Rivelazione di Gesù Cristo, al quale Dio la consegnò per mostrare ai suoi servi le cose che dovranno accadere tra breve. Ed egli la manifestò, inviandola per mezzo del suo angelo al suo servo Giovanni, il quale attesta la parola di Dio e la testimonianza di Gesù Cristo, riferendo ciò che ha visto. (Apocalisse 1:1-2)

2026/06/29

254. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: l’informazione umana

Il Signore Dio ha creato, nella memoria dell’uomo, una dimensione chiamata spirito con «polvere del suolo» (Gn 2:7), facendo sì che la «spontaneità di Dio (alito di vita)» e la «conoscenza umana» si collegassero in quel regno spirituale attraverso la «Parola (albero della vita)». Tuttavia, l’illusione e la finzione che sorgono quando la nostra «conoscenza umana» assimila le «informazioni umane» senza distinguerle da sé stessa creano una realtà virtuale. La «conoscenza umana» di chi rimane in questa realtà perde il punto di contatto con la «Parola (albero della vita)» e non è più in grado di mantenersi nella dimensione spirituale. Così, anche i credenti finiscono per aggrapparsi  all’«albero della conoscenza del bene e del male», per lasciarsene possedere e, alla fine, per tradurre tutto questo in azioni. Le parole di Gesù: «Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano» (Gv 15,6), valgono per ogni credente. 

Dopo il dialogo con i farisei e i giudei, iniziato con le parole di Gesù: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8,12) (cfr. 8,13-30), Gesù disse ai giudei che avevano creduto in lui: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (8,31-32). «Se rimanete nella mia parola» significa, nella sfera dello spirito umano, uno stato in cui la «spontaneità di Dio (l’alito di vita)» e la «conoscenza umana» sono collegate attraverso la «Parola (l’albero della vita)». Solo quando si instaura questo collegamento, l’uomo conosce la verità e la verità lo rende libero. L’uomo percepisce la vera libertà quando collabora con lo Spirito Santo, che porta la libertà di Dio. In quel momento, l’uomo viene accolto nella comunione del Dio Trinità, si raccoglie interiormente con cuore libero davanti a Dio, si concentra su di Lui e partecipa alla Sua libertà. 

Tuttavia, l’illusione e la finzione che sorgono quando la nostra «conoscenza umana» assimila le «informazione umana» senza distinguerle da sé stessa, e la realtà virtuale che ne deriva, non solo impediscono all’uomo di partecipare alla grazia di Dio, ma alla fine lo conducono al risultato di «lo gettano nel fuoco e lo bruciano». Perché la «conoscenza umana» assimila le «informazione umana»? Come abbiamo esaminato la volta scorsa, anche agli animali è stata concessa una conoscenza adeguata, ma essi sono programmati per affidarsi all’operato della spontaneità insita nella funzione riproduttiva e concludere così la propria vita. Per gli animali, il rapporto e il legame con gli altri si concentrano esclusivamente sull’unico obiettivo di garantire la sopravvivenza della specie. A tal fine, le informazioni circolano tra gli individui della stessa specie e si sviluppa la conoscenza che Dio ha loro concesso in misura adeguata. 

Nell’uomo, come abbiamo visto due volte fa, il funzionamento della funzione riproduttiva – paragonata al primo fiume, il Pishon – che possiede spontaneità, presenta una forte propensione a generare non solo discendenti, ma anche potere, ricchezza e autorità. Tale inclinazione, alla ricerca di amore, intimità e piacere, si evolve in bisogni superiori quali il desiderio di riconoscimento e l’autorealizzazione, e si scontra con la «conoscenza umana», che nel regno dello spirito è collegata alla «spontaneità di Dio (l’alito di vita)» e alla «Parola (l’albero della vita)». La «conoscenza umana», nel tentativo di rispondere a questa chiamata, cade in una profonda confusione e cerca relazioni e legami con gli altri, ovvero la «informazione umana». Nel frattempo, la «conoscenza umana» perde il punto di contatto con la «Parola (albero della vita)» e non riesce più a mantenere la propria dimensione spirituale. 

Nel Vangelo secondo Giovanni si legge: «Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull'uomo. Egli infatti conosceva quello che c'è nell'uomo» (Gv 2,23-25). Ciò che c’è nell’uomo è la «informazione umana». Proprio come Gesù, che è Dio, sapeva bene ciò che c’era nel cuore degli uomini, così anche l’uomo, creato a immagine di Dio e dotato di una dimensione spirituale, deve sapere cosa c’è nel proprio cuore. Un credente di questo tipo ha la possibilità di accogliere Gesù, credere nel suo nome e mantenere lo stato in cui gli è stato concesso il potere di diventare figlio di Dio. Si può dire che «nel proprio cuore» significhi «nella conoscenza umana». 

In queste riflessioni, il motivo per cui non dico mai «cuore umano», ma «conoscenza umana», è che, come in questo caso, la causa del fatto che «lui, Gesù, non si fidava di loro» deriva dall'«informazione umana»; ritengo quindi che ciò che vi corrisponda sia la «conoscenza umana». La «conoscenza umana», che ha assorbito «l’informazione umana», non ascolta le parole di Gesù. Coloro che all’inizio credevano in Gesù, poiché la verità da Lui proclamata entrava in conflitto con i propri gusti, persero il contatto con la «Parola (l’albero della vita)» e, non riuscendo più a mantenere la dimensione spirituale, smisero di credere in Gesù. Noi, come Chiesa, dobbiamo imprimere nel nostro cuore le seguenti parole di Gesù: 

«Chi di voi può dimostrare che ho peccato? Se dico la verità, perché non mi credete? Chi è da Dio ascolta le parole di Dio. Per questo voi non ascoltate: perché non siete da Dio» (Gv 8,46-47) 

Maria K. M.


 2026/06/22


253. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: spontaneità e conoscenza

Come abbiamo visto nella precedente riflessione, il Signore Dio ha creato nella memoria dell’uomo un regno spirituale con «polvere del suolo» (Genesi 2:7), facendo sì che la «spontaneità di Dio (l’alito di vita)» e la «conoscenza umana» si collegassero in quel regno spirituale attraverso la «Parola (l’albero della vita)». Quando Dio disse: «Facciamo l'uomo a nostra immagine» (1,26), con «a nostra immagine» si intendeva l’unicità di Dio, mentre con «a nostra somiglianza» si intendeva il fatto che Dio è Spirito e vive in una relazione trinitaria tra Padre, Figlio e Spirito Santo; l’uomo fu così completato come essere dotato di queste due caratteristiche divine. Dio non solo dotò l’uomo di queste caratteristiche, ma desiderò anche accoglierlo nella relazione trinitaria che è Dio stesso. Pertanto, nel capitolo 1 della Genesi, il Creatore viene chiamato «Dio» per sottolineare che l’opera della creazione, compiuta attraverso la relazione trinitaria, è opera dell’unico Dio; nel capitolo 2, invece, per indicare il Padre e il Figlio, viene utilizzato il termine «il Signore Dio», sottolineando così come l’uomo entri nella relazione del Dio trinitario e collabori con lo Spirito Santo. 

Nel libro della Genesi, dove si legge: «Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l'albero della vita in mezzo al giardino e l'albero della conoscenza del bene e del male» (Gn 2:9), «ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare» rappresenta, per noi credenti, il Nuovo Testamento. «Mangiarlo» significa leggerlo e ascoltarlo; l’espressione «ogni sorta di alberi» indica che esso si rivolge a tutti gli uomini. Chiunque può diventare un tralcio della vite, unito alla Parola. Nell’Apocalisse si legge che l’autore, obbedendo alle parole dell’angelo che gli ordinò: «Prendilo e divoralo» (Ap 10,9), scrisse: «Presi quel piccolo libro dalla mano dell'angelo e lo divorai; in bocca lo sentii dolce come il miele, ma come l'ebbi inghiottito ne sentii nelle viscere tutta l'amarezza» (10,10). 

Il Nuovo Testamento è molto più breve dell’Antico Testamento, e, perciò, è più facile da leggere e da ascoltare. Tuttavia, quando la Parola viva raggiunge il profondo dell’anima purifica l’uomo mediante la verità e può essere avvertita come una medicina amara. Ma proprio questo conduce ciascun credente a rivolgersi allo Spirito Santo, e gli permette di partecipare alla stessa formazione dell’«uomo» delle origini della Genesi, che doveva «lo coltivasse e lo custodissevi» (Gn 2,15). «Lo» indica, proprio come per l’«uomo» del principio, la memoria stessa del credente. L’autore dell’Apocalisse, in seguito, riceve l’ordine di profetizzare nuovamente. Egli era accompagnato dagli angeli nel mondo del libro profetico, noi, invece, collaboriamo con lo Spirito Santo, come il primo «uomo» all'inizio della Genesi. È così che annunciamo il Vangelo. La Genesi descrive la collaborazione del primo «uomo» con lo Spirito Santo nel modo seguente : 

«Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all'uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l'uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome» (Gn 2,19).

Il primo «uomo», creato dal Signore Dio come unico essere umano, in cui la «spontaneità di Dio (l`alito di vita)» e la «conoscenza umana» erano collegate nel regno dello spirito attraverso la «Parola (albero della vita)», collaborava con lo Spirito Santo, quando diede un nome a ogni essere vivente, «quello doveva essere il suo nome». Anche noi credenti, proprio come Il primo «uomo», quando la «spontaneità di Dio (l’alito di vita)» e la «conoscenza umana» sono collegate nel regno spirituale tramite la «Parola (l’albero della vita)», possiamo collaborare con lo Spirito Santo, inviato nel nome di Gesù, in una profonda armonia e sintonia con Lui. 

Come abbiamo visto nella precedente riflessione, il Giardino di Eden, di cui si legge nella Genesi: «Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi» (Gn 2,10), rappresenta la memoria dell’uomo. Il regno della memoria è il luogo in cui opera lo Spirito Santo, come disse Gesù: «Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,26). All’uomo è stata concessa la conoscenza, paragonata al fiume che sgorga per opera dello Spirito Santo e irriga il giardino (la memoria). E proprio in quel primo fiume, che da lì si divide in quattro, risiede la spontaneità della funzione riproduttiva, concessa dalla parola di Dio che comandò: «Siate fecondi e moltiplicatevi» (Gn 1:28). La funzione riproduttiva ha infatti la missione di trasmettere tutta l’informazione dell’individuo alla prole, per la sopravvivenza della specie. 

Anche agli animali è stata concessa la conoscenza, ma essi sono stati progettati per affidarsi all’operato della spontaneità insita nella funzione riproduttiva e concludere così la propria vita. D’altra parte, la «conoscenza umana», che nel regno dello spirito si collega alla «spontaneità di Dio (l’alito di vita)», pur rimanendo connessa alla spontaneità del corpo insita nella funzione riproduttiva, compie una serie di opere in collaborazione con lo Spirito Santo. Quando il Signore Dio divise l’«uomo» in uomo e donna e condusse la «donna» presso l’uomo, nelle parole dell’«uomo» — «Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne. La si chiamerà donna, perché dall'uomo è stata tolta» (Gn 2:23) — si manifesta proprio questa situazione. La funzione riproduttiva che era stata loro concessa (cfr. 2,24) funzionava normalmente in quel momento (cfr. 2,25). In questa situazione, il grave problema che si presentò ai due derivò dall’«informazione umana» che si manifestò tra gli esseri umani, ormai diventati più di uno. 

Tuttavia, il fatto che l’«informazione umana» si fosse manifestata non era di per sé un problema. Il problema è che, quando la «conoscenza umana» assimila l’«informazione umana» senza distinguerla da sé stessa, si generano illusioni e finzioni. Queste creano una realtà virtuale, e la «conoscenza umana» di chi vi rimane intrappolato perde il contatto con la «Parola (Albero della Vita)», non riuscendo più a mantenere il proprio regno spirituale. E alla fine, per evitare questo pericolo, l’uomo finisce per aggrapparsi all’«Albero della Conoscenza del Bene e del Male» – che il Signore Dio ha fatto crescere al centro della memoria umana insieme all’«Albero della Vita» – facendone il proprio punto di appoggio. Gesù ammonisce severamente i discepoli a cui ha conferito il sacerdozio della Nuova Alleanza con queste parole: «Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano» (Gv 15,6). 

Maria K. M.


 2026/06/15

252. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: la conoscenza umana

Dio disse: «Facciamo l'uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: dòmini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra» (Gn 1,26). L’uomo fu creato inizialmente come essere unico perché Dio è l’unico Dio nella Trinità. Con «a nostra immagine» si intende come l'unico Dio, mentre con «secondo la nostra somiglianza» si intende il rapporto trinitario tra Dio Padre, Dio Figlio e Dio Spirito Santo: l’uomo è stato creato come essere dotato di queste due caratteristiche divine. Come indicano le parole di Gesù esaminate nella precedente riflessione: «Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità» (Gv 4,24), manifestare all’uomo la «nostra somiglianza» significa conferirgli lo Spirito di Dio. E l’uomo adora Dio insieme allo Spirito Santo, che è lo Spirito della verità.

La Genesi riporta: «Allora il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente. Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l'uomo che aveva plasmato» (Gn 2,7-8). Si ritiene che il «Giardino di Eden», in base alla descrizione che segue, rappresenti la sfera della memoria umana. «Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l'albero della vita in mezzo al giardino e l'albero della conoscenza del bene e del male. Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi. Il primo fiume si chiama Pison: esso scorre attorno a tutta la regione di Avìla, dove si trova l'oro e l'oro di quella regione è fino; vi si trova pure la resina odorosa e la pietra d'ònice. ... Il quarto fiume è l'Eufrate» (2,9-14). 

La descrizione degli «alberi» che Dio fece germogliare nel giardino indica la sfera della «spontaneità divina (alito di vita)» che Dio soffiò nelle narici dell’uomo. La descrizione dei «fiumi», invece, indica la sfera della spontaneità del corpo, derivante dal funzionamento della funzione riproduttiva, generata dalla parola di Dio che comandò: «Siate fecondi e moltiplicatevi». Il fiume di cui si dice che «usciva da Eden per irrigare il giardino» indica la «conoscenza umana» situata tra queste due forme di spontaneità. Tra i quattro fiumi che da esso si diramavano, il primo, il Pison, indica l'azione della funzione riproduttiva che genera la spontaneità. L’oro di alta qualità che vi si estrae rappresenta la discendenza, mentre la resina odorosa, considerato un bene commerciale prezioso al pari dell’oro, simboleggia il potere e la ricchezza; la pietra d'ònice, che compare nell’«Esodo» come una delle gemme che adornano il pettorale e l’efod indossati dal sacerdote Aronne e che nell’«Apocalisse di Giovanni» è descritta come una delle pietre angolari delle mura di Gerusalemme, rappresenta l’autorità. Il funzionamento della funzione riproduttiva, che porta alla spontaneità, imprime con forza queste immagini nella «conoscenza umana». 

Pertanto, il Signore Dio, che con la «polvere del suolo» (Gn 2:7) ha plasmato la sfera spirituale nell’uomo, ha fatto sì che la «spontaneità divina (alito di vita)» e la «conoscenza umana», che Egli stesso ha infuso in modo adeguato all’uomo, si collegassero nella sfera spirituale attraverso l’«albero della vita». Il «Albero della Vita» fu posto lì perché la «conoscenza umana», che si costituisce attraverso la parola, aveva bisogno della parola stessa come mediatrice per potersi connettere alla «spontaneità divina (alito di vita)» adeguata all’uomo. Questa parola è il Verbo (la Parola di Dio). La «conoscenza umana», collegandosi alla Parola, può percepire correttamente la potente immagine della spontaneità del corpo derivante dall’attività delle funzioni riproduttive a cui è collegata. La «conoscenza umana» può cercare autonomamente l’«Albero della Vita» e, attraverso di esso, connettersi alla «spontaneità di Dio (l’alito di vita)». In questo modo, la spontaneità fisica derivante dall'azione delle funzioni riproduttive viene controllata, permettendo all'uomo, in quanto creato a immagine e somiglianza di Dio, può collaborare con lo Spirito Santo. 

E Gesù, paragonando se stesso alla vite, disse: «Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla» (Gv 15,4-5), è proprio perché Egli sapeva che l’uomo era stato creato in questo modo. 

San Paolo scrive a Timoteo: «Raccomando dunque, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio. Questa è cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità. Uno solo, infatti, è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù» (1 Tm 2,1-5). 

L’immagine della «spontaneità di Dio (l’alito di vita)» si collega alla «conoscenza umana» attraverso l’«albero della vita» sembra proprio quella del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. In questo modo, collocando la «conoscenza umana» al posto dello Spirito Santo, l’uomo può, nella realtà concreta, agire in unione con lo Spirito Santo. Pertanto, come si legge in «Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse» (Gn 2:15), l’uomo è stato formato, attraverso il lavoro concreto di «coltivare e custodire» per agire in perfetta unità con lo Spirito Santo. Così, vedendo l’uomo, a cui era stato conferito lo Spirito di Dio a misura d’uomo, operare insieme allo Spirito Santo, il Signore Dio ordinò all’«uomo»: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire» (Gn 2:16-17). Stava infatti portando avanti il suo piano di dividere l’uomo in maschio e femmina. 

Maria K. M.



 2026/06/08


251. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: due forme di spontaneità

Per trasmettere l’essenza del sacerdozio della Nuova Alleanza, il Vangelo di Giovanni, a partire dal capitolo 5, descrive come Gesù si confronti a fondo con le «informazioni umane». Prima di proseguire, vorrei quindi tornare a riflettere sulle «informazioni umane» che abbiamo esaminato finora. 

Anzitutto, osservando attentamente l’immagine qui sopra, alla destra di Gesù si trova Giuda Iscariota, il quale, pur nascondendo nel suo cuore un piano malvagio, lo bacia con affetto. Alla sinistra c’è Pietro, spinto da buone intenzioni nel tentativo di proteggere Gesù, che sta per assalire con la spada un servo del sommo sacerdote. Il motivo per cui Pietro aveva con sé la spada era che, dopo la cena pasquale, mentre si recavano sul Monte degli Ulivi per pregare, dalla conversazione tra Gesù e i discepoli aveva dedotto che doveva portarla con sé (cfr. Luca 22,35-38). Intorno a loro, i soldati, addestrati a obbedire agli ordini dei superiori e a eseguire fedelmente il proprio compito, stanno cercando di arrestare Gesù. Qui, si vedono persone che hanno assimilato dentro di sé varie «informazioni umane» come fossero la propria conoscenza e che, ciascuna secondo la propria virtù o il proprio senso etico, circondano Gesù. In mezzo a loro, solo Gesù, che intende compiere la volontà del Padre, se ne sta in piedi guardando fisso davanti a sé. 

La differenza tra questo Gesù e le altre persone sta nella sua spontaneità. Tutto il creato è l’esistenza stessa ed è stato creato dalla Parola con cui Dio, che dice «Io sono», ha comandato «Sia». Le creature, che esistono in risposta a ciò, hanno ricevuto la spontaneità necessaria alla loro esistenza. Grazie a questa spontaneità che Dio ha manifestato nelle creature, l’intero creato rende presente l'eternità dell'onnipotente Dio e la libertà di Dio, che è la Verità, e così gli rende lode. 

Tra le creature, gli esseri viventi rispondono al «Sia» di Dio con la spontaneità che permette loro di sopravvivere secondo la propria specie. Inoltre, agli animali è stata donata una spontaneità conforme alla loro natura grazie alla Parola con cui Dio ha comandato: «Siate fecondi e moltiplicatevi» (cfr. Genesi 1,22.28). Grazie a questa spontaneità, gli animali custodiscono la continuità della vita della loro specie e, al tempo stesso, ogni singolo individuo offre lode a Dio vivendo fino in fondo il tempo limitato della propria vita. Così, per tutti questi esseri viventi, lasciare discendenti e garantire la sopravvivenza della propria specie rappresenta la missione a cui dedicare l’intera esistenza. Pertanto, la spontaneità degli animali, che emerge dalla parola «Siate fecondi e moltiplicatevi», spinge con forza verso la sopravvivenza della propria specie. Non è esagerato affermare che il programma di mantenimento della vita degli animali sia gestito dal funzionamento delle funzioni riproduttive. 

Gli esseri viventi, al fine di ottimizzare la sopravvivenza della specie, hanno ricevuto nella loro memoria le conoscenze adeguate alla propria natura. La spontaneità, unendosi alla conoscenza, si traduce nell’azione. Negli animali dotati di tale spontaneità, in risposta alla parola di Dio che comanda «Siate fecondi e moltiplicatevi», tale conoscenza è subordinata al funzionamento delle funzioni riproduttive. Sostituirla con termini come «istinto» o «desiderio sessuale» rappresenta un’interpretazione troppo ristretta. Gli esseri viventi, per mantenere la propria specie, condividono tra i singoli individui le rispettive conoscenze;  quando vivono in gruppo, e da ciò si manifesta l’«informazione». Il modo in cui tale informazione può essere ottimizzata diventa un fattore cruciale per la sopravvivenza della specie, e così vengono elaborate strategie adeguate a ciascun essere vivente. È lì che ha luogo la selezione naturale. 

L’informazione che si manifesta quando gli esseri viventi si riuniscono in gruppo non è una creazione di Dio, né è qualcosa che Dio abbia comandato. Tuttavia, essa riflette l’essenza di Colui che ha creato l’universo intero attraverso le relazioni della Trinità. Gli esseri viventi, grazie all’evoluzione della conoscenza che deriva dall’informazione che si manifesta tra individui della stessa specie, riescono ad adattarsi al mondo e a continuare a sopravvivere. Dio osservò la propria creazione, compresa questa, e la vide che era cosa buona. Tra queste informazioni, quelle relative all’«uomo» evolvono in modo estremamente rapido e sofisticato. Questo perché Dio, partendo dal presupposto che l’uomo, creato a sua immagine, manifestasse la «nostra somiglianza» (Genesi 1:26), gli ha conferito una conoscenza adeguata alla sua natura. Se la spontaneità di ogni persona, nell’interesse della propria discendenza, si orienta verso l’ottimizzazione sfruttando le informazioni, essa sprigiona una forza esplosiva. Prevedendo ciò, Dio, nel manifestare la «nostra somiglianza» nell’uomo, lo creò inizialmente come un unico individuo. 

Gesù disse: «Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità» (Gv 4,24). Perciò, quando Dio dice di manifestare nell’uomo «la nostra immagine» significa conferirgli il suo Spirito. Pertanto, nel capitolo 2 della Genesi, a differenza del capitolo 1 dove il Creatore dell'universo è chiamato semplicemente «Dio» in riferimento all'azione creatrice della Trinità, dal versetto 4 compare l'espressione «il Signore Dio». Ciò indica la relazione tra il Padre e il Figlio. Per donare lo Spirito all’uomo e introdurlo nella comunione della vita trinitaria, il Padre e il Figlio si pongono di fronte all’uomo e allo Spirito Santo che opera in lui, instaurando così una relazione personale con l'essere umano. Quindi il «Signore Dio» soffiò il «alito di vita» nelle narici dell’uomo. Il «alito di vita» è la «spontaneità di Dio» che il Padre suscita nell’uomo in modo conforme alla sua natura, attraverso il soffio dello Spirito Santo, affinché l’uomo possa collaborare con lo Spirito Santo.

Così l’uomo si è trovato a possedere in relazione alla conoscenza, due forme di spontaneità. Una è la spontaneità del corpo, che deriva dalla parola di Dio: «Siate fecondi e moltiplicatevi». L’altra è la spontaneità divina soffiata nelle sue narici affinché l'uomo manifesti l’immagine di Dio,  che è Spirito. Dio ha formato l’uomo affinché la conoscenza, conforme alla sua natura, si collegasse armoniosamente alla spontaneità di Dio, in modo che l’uomo vivesse in collaborazione con lo Spirito Santo e partecipasse alla realtà divina della vita eterna. Anche Gesù sottopose i discepoli alla stessa formazione. E con Pietro, capo degli apostoli, fu particolarmente severo, insegnandogli a distinguere le «informazioni umane» da se stesso. Come si vede nell’immagine sopra, «Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori, colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l'orecchio destro» (Gv 18,10). Nel Vangelo di Luca si legge: «Ma Gesù intervenne dicendo: "Lasciate! Basta così!". E, toccandogli l'orecchio, lo guarì» (Luca 22,51).

Qui Gesù mostrò infine a Pietro, con il proprio esempio, l’immagine dell’uomo in comunione con la spontaneità di Dio. 

Maria K. M.


 2026/06/01

250. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: una retrospettiva e il secondo segno

La riflessione iniziata con il tema “Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza” si è soffermata a lungo sugli aspetti correlati alla scena del dialogo tra Gesù e la donna samaritana, descritta nel capitolo 4, poiché in essa veniva trasmesso un contenuto estremamente denso riguardo al sacerdozio del Nuovo Testamento. Ripercorrendo il cammino compiuto fin qui, si può osservare che il Vangelo di Giovanni si apre, fin dal prologo del primo capitolo, con un contesto che richiama alla mente la Genesi, invitando il lettore a ricordare ciò che è accaduto tra Dio e l’uomo sin dalla creazione del cielo e della terra, durante l’Antica Alleanza. Lo scopo è ricondurre il lettore all'origine della creazione dell’uomo, mostrando che, fin dall'inizio, esisteva il disegno di Dio; il desiderio di celebrare insieme agli uomini il settimo giorno, quello che egli aveva consacrato con il suo riposo, benedetto e santificato al compimento della creazione del cielo, della terra e di tutte le cose, formando progressivamente gli uomini affinché giungessero ad adorarlo «in spirito e verità» (Gv 4,24). Per questo Dio attese il momento in cui Giovanni il Battista, legittimo erede del sacerdozio dell’Antico Testamento, perché, come ultimo dei profeti, preparasse la via al compimento del suo disegno salvifico.

Giovanni il Battista continuò a profetizzare che Gesù Cristo, il Figlio di Dio, sarebbe apparso pubblicamente al mondo, sarebbe diventato la luce del mondo mediante lo Spirito Santo e avrebbe instaurato il sacerdozio della Nuova Alleanza. Attraverso le parole di Giovanni Battista, il lettore ha potuto apprendere che lo Spirito Santo discende sugli uomini, del battesimo con l’acqua e del battesimo mediante lo Spirito Santo. Qui viene rivelato un fatto sorprendente: tra i primi discepoli, chiamati da Gesù mentre pescavano, come riportato nei Vangeli sinottici, c’erano alcuni che erano già stati formati come discepoli di Giovanni Battista. Nel capitolo 2, dopo aver accennato al suo Sangue e al suo Corpo, Gesù, nel capitolo 3, rivela l’opera dello Spirito Santo. Infatti, è lo Spirito Santo che rende permanente ed efficace lo stato che Gesù avrebbe realizzato sulla croce, affinché: «chiunque crede in lui [il Figlio dell’uomo]abbia la vita eterna» (Gv 3,15).

Proprio come in questo mondo l’opera dello Spirito Santo è diventata visibile grazie a Gesù, che era Dio e uomo, così Dio ha desiderato la collaborazione dell’uomo nell’opera dello Spirito Santo. A tal fine, Gesù è venuto dal Padre portando con sé il sacerdozio della Nuova Alleanza da conferire al popolo della Nuova Alleanza, da Lui chiamato. Il sacerdozio della Nuova Alleanza viene affidato in modo particolare nella memoria dei credenti maschi, affinché lo Spirito Santo possa liberamente richiamarlo e renderli ministri al servizio della vita di ogni essere umano nato da una donna. Nell’ultima profezia di Giovanni Battista, riportata alla fine del capitolo 3, si intravede la figura del sacerdote che, celebra la Messa in collaborazione con lo Spirito Santo divenendone la voce, le mani e i piedi. Egli assiste lo Spirito Santo, lo Sposo, nell'accogliere e far emergere dalla memoria del sacerdote ordinato il sacerdozio della Nuova Alleanza, raffigurato come la Sposa. Il sacerdote, svuotato di sé stesso, ascolta la voce dello Spirito Santo e ne gioisce profondamente. Per questo egli comprende certamente il significato delle parole di Giovanni il Battista: «Lui deve crescere; io, invece, diminuire». 

«Nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stata data dal cielo. Voi stessi mi siete testimoni che io ho detto: "Non sono io il Cristo", ma: "Sono stato mandato avanti a lui". Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l'amico dello sposo, che è presente e l'ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere; io, invece, diminuire» (Gv 3,27-30). 

Il capitolo 4 del Vangelo di Giovanni si conclude menzionando «Questo fu il secondo segno, che Gesù fece quando tornò dalla Giudea in Galilea» (Gv 4,54). Questo segno avvenne nella scena in cui Gesù esaudì la richiesta di un funzionario del re che lo pregò di guarire suo figlio in fin di vita (cfr. 4,43-54). Riguardo a questo segno, nel post n. 208 di questo blog ne ho parlato sulla base della Lettera agli Ebrei, quindi vi invito a fare riferimento a quello. 

L’autore della Lettera agli Ebrei afferma: «La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede. Per questa fede i nostri antenati sono stati approvati da Dio. Per fede, noi sappiamo che i mondi furono formati dalla parola di Dio, sicché dall'invisibile ha preso origine il mondo visibile» (Eb 11,1-3). Successivamente, illustra brevemente la storia dei personaggi dell’Antico Testamento che furono riconosciuti da Dio grazie a questa fede (cfr. 11,4-38) e conclude come segue: «Tutti costoro, pur essendo stati approvati a causa della loro fede, non ottennero ciò che era stato loro promesso: Dio infatti per noi aveva predisposto qualcosa di meglio, affinché essi non ottenessero la perfezione senza di noi» (11,39-40). 

Il funzionario del re era convinto che Gesù avrebbe «guarito suo figlio». Per questo non si lasciò scoraggiare dalle parole di Gesù: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete» (Gv 4,48), ma disse subito: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia» (4,49). Era certo di ciò che sperava e cercò di confermare il fatto, che ancora non poteva vedere, che Gesù avrebbe guarito il bambino. Infatti, in seguito verificò che l'ora in cui Gesù aveva detto: «Va', tuo figlio vive» (4,50) coincideva con l'ora in cui il bambino fu guarito (cfr. 4,51-53). Il Vangelo conclude quindi: «Credette lui con tutta la sua famiglia» (4,54). Essi erano il modello di fede dell’Antico Testamento che «fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede». Tuttavia, pur essendo riconosciuti da Dio per quella fede, non ottennero ciò che era stato promesso. 

Ciò che viene indicato come «promesso» è ciò che l’autore della Lettera agli Ebrei definisce in seguito «qualcosa di meglio»: «Dio infatti per noi aveva predisposto qualcosa di meglio, affinché essi non ottenessero la perfezione senza di noi». Questo «qualcosa di meglio» è il sacerdozio della Nuova Alleanza. Alle nozze di Cana di Galilea, il primo segno compiuto da Gesù, che trasformò l'acqua in vino in risposta alla richiesta di sua madre, la quale gli aveva fatto presente che il vino era venuto a mancare, costituisce un'allusione all'Eucaristia (cfr. 2,1-11). Il Vangelo afferma infatti:: «Questo, a Cana di Galilea, fu l'inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui» (2,11). In quel momento, i discepoli si limitavano a seguire Gesù. Ciò andava oltre la fede dell’Antico Testamento, che consisteva nel «fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede». 

Maria K. M.


 2026/05/25


249. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio nella Nuova Alleanza: Il Padre Nostro e le Sette Beatitudini VII

«Beati e santi quelli che prendono parte alla prima risurrezione. Su di loro non ha potere la seconda morte, ma saranno sacerdoti di Dio e del Cristo, e regneranno con lui per mille anni» (Ap 20,6): il passo in cui è riportata la quinta beatitudine dell’Apocalisse si trova nella parte finale della sezione «Profezia del completamento della liturgia della Messa (capitoli 19-20)» del diagramma «Composizione Profetica dell'Apocalisse» (vedi figura sotto). Il compimento della liturgia eucaristica qui profetizzata appartiene non solo ai sacerdoti che operano con lo Spirito Santo, ma anche alla Chiesa, che è composta da fedeli che si sforzano costantemente di raggiungere la santità per formare tali sacerdoti. Nella puntata precedente abbiamo osservato come la quinta petizione del Padre Nostro, «Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori», racchiuda in sé il perdono dei peccati per tutti gli uomini. Il Padre Nostro continua ad accendere in noi, che lo recitiamo, la fiamma della speranza che ci conduce verso il compimento della liturgia eucaristica e verso la quinta beatitudine dell’Apocalisse.

Insieme all’impegno della Chiesa per perfezionare la liturgia eucaristica, la forza della Parola che purifica i fedeli verso la santità continua ad operare in modo incrollabile. Le suppliche cristiane del Padre Nostro, recitate dai fedeli, si trasmettono attraverso la loro memoria, di persona in persona, fino a raggiungere la comunità di questo mondo. Nella società odierna, dominata dall'informazione, mentre le persone cercano di padroneggiare l'intelligenza artificiale, è indubbio che alcuni, consapevoli di ciò, si stiano allontanando dall'informazione stessa. Gesù, che sulla croce disse: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Luca 23,34), desiderava la salvezza di coloro che sono rimasti affascinati dall'"informazione umana" e che hanno vissuto senza comprenderne il perché, e continua ad attirare queste persone alla liturgia della Messa. 

Nel capitolo 19 dell’Apocalisse vengono descritti la purificazione dei credenti viventi (cfr. Ap 19,11-16) e la purificazione del mondo sulla quale si irradia l’efficacia della liturgia eucaristica ormai portata a compimento (cfr. 19,17-21). Il capitolo 20 che segue, riguarda invece i morti. Vi si legge: «Poi vidi alcuni troni - a quelli che vi sedettero fu dato il potere di giudicare - e le anime dei decapitati a causa della testimonianza di Gesù e della parola di Dio, e quanti non avevano adorato la bestia e la sua statua e non avevano ricevuto il marchio sulla fronte e sulla mano. Essi ripresero vita e regnarono con Cristo per mille anni» (20,4). Ciò indica che questi hanno preso parte alla «prima risurrezione» (20,5) e, insieme a Cristo, partecipano dal cielo alla nostra liturgia eucaristica. Il «mille anni» corrisponde a un giorno di Dio (cfr. 2 Pietro 3,8). Si tratta di un tempo continuo, in cui la liturgia eucaristica viene celebrata costantemente in qualche luogo sulla terra.

Tra i due gruppi di defunti qui descritti, i primi sono i  sacerdoti che hanno portato a compimento, fino alla morte, il ministero del sacerdozio del Nuovo Testamento della celebrazione dell’Eucaristia, conferiti loro tramite la successione apostolica, con cui Gesù affidò l'autorità  regale agli apostoli durante l’Ultima Cena. L'espressione la «testimonianza di Gesù» indica qui la testimonianza resa da Gesù stesso, il quale, quale Cristo, continuò a perdonare i peccati per tutta la vita fino alla morte. L'espressione «coloro che furono decapitati a causa… della parola di Dio» si riferisce invece a coloro che, come i sacerdoti, cooperavano con lo Spirito Santo e che, mediante la Parola di Dio, erano stati purificati dalla «conoscenza umana», come se fossero stati realmente decapitati. Consapevoli di essere il popolo a cui era stato conferito il sacerdozio del Nuovo Testamento, non adorarono né la «bestia» — simbolo del potere e della volontà di dominio — né la sua immagine; per questo non si lasciarono sedurre dal suo inganno.

Quanto sopra costituisce il significato pieno della quinta beatitudine dell’Apocalisse, alla quale tende la quinta petizione del Padre Nostro, preghiera con cui si implora il perdono dei peccati per tutti gli uomini: «Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori». «Beati e santi quelli che prendono parte alla prima risurrezione. Su di loro non ha potere la seconda morte, ma saranno sacerdoti di Dio e del Cristo, e regneranno con lui per mille anni». Coloro che hanno ottenuto questa beatitudine rappresentano il punto di arrivo del nuovo popolo che aspira alla santità mediante il perdono dei peccati, e testimoniano la vita eterna che conduce tutti al perdono dei peccati.

Finora abbiamo seguito il il filo conduttore che unisce il  Padre Nostro alle sette beatitudini dell’Apocalisse. Concluderemo ora questo argomento, prendendo in esame le ultime due. Una volta conclusa la liturgia eucaristica, i fedeli ritornano alla routine quotidiana che li conduce alla Messa successiva. In questo percorso è prevedibile che si trovino nuovamente di fronte alla «bestia», al «falso profeta» e agli spiriti maligni. A questa realtà si contrappone la benedizione di invio impartita dal sacerdote al termine della liturgia eucaristica, con la quale i fedeli vengono mandati nel mondo. In questa benedizione è racchiusa la preghiera affinché si realizzino la sesta e la settima supplica del Padre Nostro: «Non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male». Con questa benedizione, riprendiamo a vivere orientati verso la Messa successiva. Non significa che siamo usciti dallo spazio della liturgia eucaristica; al contrario, ne prolunghiamo la realtà nella vita quotidiana. Infatti, la benedizione impartita dal sacerdote è rivolta con lo sguardo di coloro che «sacerdoti di Dio e del Cristo, e regneranno con lui per mille anni»  accompagnando i fedeli nel loro cammino.

Come insegna il Padre Nostro, per non cadere in tentazione è indispensabile che i fedeli distinguano consapevolmente se stessi dalle «informazioni umane». A tal fine, la sesta beatitudine dell’Apocalisse ammonisce con queste parole: «Ecco, io vengo presto. Beato chi custodisce le parole profetiche di questo libro» (Ap 22,7). Ciò indica che tutto si riassume nel ritornare alla prima benedizione dell’Apocalisse — «Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e custodiscono le cose che vi sono scritte: il tempo infatti è vicino» (1,3) — perseverando così nel ciclo di formazione spirituale proposto dall'Apocalisse. Questa è proprio l’unica formazione spirituale che il Padre celeste ha donato attraverso Cristo, affinché i fedeli siano custoditi dal male e giungano alla settima beatitudine dell'Apocalisse: «Beati coloro che lavano le loro vesti per avere diritto all'albero della vita e, attraverso le porte, entrare nella città» (22,14) (cfr. 1,1). Tale cammino conduce i credenti alla partecipazione alla vita eterna e li mantiene sotto la protezione del Signore contro il male. 

Maria K. M.


 2026/05/18


248. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: il Padre Nostro e le sette beatitudini VI

Come si legge nell’Apocalisse: «Io, tutti quelli che amo, li rimprovero e li educo. Sii dunque zelante e convèrtiti» (Ap 3,19), così, nella Liturgia della Parola, le parole di Gesù, resa viva dallo Spirito Santo, diventa una spada affilata che trafigge la memoria dei fedeli, recide le «informazioni umane» che vi si sono sedimentate e permette loro di contemplarle, distinguendole da se stessi. Inoltre, l’omelia del sacerdote che, facendosi bocca, mani e piedi dello Spirito Santo, lo segue docilmente e celebra la Messa in collaborazione con lui, svuotato di sé, si trasforma negli «eserciti del cielo» (19,14) e incalza ulteriormente i fedeli affinché ricordino di possedere la dignità e la vocazione di figli di Dio. In questo modo, le grazie che la Liturgia della Parola dona all’interno della celebrazione eucaristica richiamano l’episodio del Vangelo di Giovanni in cui Gesù lavò i piedi dei suoi discepoli durante l’Ultima Cena. 

Il Vangelo di Giovanni inizia il racconto di Gesù che lava i piedi ai suoi discepoli affermando: «Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine» (Gv 13,1). L'espressione «prima della festa di Pasqua» è qui utilizzata per sottolineare che questo evento differisce dal giorno dell'istituzione dell'Eucaristia, che i Vangeli sinottici riportano all'unanimità come avvenuto «Il primo giorno degli Azzimi». Ciò dimostra che l'atto di Gesù che lava i piedi ai suoi discepoli avvenne prima dell'istituzione dell'Eucaristia. Di conseguenza, nella celebrazione eucaristica della Chiesa si rendono presenti, una dopo l’altra, le due dimensioni dell’Ultima Cena del Signore: prima attraverso la Liturgia della Parola, e poi attraverso la Liturgia Eucaristica, che culmina nel Rito della Comunione. Attraverso queste due mense del Signore manifestate nella Messa, i fedeli sperimentano la pienezza della Nuova Alleanza. È il luogo in cui otri nuovi vengono riempiti di vino nuovo. 

Noi, la Chiesa, siamo veramente il popolo che ha ricevuto il sacerdozio della Nuova Alleanza. Gesù, istituendo l'Eucaristia, ha conferito il sacerdozio della Nuova Alleanza ai discepoli che aveva scelto e reso Apostoli, e ha affidato loro la sua regalità affinché fosse tramandata. Inoltre, Gesù risorto soffiò lo Spirito Santo sui discepoli e concesse loro il potere di perdonare i peccati. Essi, che portavano dentro il peso della colpa di non aver saputo affrontare la passione e la morte di Gesù, gioirono nel vedere Gesù risorto che venne e si fermò in mezzo a loro, dicendo: «Pace a voi!» (Gv 20,19), e mostrò loro le sue mani e il suo costato. Poi Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi!». In questo modo permise loro di sperimentare che la pace nasce quando si sente veramente che i propri peccati sono stati perdonati, accompagnata dalla gioia di essere perdonati. Gesù continuò: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» (20,21). 

Gesù ricordò ai suoi discepoli, ai quali stava conferendo l’autorità di perdonare i peccati, che egli stesso aveva continuato a perdonare i peccati per tutta la vita fino alla morte, e comandò loro di seguire il suo esempio. Pertanto, le parole di Gesù: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati» (Gv 20,22-23), erano severe. Questo perché «A coloro a cui perdonerete i peccati» significa che il perdono è esteso non solo ai credenti, ma a tutte le persone nel mondo. Non deve accadere che i peccati rimangano non perdonati sulla terra. In questo modo, la nostra Chiesa ha ereditato l’autorità di perdonare i peccati attraverso la successione apostolica e ne ha portato il peso. Questo perché la gioia e la pace che si trovano tra i credenti derivano dalla consapevolezza di essere stati perdonati da Gesù. 

Di fronte a questa autorità, i credenti che cercano il sacramento della Riconciliazione hanno una chiara consapevolezza dei propri peccati. Quando invece recitano la quinta domanda del Padre Nostro — «Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori» — nella maggior parti dei casi i credenti non hanno una chiara coscienza del proprio peccato, oppure ne hanno una percezione vaga. Eppure ricordano qualcosa che li turba. È la possibilità di peccare in futuro. Se le «informazioni umane» rimangono aggrappate alla memoria senza essere eliminate, alla fine attireranno vari desideri. E quando quei desideri si trasformano in azioni, diventano «l’opera dell’uomo», molte delle quali conducono al peccato. Pertanto, la quinta domanda del Padre Nostro, «Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori», è una supplica per il perdono dei peccati a nome di tutti i credenti e di tutte le persone. 

Quando la Liturgia Eucaristica passa al Rito della Comunione, nessun credente recita il Padre Nostro davanti all’Eucaristia con un atteggiamento di vaghezza o di ambiguità. Sono come Pietro, il quale, quando Gesù camminò sul lago verso la barca dei discepoli, chiese a Gesù di comandargli di camminare sull’acqua e di venire da lui. Il Vangelo dice: «Ed egli disse: "Vieni!". Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s'impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: "Signore, salvami!". E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: "Uomo di poca fede, perché hai dubitato?"» (Mt 14,29–31). Non è un vento forte, ma la parola di Gesù che ci spoglia delle «informazioni umane». Durante la Liturgia della Parola, non dobbiamo aver paura quando vediamo cadere le nostre «informazioni umane» che gli era attaccato addosso, ma piuttosto imparare a distinguerle da noi stessi. 

Noi credenti sappiamo che l’Eucaristia ci attende, proprio come Gesù tese immediatamente la mano e afferrò Pietro spaventato. È proprio per questo che non mi stanco mai di sottolineare, più e più volte, la beatitudine e l’importanza per noi credenti di chiamare la Santa Eucaristia che riceviamo «il Messia, il Figlio di Dio, Gesù», per collegare l’Eucaristia a quel nome e imprimere questo nella nostra memoria, e di ricevere l’Eucaristia che ci viene consegnata dal sacerdote saldamente nelle nostre mani. L’Eucaristia è la mano stessa di Gesù tesa per salvarci. Se noi credenti rimaniamo inconsapevoli di questo, sarà difficile per noi persino immaginare la quinta beatitudine dell’Apocalisse: «Beati e santi quelli che prendono parte alla prima risurrezione. Su di loro non ha potere la seconda morte, ma saranno sacerdoti di Dio e del Cristo, e regneranno con lui per mille anni» (Ap 20,6). 

Maria K. M.


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