Rivelazione di Gesù Cristo, al quale Dio la consegnò per mostrare ai suoi servi le cose che dovranno accadere tra breve. Ed egli la manifestò, inviandola per mezzo del suo angelo al suo servo Giovanni, il quale attesta la parola di Dio e la testimonianza di Gesù Cristo, riferendo ciò che ha visto. (Apocalisse 1:1-2)

 2026/05/04

246. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: Il Padre Nostro e le sette beatitudini IV

La quarta richiesta del Padre Nostro, «Dacci oggi il nostro pane quotidiano», come abbiamo visto l’ultima volta, è anche una preghiera in cui i credenti chiedono l’adempimento delle parole che Dio annunciò ad Adamo: «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai!» (Gen 3:19). I credenti assistono all’adempimento di quella preghiera quando prendono parte alla quarta beatitudine, come riportato nell’Apocalisse: «Allora l'angelo mi disse: "Scrivi: Beati gli invitati al banchetto di nozze dell'Agnello!". Poi aggiunse: "Queste parole di Dio sono vere"» (Ap 19,9). Immediatamente prima di questa quarta beatitudine nell’Apocalisse, leggiamo: «Rallegriamoci ed esultiamo, rendiamo a lui gloria, perché sono giunte le nozze dell'Agnello; la sua sposa è pronta: le fu data una veste di lino puro e splendente". La veste di lino sono le opere giuste dei santi» (19,7–8). 

La «sposa» che si è pronta in questo passo è il sacerdozio della Nuova Alleanza, che è nascosto in modo speciale nella memoria del sacerdote. Le «opere giuste dei santi» con cui è rivestito il sacerdozio della Nuova Alleanza rappresentano le azioni del sacerdote che, in quanto “paraninfo” dello Spirito Santo mandato nel nome di Gesù, lo Sposo, si fa bocca, mani e piedi dello Spirito Santo, lo segue con cuore disinteressato, collabora con Lui per celebrare la Messa. È qui che nasce l’Eucaristia. Il sacerdote e la congregazione presenti saranno testimoni di tutto questo. Poiché sono loro le persone che hanno ricevuto il sacerdozio della Nuova Alleanza. Così, l’autore, rendendosi conto della beatitudine di «gli invitati al banchetto di nozze dell'Agnello,» ne fu così commosso che cercò di adorare l’angelo e si prostrò ai suoi piedi. Ma l'angelo disse: «Guàrdati bene dal farlo! Io sono servo con te e i tuoi fratelli, che custodiscono la testimonianza di Gesù. È Dio che devi adorare. Infatti la testimonianza di Gesù è lo Spirito di profezia» (Ap 19,10). 

Con le parole dell’angelo: «te e i tuoi fratelli, che custodiscono la testimonianza di Gesù,», si riferisce agli Apostoli e ai loro successori, che conservano nella memoria le parole dell’istituzione dell’Eucaristia e il sacerdozio della Nuova Alleanza da Lui conferito, ereditandone l’autorità attraverso la regalità affidata loro da Gesù. Queste parole, che Gesù ha conferito agli Apostoli insieme al sacerdozio della Nuova Alleanza, sono attinte dalla loro memoria dallo Spirito Santo – che diventa lo spirito della profezia – e sono rese reali attraverso la Sua opera con loro. In quel momento, essi, come l’angelo, diventano servitori dello Spirito Santo, che è Dio. Questa beatitudine rivela che una struttura profonda e fondamentale è intessuta nell’espressione umana e semplice della preghiera: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano». Ciò è implicito nella frase della quarta beatitudine che segue: «Queste parole di Dio sono vere.» Quando le parole dell’angelo terminarono, lo scrittore proseguì con la seguente descrizione. 

«Poi vidi il cielo aperto, ed ecco un cavallo bianco; colui che lo cavalcava si chiamava Fedele e Veritiero: egli giudica e combatte con giustizia. I suoi occhi sono come una fiamma di fuoco, ha sul suo capo molti diademi; porta scritto un nome che nessuno conosce all'infuori di lui. È avvolto in un mantello intriso di sangue e il suo nome è: il Verbo di Dio. Gli eserciti del cielo lo seguono su cavalli bianchi, vestiti di lino bianco e puro. Dalla bocca gli esce una spada affilata, per colpire con essa le nazioni. Egli le governerà con scettro di ferro e pigerà nel tino il vino dell'ira furiosa di Dio, l'Onnipotente. Sul mantello e sul femore porta scritto un nome: Re dei re e Signore dei signori» (Ap 19,11–16). 

Questa descrizione riguarda lo Spirito Santo e l’Eucaristia. Appare un cavallo bianco, e colui che vi sta in sella è chiamato Fedele e Veritiero, perché Gesù disse dello Spirito Santo: «Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future» (Gv 16,13). Egli giudica e combatte con giustizia affinché «quando sarà venuto, dimostrerà la colpa del mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio» (16,8) e affinché «il principe di questo mondo è già condannato» (16,11). Si legge che i suoi occhi sono come una fiamma di fuoco, che porta molti diademi sul capo e che su di lui è inciso un nome che nessuno conosce tranne lui stesso; questo perché lo Spirito Santo è invisibile alle persone di questo mondo. 

Ciononostante, poiché è scritto che egli è vestito di un mantello intriso di sangue ed è chiamato «il Verbo di Dio», i credenti ricordano che nella scena della Passione, quando  Gesù fu rivestito di una veste scarlatta (cfr. Mt 27,28–29), e che Gesù disse: «Egli mi glorificherà, perché prenderà ciò che è mio e ve lo annuncerà» (Gv 16,14) . Il fatto che il suo nome sia «il Verbo di Dio» deriva dal fatto che lo Spirito Santo è mandato nel nome di Gesù, per dare vita al Verbo e per adempiere ciò di cui Gesù ha reso testimonianza. Così, gli eserciti del cielo, vestite di lino bianco e puro, seguivano lo Spirito Santo su cavalli bianchi. Questi sono i sacerdoti che seguono lo Spirito Santo, diventando la Sua bocca, le Sue mani e i Suoi piedi, e che, con cuore altruista, collaborano con lo Spirito Santo per celebrare la Messa. La Parola, resa viva dallo Spirito Santo, è una spada affilata. Le “nazioni” che essa colpisce sono le “informazioni umane” che sono penetrate in profondità nei cuori delle persone. 

Poi, l’espressione secondo cui egli stesso, «Egli le governerà con scettro di ferro», allude al Corpo di Cristo. Questa frase è infatti tratta dal capitolo 12 dell'Apocalisse: «Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e verso il suo trono» (Ap 12,5). Questa descrizione segue la scena in cui «Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle» (12,1). Come abbiamo già discusso in questo blog, questa «una donna» rappresenta il sacerdozio della Nuova Alleanza, raffigurato nell’immagine della Madre di Gesù. Pertanto, la donna che «Essa partorì un figlio maschio» sono gli Apostoli (sacerdoti) che lo conservano nella memoria, e il bambino che è stato «rapito verso Dio e verso il suo trono» è il Corpo di Cristo. 

L'affermazione che «pigerà nel tino il vino dell'ira furiosa di Dio, l'Onnipotente» deriva dalle parole di Gesù: «Questo è il mio sangue dell'alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati» (Mt 26,28). «Il vino» si riferisce al Sangue di Gesù. Il passo successivo, «Sul mantello e sul femore porta scritto un nome: Re dei re e Signore dei signori,» si riferisce al nome della Santa Eucaristia. «Re dei re» suggerisce l’Unto, il Messia, mentre «Signore dei signori» suggerisce il nome di Gesù, il Figlio di Dio. L’Eucaristia ha un nome, e quel nome è «Gesù, il Messia, il Figlio di Dio». 

Queste cose suggeriscono che, in mezzo alla beatitudine di «gli invitati al banchetto di nozze dell'Agnello», noi credenti siamo in grado di chiamare il nome dell’Eucaristia che riceviamo «Gesù, il Messia, il Figlio di Dio». Infatti, invocare quel nome davanti a «Dio con noi» (Mt 1,23) è il desiderio ardente di ogni cristiano. E quando i credenti, alla presenza dell’Eucaristia, invocano «Gesù, il Messia, il Figlio di Dio» e ascoltano quella voce, è come se scrivessero quel nome nei propri ricordi. Ecco perché l’angelo disse allo scrittore: «Scrivi: Beati gli invitati al banchetto di nozze dell'Agnello!» 

Maria K. M.


 2026/04/27


245. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: Il Padre Nostro e le sette beatitudini III

Gesù disse a Cafarnao alla folla che lo aveva seguito: «Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo» (Gv 6,27). Queste parole non furono comprese dalla folla di allora. Eppure ora sappiamo che Gesù ha adempiuto ciò che disse : «Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo. ... Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!» (6,33-35). Perciò noi, come Chiesa, ci sforziamo di vivere la nostra routine quotidiana, orientata verso la  Messa. 

Allenarsi a proclamare ogni giorno le parole profetiche dell’Apocalisse, come si beve l’acqua quotidianamente, e ad ascoltarne la voce, si sovrappone alla routine quotidiana dei fedeli orientata verso la Messa. La prima beatitudine dell’Apocalisse ha annunciato che è indispensabile continuare la formazione dell’Apocalisse, affinché il nome del Padre Celeste possa essere santificato nel profondo di ogni credente che partecipa alla Messa, che costituisce il cuore stesso del Regno di Dio portato da Gesù, e rivolgendosi a Dio come: «Padre nostro che sei nei cieli». Come dice l’Apocalisse: «il tempo infatti è vicino» (Ap 1,3), il tempo in cui noi credenti siamo con lo Spirito Santo, mandato nel nome di Gesù, e operiamo insieme a Lui è «ora». È per questo che la preghiera «Venga il tuo regno» acquista tutta la sua serietà. E, pur riconoscendo che stiamo percorrendo il cammino della nostra routine quotidiana verso la Messa con lo Spirito Santo, preghiamo: «Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra».

Queste invocazioni, che sorgono lungo il cammino della routine quotidiana verso la Messa, spingono i fedeli a pronunciare la preghiera fiduciosa: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano». Questa preghiera umana e semplice, la quarta invocazione del Padre Nostro, corrisponde alla quarta beatitudine dell’Apocalisse: «E l’angelo mi disse: “Scrivi questo: Beati coloro che sono invitati al banchetto delle nozze dell’Agnello”. E mi disse: “Queste sono parole vere di Dio.”» (Ap 19,9). Questa beatitudine rivela che dietro l’espressione umana e semplice della richiesta «Dacci oggi il nostro pane quotidiano» si cela una struttura profonda e fondamentale. Questo perché tale richiesta è una preghiera affinché si adempiano le parole che Dio predisse ad Adamo nella Genesi: «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai!» (Gen 3,19).

La Genesi afferma: «Allora il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente» (Gen 2,7). Inoltre, il racconto nel Vangelo di Giovanni in cui Gesù risorto «soffiò e disse loro: "Ricevete lo Spirito Santo» (Gv 20,22), chiarisce che il «soffio di Dio» è ciò che rende l’uomo un essere spirituale. L’uomo è stato creato a immagine di Dio ed è stato creato come uno a somiglianza di Dio, del quale Gesù disse: «Dio è spirito» (4,24). Gli esseri umani sono stati creati fin dall’inizio per diventare esseri spirituali. Dio predisse ad Adamo che avrebbe lavorato «con il sudore del tuo volto» per mangiare il pane fino alla morte del suo corpo fisico, e che sarebbe tornato ad essere un essere spirituale. Gesù nacque da una donna affinché questa predizione potesse applicarsi a tutti coloro che sarebbero nati da donne; ed Egli nacque come uomo per adempiere le parole dette ad Adamo. 

Il «cibo che rimane per la vita eterna» di cui parlò Gesù — «Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo» — è precisamente il «pane» che gli uomini, ai quali è stata affidata questa opera, guadagnano con il sudore del proprio volto. La frase «Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo» significa che il Padre Celeste ha posto un sigillo sull’uomo che opera in questo modo. È il sigillo dell’uomo che ha accolto le parole pronunciate in precedenza da Gesù: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera» (Gv 4,34). 

A quel tempo, solo gli Apostoli furono in grado, in ultima analisi, di accettare queste parole di Gesù (cfr. Gv 6,66-69). Il cibo «che il Figlio dell'uomo vi darà» significa «fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera». Ciò significa produrre «il cibo che rimane per la vita eterna» e distribuirlo alle persone in modo speciale. Lavorando insieme allo Spirito Santo inviato nel nome di Gesù, essi rendono reali le parole di Gesù: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!». Questa realtà divina si rinnova nella liturgia della Messa. Questo perché il sacerdozio della Nuova Alleanza, che Gesù conferì agli Apostoli insieme all’istituzione dell’Eucaristia, divenne una successione ininterrotta grazie al ministero regale che Gesù affidò loro. 

Lo Spirito Santo, mandato nel nome di Gesù, dà vita alle parole di Gesù lasciate sulla terra come Vangelo, rendendole vive. All’interno della Messa, il sacerdozio della Nuova Alleanza è nascosto in modo speciale nella memoria del sacerdote, che è l’«amico dello sposo» (Gv 3,29) dello Spirito Santo. Essi seguono lo Spirito Santo, diventando la Sua bocca, le Sue mani e i Suoi piedi. E la loro preghiera: «Perché diventino per noi il Corpo e il Sangue del Signore nostro Gesù Cristo», è ascoltata dal Padre (cfr. 16,23-24), generando l’Eucaristia. In mezzo a tutto questo, il sacerdote stesso e la congregazione, che assistono a tutto ciò, vedono l’adempimento della preghiera: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano». Essi partecipano alla quarta beatitudine, la beatitudine di «coloro che sono invitati al banchetto delle nozze dell’Agnello.» 

Maria K. M.


 2026/04/20


244. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: Il Padre Nostro e le sette beatitudini II

Riprendiamo la nostra precedente riflessione. I credenti che si rivolgono a Dio dicendo «Padre nostro che sei nei cieli» per poterlo fare con lo stesso cuore di Gesù e fare propria l`invocazione «sia santificato il tuo nome», trova nell`Apocalisse che, delle sue 22 capitoli di formazione, più della metà é dedicata proprio a questo scopo. Come indica la prima beatitudine — «Beato chi legge ad alta voce le parole della profezia, e beati coloro che ascoltano e che osservano ciò che vi è scritto; poiché il tempo è vicino» (Ap 1,3) — iniziando prontamente questo cammino di formazione, il nome del Padre celeste viene progressivamente santificato nella persona che si sta formando. Questo perché, se si inizia senza indugio la pratica di leggere ad alta voce e ascoltare le parole dell’Apocalisse, l’acqua purificatrice scorre nell’intimo di chi si forma.  Col tempo, il partecipante alla formazione arriverà a vedere che la propria voce, mentre recita «Padre nostro che sei nei cieli», si riveste sempre più di verità. 

Il partecipante alla formazione che legge ad alta voce le parole profetiche dell’Apocalisse e ascolta quella voce ogni giorno, come se bevesse acqua, si renderà conto che questa pratica si sovrappone alla routine quotidiana, orientata verso la Messa. Questo perché, mentre vive quella routine, egli comincia gradualmente a osservare gli eventi che si dispiegano davanti a lui. Influenzato dall’autore dell’Apocalisse, il partecipante alla formazione inizia ad adottare un atteggiamento interiore che gli permette di considerare le «informazioni» entrate nella sua memoria come distinte da sé stesso. Così, la preghiera «Venga il tuo regno» cresce in intensità. Questa supplica corrisponde all’addestramento della seconda beatitudine dell’Apocalisse. Attraverso questa disciplina, riportata come «Scrivi: d'ora in poi, beati i morti che muoiono nel Signore. Sì - dice lo Spirito -, essi riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono» (Ap 14,13), il credente sperimenta personalmente l’essenza della preghiera «Venga il tuo regno» e riceve una risposta. 

Man mano che la persona in formazione impara a considerare le «informazioni» distinguendole da sé stesso, gradualmente si accorge delle contraddizioni tra i ricordi acquisiti da quelle «informazioni» e ora custoditi come propria conoscenza, e la Parola di Dio custodita come conoscenza dentro di sè; e cerca allora di risolvere tali contradizioni. Questo non solo provoca angoscia interiore, ma può anche causare fatica e difficoltà esterne quando il suo atteggiamento di cercare di obbedire alla Parola si riflette nelle sue parole e azioni davanti alle persone che incontra nella sua routine quotidiana, orientata verso la Messa. Questo perché, proprio come il mondo ha trattato Gesù, così anche loro cercheranno di rifiutare colui che chiama Dio «Padre che sei nei cieli». Questa è l’esperienza di «coloro che muoiono nel Signore» per la persona in formazione. Essa continua fino a quando non partecipa finalmente alla Messa. All’interno della Messa, la persona in formazione si ricongiunge con la Parola e l’Eucaristia. Questo è ciò che si intende con le parole: «possano riposare dalle loro fatiche, poiché le loro opere li seguono!» 

Gesù, che aveva detto: «Vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non verrà il regno di Dio» (Lc 22,18), annunciò la venuta del Regno di Dio ricevendo l’aceto sulla croce (cfr. Gv 19,30). Gesù, che è presente nell’Eucaristia insieme al Padre, contempla il momento in cui la Chiesa, avendo ricevuto il Suo sangue e la Sua acqua, porta a compimento il Regno di Dio nella liturgia eucaristica. Anche nel XXI secolo, la liturgia eucaristica rimane un’opera in corso. Tuttavia, il sacerdozio della Nuova Alleanza, che Gesù conferì agli Apostoli all’istituzione dell’Eucaristia per mezzo dello Spirito Santo inviato nel Suo nome, si perpetua attraverso la regalità affidata agli Apostoli ed è costantemente al servizio della «mensa del Signore» (cfr. Lc 22,30 / questo blog n. 237). Pertanto, la routine quotidiana dei fedeli può essere orientata verso la Liturgia della Messa, che manifesta il Regno di Dio che Gesù ha conquistato per noi sulla Croce. 

La terza petizione del Padre Nostro, «Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra», trova la sua risposta nella terza beatitudine dell’Apocalisse: «Ecco, io vengo come un ladro. Beato chi è vigilante e custodisce le sue vesti per non andare nudo e lasciar vedere le sue vergogne» (Ap 16,15). Proprio come è detto: «Ecco, io vengo come un ladro», anche i credenti battezzati possono non riconoscere le opportunità di incontrare lo Spirito Santo, mandato nel nome di Gesù, nella loro vita quotidiana. Se non si accorge di quell’occasione, non ne prende coscienza e non agisce insieme allo Spirito Santo, le azioni di quel credente sono, davanti a Dio, come quelle di una persona che cammina nuda ed è vista, provando vergogna. Perciò, il Padre ha mostrato l’Apocalisse. Dobbiamo continuare a esercitarci a leggerla ad alta voce e ad ascoltare la sua voce, coltivando così un'affinità con lo Spirito Santo. Non dobbiamo dimenticare le parole scritte all'inizio di questo libro profetico. 

Esse sono: «Rivelazione di Gesù Cristo, al quale Dio la consegnò per mostrare ai suoi servi le cose che dovranno accadere tra breve. Ed egli la manifestò, inviandola per mezzo del suo angelo al suo servo Giovanni» (Ap 1,1). Attraverso la formazione dell'Apocalisse, si ottiene non solo la beatitudine di essere «vigilante e custodisce le sue vesti». Questa formazione sostiene coloro che cercano di rimanere sempre désto alla verità e cerca di operare in unità con lo Spirito Santo. Costui è un cristiano rivestito della veste dello Spirito Santo, mandato nel nome di Gesù, ed è un credente che, mediante lo Spirito Santo, rende presente  Gesù Cristo nel mondo. Chi giunge a conoscere e a fare esperienza di questo modo di operare, desidera sinceramente che «Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra», e, per mettere in pratica le parole di Gesù che seguono, si impegna a vivere nella verità, dimorando con lo Spirito Santo nella loro routine quotidiana, orientata verso la celebrazione della Messa: 

«Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo» (Gv 6,27). 

Maria K. M.


 2026/04/13


243. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: il Padre Nostro e le sette beatitudini I

L'insegnamento nell'Apocalisse produce un effetto del tutto diverso rispetto a quello che Paolo offriva ai credenti utilizzando l'Antico Testamento e i Salmi (cfr. 1 Cor 14,26). Nell'Antica Alleanza, non solo il nome di Gesù è assente, ma c'è anche una storia tragica in cui il popolo dell'Antica Alleanza ha perso l'opportunità di chiamare Dio «Padre». Questa è la storia in cui, nonostante la promessa di Dio a Davide riguardo a suo figlio Salomone — «Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio» (2 Sam 7,14) — essa non si adempì perché Salomone si allontanò da Dio (cfr. 1 Re 11,1–10). Questa storia è stata alla base del loro lamento. Non essendo riusciti a raggiungere un rapporto padre-figlio con Dio, hanno compilato l'Antico Testamento, al quale hanno aggiunto il Cantico dei Cantici. Questo perché, sebbene nel Cantico dei Cantici non vi sia quasi alcun riferimento a Dio, esso possedeva tuttavia il potenziale per determinare un cambiamento radicale nell'interpretazione, sostituendo l'amore di Dio con l'amore tra un uomo e una donna. 

Con l’aggiunta del Cantico dei Cantici all'Antico Testamento, anche un popolo che non era giunto a vivere un rapporto filiale con Dio poteva vedere come l'amore di Dio si riversa incessantemente sul popolo senza mutare. Guidato da quell'«amore» il popolo - sebbene a volte possa smarrirsi -  arriva a desiderare e cercare Dio con intensità, fino a incontrarlo. In questo modo, si è potuto rileggere e riaffermare la storia del popolo ebraico come un dramma di amore ardente. Tuttavia, quando le immagini del rapporto tra amanti — come lo sposo e la sposa o il marito e la moglie — vengono usate come analogia per il rapporto tra Dio e il popolo, c'è il pericolo che l`essere umano finisca per illudersi di essere alla pari con Dio. Si arriva così a concepire idee che non sorgerebbero se il rapporto tra Dio e il popolo fosse inteso come tra genitore e figlio. Il Vangelo di Giovanni riporta: «Per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio» (Gv 5,18). Eppure questo è in contrasto con il pensiero di Gesù, che disse: «Perché il Padre è più grande di me» (14,28). 

Si tratta di un sentimento di profonda gelosia provato da coloro che, avendo udito le parole di Gesù: «Il Padre mio agisce anche ora e anch'io agisco» (Gv 5,17), cadono nell’illusione di essere uguali a Dio e, per questo, reagiscono contro Gesù, che aveva chiamato Dio suo Padre. Per loro, le successive parole di Gesù: «In verità, in verità io vi dico: il Figlio da se stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa allo stesso modo» (5,19), devono sicuramente essere cadute nel vuoto. La loro profonda gelosia verso Gesù, che chiamava Dio suo Padre, si trasformò in un’intenzione omicida. D’altra parte, i credenti introdotti nella nuova alleanza compiuta da Gesù, hanno accettato Gesù, hanno creduto nel suo nome e hanno ricevuto il potere di diventare figli di Dio (cfr. 1,12); pertanto, per loro chiamare Dio «Padre» è un atto pienamente legittimo. Questo era precisamente il vero rapporto tra Dio e l’uomo che Dio aveva a lungo atteso. 

Gesù insegnò ai suoi discepoli il Padre Nostro. Fu l'unica preghiera che insegnò, dicendo: «Il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate. Voi dunque pregate così» (Mt 6,8–9). Il Padre Nostro, che inizia con l'invocazione «Padre nostro che sei nei cieli», contiene sette richieste. Nell'Apocalisse ci sono sette beatitudini che guidano i credenti affinché queste richieste possano diventare le loro (vedi il diagramma sopra, «Composizione Profetica dell’Apocalisse»). Come si può vedere a sinistra del diagramma, c'è una distanza considerevole tra la Prima Beatitudine (cfr. Ap 1,3) e la Seconda Beatitudine (cfr. Ap 14,13). Ciò dimostra che, perché i credenti giungano a comprendere il vero significato di rivolgersi a Dio dicendo «Padre nostro che sei nei cieli» e, subito dopo pregare, «Sia santificato il tuo nome», è necessario un cammino di formazione così lungo. 

I credenti che pregano «Sia santificato il tuo nome» intraprendono la formazione dell'Apocalisse affinché le loro memorie possano essere purificate e possano acquisire, con lo stesso cuore di Gesù, la verità che Dio è nostro Padre nei cieli. Questo spiega perché più della metà della formazione contenuta nei 22 capitoli dell'Apocalisse è dedicata alla prima petizione del Padre Nostro. Pertanto, la petizione «Sia santificato il tuo nome» conduce alla Prima Beatitudine dell'Apocalisse: «Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e custodiscono le cose che vi sono scritte: il tempo infatti è vicino» (Ap 1,3). Coloro che seguono questa beatitudine sono chiamati a integrare la pratica della lettura delle parole profetiche dell'Apocalisse e dell'ascolto di quella voce nella loro routine quotidiana di partecipazione alla Messa, con la stessa naturalezza con cui bevono l'acqua. 

Davanti ai credenti che vivono la routine quotidiana orientata alla liturgia della Messa si presentano vari avvenimenti. A volte, loro sperimenteranno un tale vortice di eventi da non trovare alcun luogo dove riposare, proprio come Gesù, quando disse: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo» (Mt 8,20). La coscienza di colui che si esercita nell'Apocalisse, di fronte a tali eventi della vita reale, giunge ad assumere uno sguardo di osservazione su di essi, proprio come l'autore dell'Apocalisse. Così, la preghiera che segue, «Venga il tuo regno», conduce alla Seconda Beatitudine dell'Apocalisse: «Scrivi: d'ora in poi, beati i morti che muoiono nel Signore. Sì - dice lo Spirito -, essi riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono» (Ap 14,13). 

Maria K.M.


 2026/04/06


242. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: attuare l'affinità

Il far sperimentare ai credenti le parole di Gesù — «Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi» (Gv 14,17) — e il coltivare la loro spontaneità nell’assimilare una profonda l’affinità con lo Spirito Santo inviato nel nome di Gesù, procedono simultaneamente. Pertanto, è essenziale che il nome di Gesù sia inserito nel testo del libro di formazione a tal fine (cfr. questo blog n. 240). La missione dell’Antico Testamento giunse al termine quando fu citato da Gesù nei Vangeli. Esso, unito a Gesù e portato a compimento da Lui, è divenuto una Parola nuova che vive all’interno del Vangelo. Pertanto, ritengo sufficiente che le loro origini e il loro contesto siano spiegati secondo necessità. 

I cristiani sono credenti ai quali, attraverso la Nuova Alleanza, è stato dato il potere di diventare figli di Dio accettando Gesù e credendo nel nome di Gesù (cfr. Gv 1,12). Uno degli scopi per cui il Nuovo Testamento è stato istituito è quello di infondere costantemente la nuova Parola nella loro nuova memoria. La memoria dei credenti battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo è un otre nuovo. Affinché le parole del Nuovo Testamento, riversate in questo recipiente dimostrino una perfetta affinità con lo Spirito Santo mandato nel nome di Gesù, è necessario che tali parole, una volta accolte, maturino fino a diventare riconoscimento. Per rispondere a tale necessità è stato donato l’Apocalisse di Giovanni. Questo cammino formativo, reso ottimale dallo Spirito Santo inviato nel nome di Gesù, può essere offerto pubblicamente ai credenti dai pastori della Chiesa. 

Noi, credenti, dobbiamo solo obbedire alle parole dell’Apocalisse, riconosciute dalla Chiesa come canoniche, con la semplicità di un bambino, e permettere a queste parole profetiche di entrare attraverso i nostri sensi (cfr. Ap 1,3). La voce che legge l’Apocalisse scorre, purificando i sensi del credente, ed entra nel luogo della memoria designato dallo Spirito Santo senza rimanere nella conoscenza. Può quindi formare autonomamente la visione del mondo di Gesù Cristo come parte della memoria inconscia del credente. Questa visione del mondo diventa il fondamento su cui le parole del Nuovo Testamento, precedentemente conservate nella conoscenza del credente, diventano riconoscimento. In questo modo, leggendo quotidianamente il Libro dell’Apocalisse, con la stessa naturalezza con cui si beve l’acqua, si coltiva la spontaneità di attuare l’affinità con lo Spirito Santo — inviato nel nome di Gesù. Pertanto, la quantità da assumere in una sola volta può essere adeguata alla persona che si impegna sinceramente in questo cammino di formazione. 

Ciò ricorda la parabola nel Vangelo di Matteo, dove Gesù iniziò dicendo: «Avverrà infatti come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni» (Mt 25,14). Il padrone affidò i suoi beni ai suoi servi secondo le rispettive capacità. Per i credenti, questa è la formazione nella lettura ad alta voce dell’Apocalisse. Anche se in un dato giorno si riesce a leggere solo un versetto, se si continua a farlo ogni giorno, si può trarne profitto. Questo perché lo Spirito Santo è all’opera. Tuttavia, se non si comprende l’efficacia dell’Apocalisse e la si seppellisce sotto terra, si sarà chiamati: «servo malvagio e pigro» (25,26) e si verrà gettati fuori nelle tenebre esterne come servi inutili. In questo passo, il «padrone» ci ammonisce: «Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha» (Mt 25:29). Ciò che si intende per «quello che ha» è il riconoscimento della Parola di Dio. 

Pertanto, l'Apocalisse afferma: «Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e custodiscono le cose che vi sono scritte: il tempo infatti è vicino» (Ap 1:3). La frase «il tempo infatti è vicino» qui anticipa le parole scritte nel capitolo finale dell’Apocalisse: «Ecco, io vengo presto. Beato chi custodisce le parole profetiche di questo libro» (22:7). La Parola sta aspettando di condividere il Suo riconoscimento con coloro che «custodiscono le cose che vi sono scritte». 

Ci sono sette «benedizioni» nell’Apocalisse, e fungono da principale forza motrice che spinge avanti l’intero libro. Il diagramma tratto dall’edizione rivista di «Composizione Profetica dell'Apocalisse» (edizione aprile 2026) mostrato sopra offre una nuova prospettiva sulle «sette benedizioni» dell’Apocalisse. Il motivo per cui le «sette benedizioni» possiedono la funzione di cui abbiamo discusso in questo blog e fungono da forza motrice è che queste benedizioni affondano le loro radici nel «Padre Nostro», che è posto al centro del Discorso della Montagna nel Vangelo di Matteo. Il Padre Nostro, che Gesù ci ha insegnato dicendo: «Il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate. Voi dunque pregate così» (Mt 6,8–9), consiste di sette richieste e inizia rivolgendosi a Dio come nostro Padre nei cieli. 

In risposta a ciò, l’inizio dell’Apocalisse afferma: «Rivelazione di Gesù Cristo, al quale Dio la consegnò per mostrare ai suoi servi le cose che dovranno accadere tra breve. Ed egli la manifestò, inviandola per mezzo del suo angelo al suo servo Giovanni» (Ap 1,1). La formazione dell’Apocalisse è infatti la volontà di Dio, il Padre Celeste. La prossima volta vorrei approfondire le sette benedizioni che rispondono al Padre Nostro. 

Maria K. M.


 2026/03/30


241. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: le due aquile di Patmos

Come abbiamo riflettuto due numeri fa, Paolo avendo compreso che la sua missione consisteva nell’accogliere Pietro - nella comunità di Roma - al quale Gesù aveva affidato il bastone del «Buon Pastore»; quando giunse il momento opportuno, scrisse a Timoteo: «Venendo, portami il mantello, che ho lasciato a Tròade in casa di Carpo, e i libri, soprattutto le pergamene» (2 Tim 4,13). Sapendo che ciò si riferiva a Pietro, Timoteo partì per Roma, accompagnato da Pietro e Marco. Luca era con Paolo. In quel momento, Pietro e Paolo erano probabilmente pienamente consapevoli della loro morte imminente, e dovevano essersi riuniti per discutere piani concreti per preservare la testimonianza delle opere di Gesù. Paolo non poteva non ricordare Giovanni, che era considerato uno dei pilastri a Gerusalemme (cfr. Gal 2,9). Si aspettavano che Giovanni elaborasse un programma di formazione spirituale a sostegno della missione del Vangelo. 

Allo stesso modo, Pietro non dimenticò mai la voce di Gesù risorto quando gli aveva chiesto del futuro di Giovanni: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi» (Gv 21,22). Questo era accaduto subito dopo che Gesù aveva affidato il suo bastone da pastore a Pietro (cfr. 21,15–17) e aveva detto: «In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi» (21,18). L’evangelista Giovanni spiega: «Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio» (21,19), ma dietro queste parole era nascosto l’annuncio che egli sarebbe stato «cinto» e condotto a Roma, per mano di Paolo. 

In questo modo, il Vangelo di Giovanni contiene delle sfumature che creano nel lettore l’occasione di cogliere i legami con altri libri del Nuovo Testamento. Pertanto, quando consideriamo le parole di Gesù a Pietro — «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa?» — scopriamo che queste sono seguite dal commento altrettanto suggestivo: «Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: "Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa?» (Gv 21,23). Questa allusione, posta nella parte finale del Vangelo di Giovanni, suggeriva che Giovanni si sarebbe ricongiunto con Gesù. Ciò infatti si realizzerà sull’isola chiamata Patmos, dove Giovanni sarà chiamato a scrivere l’Apocalisse (cfr. Ap 1,9). 

Ciò è evidente dalle parole iniziali dell'Apocalisse: «Rivelazione di Gesù Cristo, al quale Dio la consegnò per mostrare ai suoi servi le cose che dovranno accadere tra breve. Ed egli la manifestò, inviandola per mezzo del suo angelo al suo servo Giovanni» (Ap 1,1). L'autore continua, scrivendo in terza persona: « [Giovanni] il quale attesta la parola di Dio e la testimonianza di Gesù Cristo, riferendo ciò che ha visto» (1,2). Ciò fa eco al contesto successivo del Vangelo di Giovanni, anch’esso scritto come testimonianza in terza persona: «Questi è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte, e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera» (Gv 21,24). Da questo, inoltre, possiamo leggere un'implicazione nel commento alla fine del Vangelo di Giovanni. 

Inoltre, le parole dell'Apocalisse che seguono — «Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e custodiscono le cose che vi sono scritte: il tempo infatti è vicino» (Ap 1,3) — fanno eco alle parole conclusive del Vangelo di Giovanni: «Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere» (Gv 21,25). Lo Spirito Santo ha scelto di preservare le «cose compiute da Gesù» nella memoria dei credenti attraverso l’esperienza, piuttosto che in un libro. La voce che legge le parole scritte nell’Apocalisse induce chi le ascolta a conservarle nella propria memoria. Ciò diventa una sorta di esercizio che infonde nella sensibilità dei credenti la «rivelazione di Gesù Cristo» e li educa a un modo di apprendere simile a un «deep learning»,  attraverso il quale la visione del mondo di Gesù Cristo si forma autonomamente nella memoria del credente. 

Ripetendo volontariamente questo esercizio giorno dopo giorno, i modelli di trasmissione delle informazioni all’interno della memoria del credente vengono ristrutturati in modo da orientarsi verso Dio. Specifici percorsi neurali diventano più facilmente attivabili. Man mano che questi percorsi vengono frequentemente riconosciuti e rafforzati attraverso il contatto con la Parola di Dio immagazzinata nella memoria del credente in varie occasioni, la loro prospettiva cambia, e dentro di loro comincia ad emergere una distinzione tra Dio e le informazioni umane, così come i discepoli distinguevano Gesù dalle altre persone nel Vangelo. Il più grande beneficio del perseverare in questo esercizio dell’Apocalisse è che questo discernimento è concesso a ogni credente. Esso favorisce un’affinità con lo Spirito Santo, mandato nel nome di Gesù, all’interno dei discepoli, producendo benefici significativi per la Chiesa. 

Lo Spirito Santo promesso da Gesù è disceso con una missione specifica come «lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome» (Gv 14,26). Questa missione consiste nel fatto che lo Spirito Santo, inviato nel nome di «Gesù», collabori con noi che siamo «cristiani», affinché i due nomi diventino uno solo, e l’opera di Gesù Cristo si manifesti di nuovo nel mondo. Al centro vi sono, come abbiamo considerato finora, il sacerdozio della Nuova Alleanza portato da Gesù, la regalità affidata ai pastori, l’apostolato e il ministero profetico per cooperare con lo Spirito Santo. Per questo, il Vangelo di Giovanni e l’Apocalisse, scritti a tale scopo, erano come due aquile inseparabili di Patmos.

Maria K. M.


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