2026/09/28
267. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: l’alleanza
Giuda Iscariota era «un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro» (Gv 12,6). Il Vangelo secondo Matteo, riguardo alla fine di Giuda, riporta: «Allora Giuda - colui che lo tradì -, vedendo che Gesù era stato condannato, preso dal rimorso, riportò le trenta monete d'argento ai capi dei sacerdoti e agli anziani, dicendo: "Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente". Ma quelli dissero: "A noi che importa? Pensaci tu!". Egli allora, gettate le monete d'argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi» (Mt 27,3-5). Matteo, che era stato un esattore delle tasse e conosceva per esperienza diretta il potere del denaro, poteva comprendere bene la situazione in cui Giuda era venuto a trovarsi. Tuttavia, non fa alcun riferimento al motivo per cui Giuda alla fine, si rivolse ai capi dei sacerdoti e agli anziani.
Questo aspetto è simile
al motivo, esaminato nella precedente riflessione, cercando di comprendere
perché noi fedeli compiamo gesti e pronunciamo parole che possono sembrare
strani durante il rito della comunione nella liturgia eucaristica. Recitare le parole di
umiltà del centurione davanti al Santissimo Sacramento è espressione dell’aspirazione
più alta della Chiesa: quello di acquisire la virtù dell’umiltà e diventare
persone degne di Cristo. Questo
perché la Chiesa vede Cristo come lo Sposo e concepisce se stessa come la Sposa,
chiamata a crescere per diventare degna
di tale Sposo. Questa visione deriva dal fatto che il popolo dell’Antico
Testamento paragonava il rapporto di alleanza tra Dio e il suo popolo al vincolo
coniugale, il patto umano più intimo e
solido. La Chiesa ha ereditato
questa espressione e l`ha sviluppata nel corso della sua storia. Tuttavia,
tutti i Vangeli riportano scene in cui Gesù si rivolge alle persone dicendo:
«Il Padre vostro che è nei cieli». Inoltre, poiché lo stesso Gesù afferma: «Io
e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10,30), il rapporto di alleanza tra
Cristo e la Chiesa è quello stesso
che unisce il Padre e il Figlio.
Se il popolo dell’Antico Testamento paragonava il rapporto di alleanza tra Dio e il popolo a quello tra marito e moglie, e se questo era, all’epoca di Gesù, un’immagine religiosa ben nota e radicata nell’Antico Testamento per il popolo, è naturale che gli ebrei nutrissero risentimento nei confronti di Gesù, che cercava di introdurre in quel contesto un rapporto di alleanza tra Padre e Figlio. Si comprende così come persino Giuda, che era rimasto al fianco di Gesù per motivi economici, alla fine abbia provato la stessa sfiducia degli altri ebrei, affidandosi ai capi dei sacerdoti e agli anziani e schierandosi dalla loro parte, finendo per tradire Gesù.
Se si considera l’alleanza di Noè descritta nel capitolo 6 della Genesi, si nota che all’epoca la cultura greca si stava diffondendo in vaste regioni e cominciava a fondersi con le culture locali. Si erano diffuse le divinità della mitologia greca, caratterizzate da relazioni familiari di tipo umano (cfr. Gn 6,1-8). Si dice che la tradizione del Diluvio Universale sia presente in varie parti del mondo. In questo contesto, si ritiene che l’immagine dell’arca serva a comunicare che Dio è l’Unico e a preservare la fede in Lui. Noè, protetto da Dio che gli disse: «Ma con te io stabilisco la mia alleanza» (6,18), fu chiamato alla fede nell’unico Dio. Egli «edificò un altare al Signore; prese ogni sorta di animali puri e di uccelli puri e offrì olocausti sull'altare» (8,20). Allora Dio stipulò la prima alleanza con l’uomo (cfr. 9,1-17). In essa sono chiaramente indicati il contenuto dell’alleanza e il segno. L’antica alleanza, fin dal suo inizio, presentava così il proprio contenuto chiaramente indicato e testimoniato da un segno.
Tuttavia, Gesù usò la parola «alleanza» solo una volta, durante la sua ultima cena, quando disse: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell'alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati» (Mt 26,27-28). In quel contesto disse: «Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio» (Gv 10,17-18), c’era un’alleanza tra il Padre e il Figlio che per noi è difficile da comprendere.
Senza riuscire a cogliere chiaramente il quadro completo della nuova alleanza che ci è stata donata da Gesù, noi della Chiesa non solo abbiamo ereditato dall’Antico Testamento l’espressione che paragona il rapporto di alleanza tra Dio e il suo popolo a quello tra marito e moglie, ma, per formare i fedeli, all’inizio della liturgia della parola della Messa leggiamo prima l’Antico Testamento e cantiamo i Salmi. Anche nella Liturgia delle Ore si è sempre fatto ricorso ai Salmi. Inoltre, nell’esporre la via della virtù, ci si è ispirati in larga misura al «Cantico dei Cantici, di Salomone» (Ct 1,1). Salomone, che all’inizio era gradito al cuore di Dio, amò molte donne e, finendo per esserne schiavo, si ribellò a Dio e smise di obbedirgli, il che condusse lui e il suo popolo alla tragedia della rovina (cfr. 1 Re 11,1-13).
L’insegnamento del Cantico dei Cantici nell’Antico Testamento, affinché chi lo legge non segua le orme di Salomone e non diventi un figlio della rovina, descrive da diverse angolazioni quali stimoli le sue lusinghe suscitano nei sensi umani, anche senza che si faccia esperienza diretta dell’amore sessuale. Il risultato finale è che, avendo acquisito il potere del denaro, si finisce per affidarsi agli uomini come fece Giuda e per tradire Dio (cfr. Ct 8,11-14).
Maria K. M.







