Rivelazione di Gesù Cristo, al quale Dio la consegnò per mostrare ai suoi servi le cose che dovranno accadere tra breve. Ed egli la manifestò, inviandola per mezzo del suo angelo al suo servo Giovanni, il quale attesta la parola di Dio e la testimonianza di Gesù Cristo, riferendo ciò che ha visto. (Apocalisse 1:1-2)

 2026/06/01

250. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: una retrospettiva e il secondo segno

La riflessione iniziata con il tema “Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza” si è soffermata a lungo sugli aspetti correlati alla scena del dialogo tra Gesù e la donna samaritana, descritta nel capitolo 4, poiché in essa veniva trasmesso un contenuto estremamente denso riguardo al sacerdozio del Nuovo Testamento. Ripercorrendo il cammino compiuto fin qui, si può osservare che il Vangelo di Giovanni si apre, fin dal prologo del primo capitolo, con un contesto che richiama alla mente la Genesi, invitando il lettore a ricordare ciò che è accaduto tra Dio e l’uomo sin dalla creazione del cielo e della terra, durante l’Antica Alleanza. Lo scopo è ricondurre il lettore all'origine della creazione dell’uomo, mostrando che, fin dall'inizio, esisteva il disegno di Dio; il desiderio di celebrare insieme agli uomini il settimo giorno, quello che egli aveva consacrato con il suo riposo, benedetto e santificato al compimento della creazione del cielo, della terra e di tutte le cose, formando progressivamente gli uomini affinché giungessero ad adorarlo «in spirito e verità» (Gv 4,24). Per questo Dio attese il momento in cui Giovanni il Battista, legittimo erede del sacerdozio dell’Antico Testamento, perché, come ultimo dei profeti, preparasse la via al compimento del suo disegno salvifico.

Giovanni il Battista continuò a profetizzare che Gesù Cristo, il Figlio di Dio, sarebbe apparso pubblicamente al mondo, sarebbe diventato la luce del mondo mediante lo Spirito Santo e avrebbe instaurato il sacerdozio della Nuova Alleanza. Attraverso le parole di Giovanni Battista, il lettore ha potuto apprendere che lo Spirito Santo discende sugli uomini, del battesimo con l’acqua e del battesimo mediante lo Spirito Santo. Qui viene rivelato un fatto sorprendente: tra i primi discepoli, chiamati da Gesù mentre pescavano, come riportato nei Vangeli sinottici, c’erano alcuni che erano già stati formati come discepoli di Giovanni Battista. Nel capitolo 2, dopo aver accennato al suo Sangue e al suo Corpo, Gesù, nel capitolo 3, rivela l’opera dello Spirito Santo. Infatti, è lo Spirito Santo che rende permanente ed efficace lo stato che Gesù avrebbe realizzato sulla croce, affinché: «chiunque crede in lui [il Figlio dell’uomo]abbia la vita eterna» (Gv 3,15).

Proprio come in questo mondo l’opera dello Spirito Santo è diventata visibile grazie a Gesù, che era Dio e uomo, così Dio ha desiderato la collaborazione dell’uomo nell’opera dello Spirito Santo. A tal fine, Gesù è venuto dal Padre portando con sé il sacerdozio della Nuova Alleanza da conferire al popolo della Nuova Alleanza, da Lui chiamato. Il sacerdozio della Nuova Alleanza viene affidato in modo particolare nella memoria dei credenti maschi, affinché lo Spirito Santo possa liberamente richiamarlo e renderli ministri al servizio della vita di ogni essere umano nato da una donna. Nell’ultima profezia di Giovanni Battista, riportata alla fine del capitolo 3, si intravede la figura del sacerdote che, celebra la Messa in collaborazione con lo Spirito Santo divenendone la voce, le mani e i piedi. Egli assiste lo Spirito Santo, lo Sposo, nell'accogliere e far emergere dalla memoria del sacerdote ordinato il sacerdozio della Nuova Alleanza, raffigurato come la Sposa. Il sacerdote, svuotato di sé stesso, ascolta la voce dello Spirito Santo e ne gioisce profondamente. Per questo egli comprende certamente il significato delle parole di Giovanni il Battista: «Lui deve crescere; io, invece, diminuire». 

«Nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stata data dal cielo. Voi stessi mi siete testimoni che io ho detto: "Non sono io il Cristo", ma: "Sono stato mandato avanti a lui". Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l'amico dello sposo, che è presente e l'ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere; io, invece, diminuire» (Gv 3,27-30). 

Il capitolo 4 del Vangelo di Giovanni si conclude menzionando «Questo fu il secondo segno, che Gesù fece quando tornò dalla Giudea in Galilea» (Gv 4,54). Questo segno avvenne nella scena in cui Gesù esaudì la richiesta di un funzionario del re che lo pregò di guarire suo figlio in fin di vita (cfr. 4,43-54). Riguardo a questo segno, nel post n. 208 di questo blog ne ho parlato sulla base della Lettera agli Ebrei, quindi vi invito a fare riferimento a quello. 

L’autore della Lettera agli Ebrei afferma: «La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede. Per questa fede i nostri antenati sono stati approvati da Dio. Per fede, noi sappiamo che i mondi furono formati dalla parola di Dio, sicché dall'invisibile ha preso origine il mondo visibile» (Eb 11,1-3). Successivamente, illustra brevemente la storia dei personaggi dell’Antico Testamento che furono riconosciuti da Dio grazie a questa fede (cfr. 11,4-38) e conclude come segue: «Tutti costoro, pur essendo stati approvati a causa della loro fede, non ottennero ciò che era stato loro promesso: Dio infatti per noi aveva predisposto qualcosa di meglio, affinché essi non ottenessero la perfezione senza di noi» (11,39-40). 

Il funzionario del re era convinto che Gesù avrebbe «guarito suo figlio». Per questo non si lasciò scoraggiare dalle parole di Gesù: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete» (Gv 4,48), ma disse subito: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia» (4,49). Era certo di ciò che sperava e cercò di confermare il fatto, che ancora non poteva vedere, che Gesù avrebbe guarito il bambino. Infatti, in seguito verificò che l'ora in cui Gesù aveva detto: «Va', tuo figlio vive» (4,50) coincideva con l'ora in cui il bambino fu guarito (cfr. 4,51-53). Il Vangelo conclude quindi: «Credette lui con tutta la sua famiglia» (4,54). Essi erano il modello di fede dell’Antico Testamento che «fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede». Tuttavia, pur essendo riconosciuti da Dio per quella fede, non ottennero ciò che era stato promesso. 

Ciò che viene indicato come «promesso» è ciò che l’autore della Lettera agli Ebrei definisce in seguito «qualcosa di meglio»: «Dio infatti per noi aveva predisposto qualcosa di meglio, affinché essi non ottenessero la perfezione senza di noi». Questo «qualcosa di meglio» è il sacerdozio della Nuova Alleanza. Alle nozze di Cana di Galilea, il primo segno compiuto da Gesù, che trasformò l'acqua in vino in risposta alla richiesta di sua madre, la quale gli aveva fatto presente che il vino era venuto a mancare, costituisce un'allusione all'Eucaristia (cfr. 2,1-11). Il Vangelo afferma infatti:: «Questo, a Cana di Galilea, fu l'inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui» (2,11). In quel momento, i discepoli si limitavano a seguire Gesù. Ciò andava oltre la fede dell’Antico Testamento, che consisteva nel «fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede». 

Maria K. M.


 2026/05/25


249. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio nella Nuova Alleanza: Il Padre Nostro e le Sette Beatitudini VII

«Beati e santi quelli che prendono parte alla prima risurrezione. Su di loro non ha potere la seconda morte, ma saranno sacerdoti di Dio e del Cristo, e regneranno con lui per mille anni» (Ap 20,6): il passo in cui è riportata la quinta beatitudine dell’Apocalisse si trova nella parte finale della sezione «Profezia del completamento della liturgia della Messa (capitoli 19-20)» del diagramma «Composizione Profetica dell'Apocalisse» (vedi figura sotto). Il compimento della liturgia eucaristica qui profetizzata appartiene non solo ai sacerdoti che operano con lo Spirito Santo, ma anche alla Chiesa, che è composta da fedeli che si sforzano costantemente di raggiungere la santità per formare tali sacerdoti. Nella puntata precedente abbiamo osservato come la quinta petizione del Padre Nostro, «Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori», racchiuda in sé il perdono dei peccati per tutti gli uomini. Il Padre Nostro continua ad accendere in noi, che lo recitiamo, la fiamma della speranza che ci conduce verso il compimento della liturgia eucaristica e verso la quinta beatitudine dell’Apocalisse.

Insieme all’impegno della Chiesa per perfezionare la liturgia eucaristica, la forza della Parola che purifica i fedeli verso la santità continua ad operare in modo incrollabile. Le suppliche cristiane del Padre Nostro, recitate dai fedeli, si trasmettono attraverso la loro memoria, di persona in persona, fino a raggiungere la comunità di questo mondo. Nella società odierna, dominata dall'informazione, mentre le persone cercano di padroneggiare l'intelligenza artificiale, è indubbio che alcuni, consapevoli di ciò, si stiano allontanando dall'informazione stessa. Gesù, che sulla croce disse: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Luca 23,34), desiderava la salvezza di coloro che sono rimasti affascinati dall'"informazione umana" e che hanno vissuto senza comprenderne il perché, e continua ad attirare queste persone alla liturgia della Messa. 

Nel capitolo 19 dell’Apocalisse vengono descritti la purificazione dei credenti viventi (cfr. Ap 19,11-16) e la purificazione del mondo sulla quale si irradia l’efficacia della liturgia eucaristica ormai portata a compimento (cfr. 19,17-21). Il capitolo 20 che segue, riguarda invece i morti. Vi si legge: «Poi vidi alcuni troni - a quelli che vi sedettero fu dato il potere di giudicare - e le anime dei decapitati a causa della testimonianza di Gesù e della parola di Dio, e quanti non avevano adorato la bestia e la sua statua e non avevano ricevuto il marchio sulla fronte e sulla mano. Essi ripresero vita e regnarono con Cristo per mille anni» (20,4). Ciò indica che questi hanno preso parte alla «prima risurrezione» (20,5) e, insieme a Cristo, partecipano dal cielo alla nostra liturgia eucaristica. Il «mille anni» corrisponde a un giorno di Dio (cfr. 2 Pietro 3,8). Si tratta di un tempo continuo, in cui la liturgia eucaristica viene celebrata costantemente in qualche luogo sulla terra.

Tra i due gruppi di defunti qui descritti, i primi sono i  sacerdoti che hanno portato a compimento, fino alla morte, il ministero del sacerdozio del Nuovo Testamento della celebrazione dell’Eucaristia, conferiti loro tramite la successione apostolica, con cui Gesù affidò l'autorità  regale agli apostoli durante l’Ultima Cena. L'espressione la «testimonianza di Gesù» indica qui la testimonianza resa da Gesù stesso, il quale, quale Cristo, continuò a perdonare i peccati per tutta la vita fino alla morte. L'espressione «coloro che furono decapitati a causa… della parola di Dio» si riferisce invece a coloro che, come i sacerdoti, cooperavano con lo Spirito Santo e che, mediante la Parola di Dio, erano stati purificati dalla «conoscenza umana», come se fossero stati realmente decapitati. Consapevoli di essere il popolo a cui era stato conferito il sacerdozio del Nuovo Testamento, non adorarono né la «bestia» — simbolo del potere e della volontà di dominio — né la sua immagine; per questo non si lasciarono sedurre dal suo inganno.

Quanto sopra costituisce il significato pieno della quinta beatitudine dell’Apocalisse, alla quale tende la quinta petizione del Padre Nostro, preghiera con cui si implora il perdono dei peccati per tutti gli uomini: «Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori». «Beati e santi quelli che prendono parte alla prima risurrezione. Su di loro non ha potere la seconda morte, ma saranno sacerdoti di Dio e del Cristo, e regneranno con lui per mille anni». Coloro che hanno ottenuto questa beatitudine rappresentano il punto di arrivo del nuovo popolo che aspira alla santità mediante il perdono dei peccati, e testimoniano la vita eterna che conduce tutti al perdono dei peccati.

Finora abbiamo seguito il il filo conduttore che unisce il  Padre Nostro alle sette beatitudini dell’Apocalisse. Concluderemo ora questo argomento, prendendo in esame le ultime due. Una volta conclusa la liturgia eucaristica, i fedeli ritornano alla routine quotidiana che li conduce alla Messa successiva. In questo percorso è prevedibile che si trovino nuovamente di fronte alla «bestia», al «falso profeta» e agli spiriti maligni. A questa realtà si contrappone la benedizione di invio impartita dal sacerdote al termine della liturgia eucaristica, con la quale i fedeli vengono mandati nel mondo. In questa benedizione è racchiusa la preghiera affinché si realizzino la sesta e la settima supplica del Padre Nostro: «Non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male». Con questa benedizione, riprendiamo a vivere orientati verso la Messa successiva. Non significa che siamo usciti dallo spazio della liturgia eucaristica; al contrario, ne prolunghiamo la realtà nella vita quotidiana. Infatti, la benedizione impartita dal sacerdote è rivolta con lo sguardo di coloro che «sacerdoti di Dio e del Cristo, e regneranno con lui per mille anni»  accompagnando i fedeli nel loro cammino.

Come insegna il Padre Nostro, per non cadere in tentazione è indispensabile che i fedeli distinguano consapevolmente se stessi dalle «informazioni umane». A tal fine, la sesta beatitudine dell’Apocalisse ammonisce con queste parole: «Ecco, io vengo presto. Beato chi custodisce le parole profetiche di questo libro» (Ap 22,7). Ciò indica che tutto si riassume nel ritornare alla prima benedizione dell’Apocalisse — «Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e custodiscono le cose che vi sono scritte: il tempo infatti è vicino» (1,3) — perseverando così nel ciclo di formazione spirituale proposto dall'Apocalisse. Questa è proprio l’unica formazione spirituale che il Padre celeste ha donato attraverso Cristo, affinché i fedeli siano custoditi dal male e giungano alla settima beatitudine dell'Apocalisse: «Beati coloro che lavano le loro vesti per avere diritto all'albero della vita e, attraverso le porte, entrare nella città» (22,14) (cfr. 1,1). Tale cammino conduce i credenti alla partecipazione alla vita eterna e li mantiene sotto la protezione del Signore contro il male. 

Maria K. M.


 2026/05/18


248. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: il Padre Nostro e le sette beatitudini VI

Come si legge nell’Apocalisse: «Io, tutti quelli che amo, li rimprovero e li educo. Sii dunque zelante e convèrtiti» (Ap 3,19), così, nella Liturgia della Parola, le parole di Gesù, resa viva dallo Spirito Santo, diventa una spada affilata che trafigge la memoria dei fedeli, recide le «informazioni umane» che vi si sono sedimentate e permette loro di contemplarle, distinguendole da se stessi. Inoltre, l’omelia del sacerdote che, facendosi bocca, mani e piedi dello Spirito Santo, lo segue docilmente e celebra la Messa in collaborazione con lui, svuotato di sé, si trasforma negli «eserciti del cielo» (19,14) e incalza ulteriormente i fedeli affinché ricordino di possedere la dignità e la vocazione di figli di Dio. In questo modo, le grazie che la Liturgia della Parola dona all’interno della celebrazione eucaristica richiamano l’episodio del Vangelo di Giovanni in cui Gesù lavò i piedi dei suoi discepoli durante l’Ultima Cena. 

Il Vangelo di Giovanni inizia il racconto di Gesù che lava i piedi ai suoi discepoli affermando: «Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine» (Gv 13,1). L'espressione «prima della festa di Pasqua» è qui utilizzata per sottolineare che questo evento differisce dal giorno dell'istituzione dell'Eucaristia, che i Vangeli sinottici riportano all'unanimità come avvenuto «Il primo giorno degli Azzimi». Ciò dimostra che l'atto di Gesù che lava i piedi ai suoi discepoli avvenne prima dell'istituzione dell'Eucaristia. Di conseguenza, nella celebrazione eucaristica della Chiesa si rendono presenti, una dopo l’altra, le due dimensioni dell’Ultima Cena del Signore: prima attraverso la Liturgia della Parola, e poi attraverso la Liturgia Eucaristica, che culmina nel Rito della Comunione. Attraverso queste due mense del Signore manifestate nella Messa, i fedeli sperimentano la pienezza della Nuova Alleanza. È il luogo in cui otri nuovi vengono riempiti di vino nuovo. 

Noi, la Chiesa, siamo veramente il popolo che ha ricevuto il sacerdozio della Nuova Alleanza. Gesù, istituendo l'Eucaristia, ha conferito il sacerdozio della Nuova Alleanza ai discepoli che aveva scelto e reso Apostoli, e ha affidato loro la sua regalità affinché fosse tramandata. Inoltre, Gesù risorto soffiò lo Spirito Santo sui discepoli e concesse loro il potere di perdonare i peccati. Essi, che portavano dentro il peso della colpa di non aver saputo affrontare la passione e la morte di Gesù, gioirono nel vedere Gesù risorto che venne e si fermò in mezzo a loro, dicendo: «Pace a voi!» (Gv 20,19), e mostrò loro le sue mani e il suo costato. Poi Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi!». In questo modo permise loro di sperimentare che la pace nasce quando si sente veramente che i propri peccati sono stati perdonati, accompagnata dalla gioia di essere perdonati. Gesù continuò: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» (20,21). 

Gesù ricordò ai suoi discepoli, ai quali stava conferendo l’autorità di perdonare i peccati, che egli stesso aveva continuato a perdonare i peccati per tutta la vita fino alla morte, e comandò loro di seguire il suo esempio. Pertanto, le parole di Gesù: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati» (Gv 20,22-23), erano severe. Questo perché «A coloro a cui perdonerete i peccati» significa che il perdono è esteso non solo ai credenti, ma a tutte le persone nel mondo. Non deve accadere che i peccati rimangano non perdonati sulla terra. In questo modo, la nostra Chiesa ha ereditato l’autorità di perdonare i peccati attraverso la successione apostolica e ne ha portato il peso. Questo perché la gioia e la pace che si trovano tra i credenti derivano dalla consapevolezza di essere stati perdonati da Gesù. 

Di fronte a questa autorità, i credenti che cercano il sacramento della Riconciliazione hanno una chiara consapevolezza dei propri peccati. Quando invece recitano la quinta domanda del Padre Nostro — «Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori» — nella maggior parti dei casi i credenti non hanno una chiara coscienza del proprio peccato, oppure ne hanno una percezione vaga. Eppure ricordano qualcosa che li turba. È la possibilità di peccare in futuro. Se le «informazioni umane» rimangono aggrappate alla memoria senza essere eliminate, alla fine attireranno vari desideri. E quando quei desideri si trasformano in azioni, diventano «l’opera dell’uomo», molte delle quali conducono al peccato. Pertanto, la quinta domanda del Padre Nostro, «Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori», è una supplica per il perdono dei peccati a nome di tutti i credenti e di tutte le persone. 

Quando la Liturgia Eucaristica passa al Rito della Comunione, nessun credente recita il Padre Nostro davanti all’Eucaristia con un atteggiamento di vaghezza o di ambiguità. Sono come Pietro, il quale, quando Gesù camminò sul lago verso la barca dei discepoli, chiese a Gesù di comandargli di camminare sull’acqua e di venire da lui. Il Vangelo dice: «Ed egli disse: "Vieni!". Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s'impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: "Signore, salvami!". E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: "Uomo di poca fede, perché hai dubitato?"» (Mt 14,29–31). Non è un vento forte, ma la parola di Gesù che ci spoglia delle «informazioni umane». Durante la Liturgia della Parola, non dobbiamo aver paura quando vediamo cadere le nostre «informazioni umane» che gli era attaccato addosso, ma piuttosto imparare a distinguerle da noi stessi. 

Noi credenti sappiamo che l’Eucaristia ci attende, proprio come Gesù tese immediatamente la mano e afferrò Pietro spaventato. È proprio per questo che non mi stanco mai di sottolineare, più e più volte, la beatitudine e l’importanza per noi credenti di chiamare la Santa Eucaristia che riceviamo «il Messia, il Figlio di Dio, Gesù», per collegare l’Eucaristia a quel nome e imprimere questo nella nostra memoria, e di ricevere l’Eucaristia che ci viene consegnata dal sacerdote saldamente nelle nostre mani. L’Eucaristia è la mano stessa di Gesù tesa per salvarci. Se noi credenti rimaniamo inconsapevoli di questo, sarà difficile per noi persino immaginare la quinta beatitudine dell’Apocalisse: «Beati e santi quelli che prendono parte alla prima risurrezione. Su di loro non ha potere la seconda morte, ma saranno sacerdoti di Dio e del Cristo, e regneranno con lui per mille anni» (Ap 20,6). 

Maria K. M.


 2026/05/11


247. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: il Padre Nostro e le sette beatitudini V

Riprendiamo dalla nostra precedente riflessione. Come nell’Apocalisse, l’angelo comandò: «Scrivi: Beati gli invitati al banchetto di nozze dell'Agnello!» (Ap 19,9), così, nella celebrazione della Santa Messa, non si sottolineerà mai abbastanza quanto sia beato e importante che noi fedeli, ricevendo la Santa Eucaristia, la invochiamo con il Nome di «Messia, Figlio di Dio, Gesù», e che, ogni volta, uniamo nella nostra memoria l’Eucaristia a questo nome imprimendolo nel cuore come una parola scritta per sempre.. Questo metodo è una formula per assimilare questioni che l’uomo non coglie immediatamente in modo intuitivo. Tuttavia, i credenti cattolici romani in tutto il mondo rispondono con le parole del centurione quando il sacerdote presenta l’Ostia. Ciò avviene perché il Santissimo Sacramento si associa facilmente alle parole di umiltà del centurione. Eppure, Gesù lodò la fede del centurione non per la sua umiltà umana in quanto tale, ma perché egli, partendo dalla propria esperienza di uomo che esercitava autorità sui soldati, credette nell’autorità e nella potenza di Gesù e lo accolse. Gesù non lodò semplicemente la sua umiltà umana. 

Piuttosto, l’umiltà del centurione, che rispose a Gesù — il quale gli aveva detto: «Verrò e lo guarirò», con le parole: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di' soltanto una parola e il mio servo sarà guarito» (Mt 8,8), ebbe come conseguenza il fatto di privare la sua famiglia dell’occasione di incontrare personalmente Gesù. Allo stesso modo, quando Pietro, per umiltà umana, rifiutò di permettere a Gesù di lavargli i piedi, Gesù lo rimproverò severamente, dicendo: «Se non ti laverò, non avrai parte con me» (Gv 13,8). La modestia e l’umiltà che Gesù richiede ai suoi discepoli consistono piuttosto nel farsi servitori degli altri (cfr. Mt 23,11-12), nel prendere l’ultimo posto quando si è invitati a un banchetto (cfr. Lc 14,10-11) e, davanti a Dio, nel presentargli con sincerità il proprio desiderio, proprio come fece il pubblicano che fu giustificato e tornò a casa (cfr. 18,13-14). 

Considerando questi punti, dobbiamo concludere che la ragione per cui i cattolici romani di tutto il mondo hanno costantemente recitato le parole del centurione davanti all’Eucaristia ogni volta durante la Messa è che credono erroneamente che queste parole esprimano riverenza e umiltà verso l’Eucaristia. Tuttavia, questa espressione appare del tutto sproporzionata di fronte all’umiltà di Dio, che si nasconde sotto le specie del pane e del vino. Gesù ha detto: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero» (Mt 11,28-30). Per il credente, imitare la divina umiltà di Gesù, il Figlio di Dio, significa decidere di prendere su di sé il giogo di Gesù e portare il suo peso. 

Questo è qualcosa che nessun essere umano può fare senza la collaborazione dello Spirito Santo, mandato nel nome di Gesù. Per questo motivo, chiamare l’Eucaristia che si riceve con il nome di «Messia, Figlio di Dio, Gesù» e iscrivere ogni volta questo nome nella propria memoria è una grande grazia per coloro che partecipano alla Messa. In tal modo, questa rivelazione si radica nella memoria dei fedeli come una conoscenza implicita e vissuta. Infatti, quando si tratta di assimilare realtà che non possono essere colte immediatamente dall’intuizione, questo è uno dei modi più efficaci per farle diventare parte della propria vita interiore. Tuttavia, qui incontriamo un’altra difficoltà: la dipendenza del credente dall’Antico Testamento. La missione dell’Antico Testamento si è conclusa quando è stato citato da Gesù nei Vangeli. Si è legato a Gesù, è stato completato da Lui, esso è divenuto una Parola nuova e vivente all’interno dei Vangeli. Pertanto, è sufficiente che l’Antico Testamento venga spiegato quando necessario.

Tuttavia, durante la Messa domenicale, quando i fedeli entrano nella Liturgia della Parola, ad eccezione del tempo pasquale, viene letto prima l’Antico Testamento, seguito dal canto dei Salmi. Solo allora vengono lette le Lettere e il Vangelo. Di conseguenza, le parole del Nuovo Testamento lette in quel momento vengono accolte nella memoria dei fedeli, che è già soffermata e ha trovato risonanza dalle letture dell’Antico Testamento e dai Salmi. Sono, per così dire, vino nuovo versato in otri vecchi. Tra i fedeli che partecipano alla Messa, ci sono coloro che sono oppressi da preoccupazioni e sofferenze, e coloro il cui cuore è stato affaticato dai pesi della vita quotidiana. Per questi credenti, è facile immedesimarsi nelle parole dell’Antico Testamento e dei Salmi e affidarsi ad esse. Questi testi suscitano profonde emozioni e possono persino portare un momentaneo senso di pace. In questo modo, però, esiste il rischio che il popolo della Nuova Alleanza lasciato da Gesù rimanga immerso nella visione del mondo di un popolo che, insieme alle profezie dell’Antico Testamento, continua ancora ad attendere il Salvatore.

Anche all’interno di questa atmosfera della Messa, la Parola – letta dal sacerdote e resa viva dallo Spirito Santo – diventa una spada affilata che penetra nella memoria del credente, cercando di recidere le “informazioni umane” sedimentate. Queste «informazioni umane» sono la vera forma dell’«serpente antico, colui che è chiamato diavolo e il Satana e che seduce tutta la terra abitata» (Ap 12,9), che Gesù insegnò ai Suoi discepoli a distinguere da sé stessi e che Egli continuò a rivelare attraverso la Sua Passione e morte sulla croce. Nell’Apocalisse, l’angelo che sta in piedi nel sole chiama «carne» l’«informazione umana», recisa dai singoli credenti, e ordina a tutti gli uccelli che volano a metà del cielo di divorarla (cfr. Ap 19,17–21). Questo è proprio come quando Gesù lavò e asciugò i piedi dei Suoi discepoli per purificarli prima dell’Ultima Cena, atto con cui Gesù, rendendosi conto che era giunta l’ora di lasciare questo mondo per tornare al Padre, «amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine» (Gv 13,1).

Eppure noi, che celebriamo la Messa in questo modo, diremo sicuramente, davanti a Gesù con umiltà umana: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!» (Gv 13,8). E anche se recitiamo l’atto penitenziale prima della Liturgia della Parola, il giorno in cui si adempirà la quinta domanda del Padre Nostro — «Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori» — rimane lontano. Inoltre, la realtà della quinta beatitudine dell’Apocalisse, alla quale questo atto penitenziale dovrebbe condurre — «Beati e santi quelli che prendono parte alla prima risurrezione. Su di loro non ha potere la seconda morte, ma saranno sacerdoti di Dio e del Cristo, e regneranno con lui per mille anni» (Ap 20,6) — è ancora più lontana. 

Maria K. M. 


È stato pubblicato un nuovo articolo sul blog Il Vento diPatmos. Si tratta della traduzione di un articolo che ho inviato e che è stato pubblicato sulla rivista online giapponese Catholic Ai.


 2026/05/04

246. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: Il Padre Nostro e le sette beatitudini IV

La quarta richiesta del Padre Nostro, «Dacci oggi il nostro pane quotidiano», come abbiamo visto l’ultima volta, è anche una preghiera in cui i credenti chiedono l’adempimento delle parole che Dio annunciò ad Adamo: «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai!» (Gen 3:19). I credenti assistono all’adempimento di quella preghiera quando prendono parte alla quarta beatitudine, come riportato nell’Apocalisse: «Allora l'angelo mi disse: "Scrivi: Beati gli invitati al banchetto di nozze dell'Agnello!". Poi aggiunse: "Queste parole di Dio sono vere"» (Ap 19,9). Immediatamente prima di questa quarta beatitudine nell’Apocalisse, leggiamo: «Rallegriamoci ed esultiamo, rendiamo a lui gloria, perché sono giunte le nozze dell'Agnello; la sua sposa è pronta: le fu data una veste di lino puro e splendente". La veste di lino sono le opere giuste dei santi» (19,7–8). 

La «sposa» che si è pronta in questo passo è il sacerdozio della Nuova Alleanza, che è nascosto in modo speciale nella memoria del sacerdote. Le «opere giuste dei santi» con cui è rivestito il sacerdozio della Nuova Alleanza rappresentano le azioni del sacerdote che, in quanto “paraninfo” dello Spirito Santo mandato nel nome di Gesù, lo Sposo, si fa bocca, mani e piedi dello Spirito Santo, lo segue con cuore disinteressato, collabora con Lui per celebrare la Messa. È qui che nasce l’Eucaristia. Il sacerdote e la congregazione presenti saranno testimoni di tutto questo. Poiché sono loro le persone che hanno ricevuto il sacerdozio della Nuova Alleanza. Così, l’autore, rendendosi conto della beatitudine di «gli invitati al banchetto di nozze dell'Agnello,» ne fu così commosso che cercò di adorare l’angelo e si prostrò ai suoi piedi. Ma l'angelo disse: «Guàrdati bene dal farlo! Io sono servo con te e i tuoi fratelli, che custodiscono la testimonianza di Gesù. È Dio che devi adorare. Infatti la testimonianza di Gesù è lo Spirito di profezia» (Ap 19,10). 

Con le parole dell’angelo: «te e i tuoi fratelli, che custodiscono la testimonianza di Gesù,», si riferisce agli Apostoli e ai loro successori, che conservano nella memoria le parole dell’istituzione dell’Eucaristia e il sacerdozio della Nuova Alleanza da Lui conferito, ereditandone l’autorità attraverso la regalità affidata loro da Gesù. Queste parole, che Gesù ha conferito agli Apostoli insieme al sacerdozio della Nuova Alleanza, sono attinte dalla loro memoria dallo Spirito Santo – che diventa lo spirito della profezia – e sono rese reali attraverso la Sua opera con loro. In quel momento, essi, come l’angelo, diventano servitori dello Spirito Santo, che è Dio. Questa beatitudine rivela che una struttura profonda e fondamentale è intessuta nell’espressione umana e semplice della preghiera: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano». Ciò è implicito nella frase della quarta beatitudine che segue: «Queste parole di Dio sono vere.» Quando le parole dell’angelo terminarono, lo scrittore proseguì con la seguente descrizione. 

«Poi vidi il cielo aperto, ed ecco un cavallo bianco; colui che lo cavalcava si chiamava Fedele e Veritiero: egli giudica e combatte con giustizia. I suoi occhi sono come una fiamma di fuoco, ha sul suo capo molti diademi; porta scritto un nome che nessuno conosce all'infuori di lui. È avvolto in un mantello intriso di sangue e il suo nome è: il Verbo di Dio. Gli eserciti del cielo lo seguono su cavalli bianchi, vestiti di lino bianco e puro. Dalla bocca gli esce una spada affilata, per colpire con essa le nazioni. Egli le governerà con scettro di ferro e pigerà nel tino il vino dell'ira furiosa di Dio, l'Onnipotente. Sul mantello e sul femore porta scritto un nome: Re dei re e Signore dei signori» (Ap 19,11–16). 

Questa descrizione riguarda lo Spirito Santo e l’Eucaristia. Appare un cavallo bianco, e colui che vi sta in sella è chiamato Fedele e Veritiero, perché Gesù disse dello Spirito Santo: «Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future» (Gv 16,13). Egli giudica e combatte con giustizia affinché «quando sarà venuto, dimostrerà la colpa del mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio» (16,8) e affinché «il principe di questo mondo è già condannato» (16,11). Si legge che i suoi occhi sono come una fiamma di fuoco, che porta molti diademi sul capo e che su di lui è inciso un nome che nessuno conosce tranne lui stesso; questo perché lo Spirito Santo è invisibile alle persone di questo mondo. 

Ciononostante, poiché è scritto che egli è vestito di un mantello intriso di sangue ed è chiamato «il Verbo di Dio», i credenti ricordano che nella scena della Passione, quando  Gesù fu rivestito di una veste scarlatta (cfr. Mt 27,28–29), e che Gesù disse: «Egli mi glorificherà, perché prenderà ciò che è mio e ve lo annuncerà» (Gv 16,14) . Il fatto che il suo nome sia «il Verbo di Dio» deriva dal fatto che lo Spirito Santo è mandato nel nome di Gesù, per dare vita al Verbo e per adempiere ciò di cui Gesù ha reso testimonianza. Così, gli eserciti del cielo, vestite di lino bianco e puro, seguivano lo Spirito Santo su cavalli bianchi. Questi sono i sacerdoti che seguono lo Spirito Santo, diventando la Sua bocca, le Sue mani e i Suoi piedi, e che, con cuore altruista, collaborano con lo Spirito Santo per celebrare la Messa. La Parola, resa viva dallo Spirito Santo, è una spada affilata. Le “nazioni” che essa colpisce sono le “informazioni umane” che sono penetrate in profondità nei cuori delle persone. 

Poi, l’espressione secondo cui egli stesso, «Egli le governerà con scettro di ferro», allude al Corpo di Cristo. Questa frase è infatti tratta dal capitolo 12 dell'Apocalisse: «Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e verso il suo trono» (Ap 12,5). Questa descrizione segue la scena in cui «Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle» (12,1). Come abbiamo già discusso in questo blog, questa «una donna» rappresenta il sacerdozio della Nuova Alleanza, raffigurato nell’immagine della Madre di Gesù. Pertanto, la donna che «Essa partorì un figlio maschio» sono gli Apostoli (sacerdoti) che lo conservano nella memoria, e il bambino che è stato «rapito verso Dio e verso il suo trono» è il Corpo di Cristo. 

L'affermazione che «pigerà nel tino il vino dell'ira furiosa di Dio, l'Onnipotente» deriva dalle parole di Gesù: «Questo è il mio sangue dell'alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati» (Mt 26,28). «Il vino» si riferisce al Sangue di Gesù. Il passo successivo, «Sul mantello e sul femore porta scritto un nome: Re dei re e Signore dei signori,» si riferisce al nome della Santa Eucaristia. «Re dei re» suggerisce l’Unto, il Messia, mentre «Signore dei signori» suggerisce il nome di Gesù, il Figlio di Dio. L’Eucaristia ha un nome, e quel nome è «Gesù, il Messia, il Figlio di Dio». 

Queste cose suggeriscono che, in mezzo alla beatitudine di «gli invitati al banchetto di nozze dell'Agnello», noi credenti siamo in grado di chiamare il nome dell’Eucaristia che riceviamo «Gesù, il Messia, il Figlio di Dio». Infatti, invocare quel nome davanti a «Dio con noi» (Mt 1,23) è il desiderio ardente di ogni cristiano. E quando i credenti, alla presenza dell’Eucaristia, invocano «Gesù, il Messia, il Figlio di Dio» e ascoltano quella voce, è come se scrivessero quel nome nei propri ricordi. Ecco perché l’angelo disse allo scrittore: «Scrivi: Beati gli invitati al banchetto di nozze dell'Agnello!» 

Maria K. M.


 2026/04/27


245. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: Il Padre Nostro e le sette beatitudini III

Gesù disse a Cafarnao alla folla che lo aveva seguito: «Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo» (Gv 6,27). Queste parole non furono comprese dalla folla di allora. Eppure ora sappiamo che Gesù ha adempiuto ciò che disse : «Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo. ... Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!» (6,33-35). Perciò noi, come Chiesa, ci sforziamo di vivere la nostra routine quotidiana, orientata verso la  Messa. 

Allenarsi a proclamare ogni giorno le parole profetiche dell’Apocalisse, come si beve l’acqua quotidianamente, e ad ascoltarne la voce, si sovrappone alla routine quotidiana dei fedeli orientata verso la Messa. La prima beatitudine dell’Apocalisse ha annunciato che è indispensabile continuare la formazione dell’Apocalisse, affinché il nome del Padre Celeste possa essere santificato nel profondo di ogni credente che partecipa alla Messa, che costituisce il cuore stesso del Regno di Dio portato da Gesù, e rivolgendosi a Dio come: «Padre nostro che sei nei cieli». Come dice l’Apocalisse: «il tempo infatti è vicino» (Ap 1,3), il tempo in cui noi credenti siamo con lo Spirito Santo, mandato nel nome di Gesù, e operiamo insieme a Lui è «ora». È per questo che la preghiera «Venga il tuo regno» acquista tutta la sua serietà. E, pur riconoscendo che stiamo percorrendo il cammino della nostra routine quotidiana verso la Messa con lo Spirito Santo, preghiamo: «Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra».

Queste invocazioni, che sorgono lungo il cammino della routine quotidiana verso la Messa, spingono i fedeli a pronunciare la preghiera fiduciosa: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano». Questa preghiera umana e semplice, la quarta invocazione del Padre Nostro, corrisponde alla quarta beatitudine dell’Apocalisse: «E l’angelo mi disse: “Scrivi questo: Beati coloro che sono invitati al banchetto delle nozze dell’Agnello”. E mi disse: “Queste sono parole vere di Dio.”» (Ap 19,9). Questa beatitudine rivela che dietro l’espressione umana e semplice della richiesta «Dacci oggi il nostro pane quotidiano» si cela una struttura profonda e fondamentale. Questo perché tale richiesta è una preghiera affinché si adempiano le parole che Dio predisse ad Adamo nella Genesi: «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai!» (Gen 3,19).

La Genesi afferma: «Allora il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente» (Gen 2,7). Inoltre, il racconto nel Vangelo di Giovanni in cui Gesù risorto «soffiò e disse loro: "Ricevete lo Spirito Santo» (Gv 20,22), chiarisce che il «soffio di Dio» è ciò che rende l’uomo un essere spirituale. L’uomo è stato creato a immagine di Dio ed è stato creato come uno a somiglianza di Dio, del quale Gesù disse: «Dio è spirito» (4,24). Gli esseri umani sono stati creati fin dall’inizio per diventare esseri spirituali. Dio predisse ad Adamo che avrebbe lavorato «con il sudore del tuo volto» per mangiare il pane fino alla morte del suo corpo fisico, e che sarebbe tornato ad essere un essere spirituale. Gesù nacque da una donna affinché questa predizione potesse applicarsi a tutti coloro che sarebbero nati da donne; ed Egli nacque come uomo per adempiere le parole dette ad Adamo. 

Il «cibo che rimane per la vita eterna» di cui parlò Gesù — «Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo» — è precisamente il «pane» che gli uomini, ai quali è stata affidata questa opera, guadagnano con il sudore del proprio volto. La frase «Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo» significa che il Padre Celeste ha posto un sigillo sull’uomo che opera in questo modo. È il sigillo dell’uomo che ha accolto le parole pronunciate in precedenza da Gesù: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera» (Gv 4,34). 

A quel tempo, solo gli Apostoli furono in grado, in ultima analisi, di accettare queste parole di Gesù (cfr. Gv 6,66-69). Il cibo «che il Figlio dell'uomo vi darà» significa «fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera». Ciò significa produrre «il cibo che rimane per la vita eterna» e distribuirlo alle persone in modo speciale. Lavorando insieme allo Spirito Santo inviato nel nome di Gesù, essi rendono reali le parole di Gesù: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!». Questa realtà divina si rinnova nella liturgia della Messa. Questo perché il sacerdozio della Nuova Alleanza, che Gesù conferì agli Apostoli insieme all’istituzione dell’Eucaristia, divenne una successione ininterrotta grazie al ministero regale che Gesù affidò loro. 

Lo Spirito Santo, mandato nel nome di Gesù, dà vita alle parole di Gesù lasciate sulla terra come Vangelo, rendendole vive. All’interno della Messa, il sacerdozio della Nuova Alleanza è nascosto in modo speciale nella memoria del sacerdote, che è l’«amico dello sposo» (Gv 3,29) dello Spirito Santo. Essi seguono lo Spirito Santo, diventando la Sua bocca, le Sue mani e i Suoi piedi. E la loro preghiera: «Perché diventino per noi il Corpo e il Sangue del Signore nostro Gesù Cristo», è ascoltata dal Padre (cfr. 16,23-24), generando l’Eucaristia. In mezzo a tutto questo, il sacerdote stesso e la congregazione, che assistono a tutto ciò, vedono l’adempimento della preghiera: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano». Essi partecipano alla quarta beatitudine, la beatitudine di «coloro che sono invitati al banchetto delle nozze dell’Agnello.» 

Maria K. M.


 2026/04/20


244. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: Il Padre Nostro e le sette beatitudini II

Riprendiamo la nostra precedente riflessione. I credenti che si rivolgono a Dio dicendo «Padre nostro che sei nei cieli» per poterlo fare con lo stesso cuore di Gesù e fare propria l`invocazione «sia santificato il tuo nome», trova nell`Apocalisse che, delle sue 22 capitoli di formazione, più della metà é dedicata proprio a questo scopo. Come indica la prima beatitudine — «Beato chi legge ad alta voce le parole della profezia, e beati coloro che ascoltano e che osservano ciò che vi è scritto; poiché il tempo è vicino» (Ap 1,3) — iniziando prontamente questo cammino di formazione, il nome del Padre celeste viene progressivamente santificato nella persona che si sta formando. Questo perché, se si inizia senza indugio la pratica di leggere ad alta voce e ascoltare le parole dell’Apocalisse, l’acqua purificatrice scorre nell’intimo di chi si forma.  Col tempo, il partecipante alla formazione arriverà a vedere che la propria voce, mentre recita «Padre nostro che sei nei cieli», si riveste sempre più di verità. 

Il partecipante alla formazione che legge ad alta voce le parole profetiche dell’Apocalisse e ascolta quella voce ogni giorno, come se bevesse acqua, si renderà conto che questa pratica si sovrappone alla routine quotidiana, orientata verso la Messa. Questo perché, mentre vive quella routine, egli comincia gradualmente a osservare gli eventi che si dispiegano davanti a lui. Influenzato dall’autore dell’Apocalisse, il partecipante alla formazione inizia ad adottare un atteggiamento interiore che gli permette di considerare le «informazioni» entrate nella sua memoria come distinte da sé stesso. Così, la preghiera «Venga il tuo regno» cresce in intensità. Questa supplica corrisponde all’addestramento della seconda beatitudine dell’Apocalisse. Attraverso questa disciplina, riportata come «Scrivi: d'ora in poi, beati i morti che muoiono nel Signore. Sì - dice lo Spirito -, essi riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono» (Ap 14,13), il credente sperimenta personalmente l’essenza della preghiera «Venga il tuo regno» e riceve una risposta. 

Man mano che la persona in formazione impara a considerare le «informazioni» distinguendole da sé stesso, gradualmente si accorge delle contraddizioni tra i ricordi acquisiti da quelle «informazioni» e ora custoditi come propria conoscenza, e la Parola di Dio custodita come conoscenza dentro di sè; e cerca allora di risolvere tali contradizioni. Questo non solo provoca angoscia interiore, ma può anche causare fatica e difficoltà esterne quando il suo atteggiamento di cercare di obbedire alla Parola si riflette nelle sue parole e azioni davanti alle persone che incontra nella sua routine quotidiana, orientata verso la Messa. Questo perché, proprio come il mondo ha trattato Gesù, così anche loro cercheranno di rifiutare colui che chiama Dio «Padre che sei nei cieli». Questa è l’esperienza di «coloro che muoiono nel Signore» per la persona in formazione. Essa continua fino a quando non partecipa finalmente alla Messa. All’interno della Messa, la persona in formazione si ricongiunge con la Parola e l’Eucaristia. Questo è ciò che si intende con le parole: «possano riposare dalle loro fatiche, poiché le loro opere li seguono!» 

Gesù, che aveva detto: «Vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non verrà il regno di Dio» (Lc 22,18), annunciò la venuta del Regno di Dio ricevendo l’aceto sulla croce (cfr. Gv 19,30). Gesù, che è presente nell’Eucaristia insieme al Padre, contempla il momento in cui la Chiesa, avendo ricevuto il Suo sangue e la Sua acqua, porta a compimento il Regno di Dio nella liturgia eucaristica. Anche nel XXI secolo, la liturgia eucaristica rimane un’opera in corso. Tuttavia, il sacerdozio della Nuova Alleanza, che Gesù conferì agli Apostoli all’istituzione dell’Eucaristia per mezzo dello Spirito Santo inviato nel Suo nome, si perpetua attraverso la regalità affidata agli Apostoli ed è costantemente al servizio della «mensa del Signore» (cfr. Lc 22,30 / questo blog n. 237). Pertanto, la routine quotidiana dei fedeli può essere orientata verso la Liturgia della Messa, che manifesta il Regno di Dio che Gesù ha conquistato per noi sulla Croce. 

La terza petizione del Padre Nostro, «Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra», trova la sua risposta nella terza beatitudine dell’Apocalisse: «Ecco, io vengo come un ladro. Beato chi è vigilante e custodisce le sue vesti per non andare nudo e lasciar vedere le sue vergogne» (Ap 16,15). Proprio come è detto: «Ecco, io vengo come un ladro», anche i credenti battezzati possono non riconoscere le opportunità di incontrare lo Spirito Santo, mandato nel nome di Gesù, nella loro vita quotidiana. Se non si accorge di quell’occasione, non ne prende coscienza e non agisce insieme allo Spirito Santo, le azioni di quel credente sono, davanti a Dio, come quelle di una persona che cammina nuda ed è vista, provando vergogna. Perciò, il Padre ha mostrato l’Apocalisse. Dobbiamo continuare a esercitarci a leggerla ad alta voce e ad ascoltare la sua voce, coltivando così un'affinità con lo Spirito Santo. Non dobbiamo dimenticare le parole scritte all'inizio di questo libro profetico. 

Esse sono: «Rivelazione di Gesù Cristo, al quale Dio la consegnò per mostrare ai suoi servi le cose che dovranno accadere tra breve. Ed egli la manifestò, inviandola per mezzo del suo angelo al suo servo Giovanni» (Ap 1,1). Attraverso la formazione dell'Apocalisse, si ottiene non solo la beatitudine di essere «vigilante e custodisce le sue vesti». Questa formazione sostiene coloro che cercano di rimanere sempre désto alla verità e cerca di operare in unità con lo Spirito Santo. Costui è un cristiano rivestito della veste dello Spirito Santo, mandato nel nome di Gesù, ed è un credente che, mediante lo Spirito Santo, rende presente  Gesù Cristo nel mondo. Chi giunge a conoscere e a fare esperienza di questo modo di operare, desidera sinceramente che «Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra», e, per mettere in pratica le parole di Gesù che seguono, si impegna a vivere nella verità, dimorando con lo Spirito Santo nella loro routine quotidiana, orientata verso la celebrazione della Messa: 

«Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo» (Gv 6,27). 

Maria K. M.


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