ne hanno una percezione vaga. Eppure ricordano qualcosa che li turba. È la possibilità di peccare in futuro. Se le «informazioni umane» rimangono aggrappate alla memoria senza essere eliminate, alla fine attireranno vari desideri. E quando quei desideri si trasformano in azioni, diventano «l’opera dell’uomo», molte delle quali conducono al peccato. Pertanto, la quinta domanda del Padre Nostro, «Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori», è una supplica per il perdono dei peccati a nome di tutti i credenti e di tutte le persone.
Quando la Liturgia Eucaristica passa al Rito della Comunione, nessun credente recita il Padre Nostro davanti all’Eucaristia con un atteggiamento di vaghezza o di ambiguità. Sono come Pietro, il quale, quando Gesù camminò sul lago verso la barca dei discepoli, chiese a Gesù di comandargli di camminare sull’acqua e di venire da lui. Il Vangelo dice: «Ed egli disse: "Vieni!". Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s'impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: "Signore, salvami!". E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: "Uomo di poca fede, perché hai dubitato?"» (Mt 14,29–31). Non è un vento forte, ma la parola di Gesù che ci spoglia delle «informazioni umane». Durante la Liturgia della Parola, non dobbiamo aver paura quando vediamo cadere le nostre «informazioni umane» che gli era attaccato addosso, ma piuttosto imparare a distinguerle da noi stessi.
Noi credenti sappiamo che l’Eucaristia ci attende, proprio come Gesù tese immediatamente la mano e afferrò Pietro spaventato. È proprio per questo che non mi stanco mai di sottolineare, più e più volte, la beatitudine e l’importanza per noi credenti di chiamare la Santa Eucaristia che riceviamo «il Messia, il Figlio di Dio, Gesù», per collegare l’Eucaristia a quel nome e imprimere questo nella nostra memoria, e di ricevere l’Eucaristia che ci viene consegnata dal sacerdote saldamente nelle nostre mani. L’Eucaristia è la mano stessa di Gesù tesa per salvarci. Se noi credenti rimaniamo inconsapevoli di questo, sarà difficile per noi persino immaginare la quinta beatitudine dell’Apocalisse: «Beati e santi quelli che prendono parte alla prima risurrezione. Su di loro non ha potere la seconda morte, ma saranno sacerdoti di Dio e del Cristo, e regneranno con lui per mille anni» (Ap 20,6).
Maria
K. M.







