Rivelazione di Gesù Cristo, al quale Dio la consegnò per mostrare ai suoi servi le cose che dovranno accadere tra breve. Ed egli la manifestò, inviandola per mezzo del suo angelo al suo servo Giovanni, il quale attesta la parola di Dio e la testimonianza di Gesù Cristo, riferendo ciò che ha visto. (Apocalisse 1:1-2)

 2026/08/03


259. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: verso la tavola di Dio

Gesù durante l’Ultima Cena, conferì agli apostoli, mediante le parole «Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19), il sacerdozio della Nuova Alleanza, istituendolo  contestualmente all’Eucaristia. Inoltre, con le parole: «Io preparo per voi un regno, come il Padre mio l'ha preparato per me, perché mangiate e beviate alla mia mensa nel mio regno. E siederete in trono a giudicare le dodici tribù d'Israele» (22,29-30), Egli affidò il proprio regno agli apostoli. Si tratta della stessa autorità regale di cui l’angelo annunciò alla Madre di Gesù: «Il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine» (1,32-33). Queste parole garantiscono che il sacerdozio della Nuova Alleanza venga tramandato per sempre dagli apostoli a cui è stato affidato.

Lo Spirito Santo aveva bisogno di una conoscenza tacita per orientare, inconsapevolmente, i sensi dei fedeli verso la liturgia eucaristica preparata da Gesù, affinché essi potessero ricevere un simile sacerdozio della Nuova Alleanza. Per questo motivo è stato predisposto l’Apocalisse di Giovanni. Tale formazione è strutturata in modo tale da distinguere radicalmente le «informazioni umane» – che costituiscono il principale ostacolo nell’avvicinarsi alla liturgia eucaristica – attraverso l’inserimento quotidiano in un ciclo che ripete le sette profezie (vedi figura sottostante). Inoltre, le sette beatitudini guidano i fedeli affinché possano porre la liturgia eucaristica al centro della loro vita quotidiana e riconoscere il cammino che conduce ad essa come il concreto «cammino di Gesù». Come annuncia la prima beatitudine (cfr. Ap 1,3), la formazione dell’Apocalisse può diventare una conoscenza implicita che, attraverso stimoli sensoriali, suscita inconsciamente segnali o comandi per spingere all’azione che conduce lungo il «cammino di Gesù». Ciò avviene perché l’Apocalisse allude al contenuto del Nuovo Testamento, profetizza sia il suo compimento come canone sacro, sia il compimento della liturgia eucaristica. 

Il popolo dell’Antica Alleanza aveva ricevuto il sacerdozio, che consisteva nell’offrire ripetutamente sacrifici e intercedeva per il popolo, affinché esso potesse continuare a vivere in comunione con il Dio santo. Tuttavia, il popolo, nutrendo dubbi sull’affidabilità di coloro ai quali era stato affidato il sacerdozio, chiese a Dio un re e ripose tutte le proprie speranze nel re che gli era stato dato. Col tempo, il re e il popolo alzarono la voce per chiedere il Salvatore. I Salmi furono il punto di riferimento che, inconsapevolmente univa in una sola voce quella del re e quella del popolo e permetteva loro di mantenere la comunione con Dio, continuando a riporre la speranza nel futuro Salvatore. Pertanto, non ha alcun senso utilizzare l`Antico Testamento come libro di formazione per i fedeli di oggi, che hanno già ricevuto il sacerdozio della Nuova Alleanza e stanno adoperando per portare a compimento la liturgia eucaristica in vista del Regno di Dio. Sebbene sia necessario far conoscere l’Antico Testamento, quando opportuno, come parte della formazione dei fedeli, non si deve però impartire una formazione tale da imprimere tali contenuti nella memoria dei fedeli, come ammonisce Gesù in Lc 5,36-39. 

Il sacerdozio della Nuova Alleanza, conferito da Gesù agli apostoli contemporaneamente all’istituzione dell’Eucaristia con le parole «Fate questo in memoria di me», in unione con lo Spirito Santo inviato nel nome di Gesù, attualizza la scena dell’Ultima Cena in cui Gesù era presente. Ciò avviene per dare continuità all’opera di Gesù, il quale, dopo aver espiato tutti i peccati dell’umanità con una sola morte, discese negli inferi per salvare le anime di coloro che, a causa del peccato, soffrivano anche dopo la morte (cfr. Mt 27,51-53). La Lettera di Pietro lo trasmette come segue:

 «Perché anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito. E nello spirito andò a portare l'annuncio anche alle anime prigioniere, che un tempo avevano rifiutato di credere, quando Dio, nella sua magnanimità, pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l'arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell'acqua» (1 Pt 3,18-20).

 Ancora oggi sono moltissime le persone che muoiono come coloro che «avevano rifiutato di credere, quando Dio, nella sua magnanimità, pazientava». Come dice Pietro: «per ricondurvi a Dio», anche noi credenti non facciamo certo eccezione. La liturgia eucaristica è, per sua essenza, un atto di riunione attorno alla mensa, come disse Gesù: «perché mangiate e beviate alla mia mensa nel mio regno...». Tuttavia, fino a quando quel giorno non arriverà, noi credenti, pur sedendo alla  del Signore, continuiamo a stare ai piedi della Sua croce, affinché, ricevendo la Santa Comunione, possiamo offrire a Cristo l’occasione di recarsi presso gli spiriti prigioneri per predicare loro il Vangelo. 

La croce di San Damiano, incontrata da San Francesco d’Assisi – di cui abbiamo parlato anche in questo blog – ne è la testimonianza più eloquente. Il motivo che circonda la croce di Gesù, simile a un bordo di pizzo bianco, si interrompe ai piedi di Gesù, suggerendo che la storia continui oltre quel punto. Ciò suggerisce che la liturgia eucaristica non sia dedicata solo alla comunità riunita in chiesa, ma sia offerta verso la mensa attorno alla quale si siedono le persone di tutto il mondo. Tra queste ci saranno sicuramente anche coloro che, a causa della nostra mancanza di zelo nell’annunciare il Vangelo, dovranno attendere anche dopo la morte. Nello sguardo di Gesù, che dalla croce osserva lontano, è racchiusa la seguente parola: 

«Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore» (Gv 10,14-16). 

Maria K. M.


 2026/07/27


258. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: Vangelo di Giovanni, capitolo 5

A partire dal capitolo 5, il Vangelo di Giovanni descrive come Gesù, nato come «l'inimicizia che Dio ha posto», si confronti apertamente con «l'informazione umana» (cfr. Lc 2,34-35). Nel Vangelo di Giovanni, rispetto agli altri Vangeli, il termine «giudei» ricorre con una frequenza schiacciante. Nel profondo amore che l’evangelista Giovanni nutriva nei confronti dei suoi connazionali era probabilmente accompagnato da un forte senso di rammarico nei confronti di coloro che non accettavano Gesù e non volevano nemmeno credere nel suo nome.  Ciò era dovuto al fatto che egli aveva compreso come la corrente sotterranea del sacerdozio della Nuova Alleanza, che attraversa il Vangelo di Giovanni, in cui scorre come una corrente sotterranea il sacerdozio della Nuova Alleanza, portasse a compimento il sacerdozio dell’Antico Testamento, la cui sorgente si trova nel racconto della Genesi, realizzando così il piano di Dio. Fin dall’inizio del capitolo 1, il Vangelo di Giovanni, esprime questo pensiero in una forma che richiama la Genesi (cfr. Gv 1,1-18). 

Nella Genesi, dopo aver scacciato l’uomo dal Giardino dell’Eden e aver chiuso la via che conduce all’albero della vita, Dio lasciò che «l'inimicizia posta da Dio» operasse nel nell’intimo dell’uomo, affinché custodisse la «conoscenza uomana». D’altra parte, Dio scelse persone che erano gradite ai Suoi occhi, affidò loro una missione e le guidò affinché l’uomo mantenesse saldo il legame con Dio. Così, coloro che divennero un unico popolo conservarono il nome di Dio, il sacerdozio e la Legge che erano stati loro dati al tempo di Mosè. Dopo l’epoca di Davide e Salomone, anche attraverso le sofferenze dell’esilio, essi continuarono a custodire tutto ciò fino in fondo. Vi era in loro un sincero e profondo attaccamento al Tempio, come dimostra la costruzione del Secondo Tempio, i cui lavori proseguirono anche dopo la nascita di Gesù. Tuttavia, quando il Figlio, che portava in sé la volontà del Padre, si manifestò sulla terra come Gesù, il loro pensiero non era già più unito a quello di Dio. 

Nel capitolo 5 del Vangelo di Giovanni, all’inizio, è riportato l’episodio in cui Gesù guarì un malato presso la piscina di Betesda in giorno di sabato. A seguito di ciò, «Per questo i Giudei perseguitavano Gesù» (Gv 5,16). Gesù rispose loro: «Il Padre mio agisce anche ora e anch'io agisco» (5,17). Il Vangelo riporta: «Per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo, perché ... chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio» (5,18), indicando che il loro atteggiamento era passato dal «perseguitavano» al «cercavano ancor più di ucciderlo», e sottolineando che il punto di svolta risiedeva proprio nel fatto che «chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio». Qui si nasconde un problema strutturale, come abbiamo verificato più volte in questo blog.  

Questi avvenimenti testimoniano che, per gli ebrei dell’epoca, il fatto che Gesù affermasse che Dio era suo Padre costituì un grande shock. Essi conoscevano bene la storia (cfr. 1 Re 11,1-10) secondo cui, nonostante Dio avesse promesso a Davide riguardo a suo figlio Salomone: «Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio» (2 Sam 7,14), tale promessa non si era realizzata perché Salomone si era allontanato da Dio. Il Vangelo di Giovanni prosegue dicendo: «Gesù riprese a parlare e disse loro» (Gv 5,19) e riporta fino alla fine del capitolo 5 le parole con cui Gesù, in tono deciso, parlò del rapporto tra il Padre e il Figlio. Questo perché essi presentavano un problema così grave che Gesù non poteva fare a meno di testimoniarlo. 

Fin dall’infanzia, i giudei vivevano in un ambiente in cui imparavano a memoria i Salmi, ascoltandoli e assimilavano l’Antico Testamento fino a conoscerlo a memoria. In tale contesto, già a partire dall’epoca di Salomone, era nata e si era sviluppata l’idea di paragonare Dio e Israele allo sposo e alla sposa, al marito e alla moglie. In seguito si consolidò anche la tradizione di interpretare il Cantico dei Cantici come espressione dell’amore tra Dio e Israele. Non sarà stato altro che un espediente a cui quel popolo ricorse, per necessità, non essendo riuscito a instaurare con Dio un rapporto filiale. Tuttavia, applicare all’unione tra Dio e il popolo l’immagine nuziale dello sposo e della sposa, del marito e della moglie, comportava un grande rischio. In essa, infatti, poteva germogliare e celarsi l’idea di essere sullo stesso piano di Dio. Anche all’interno del sistema patriarcale, nel giorno delle nozze la sposa viene celebrata insieme allo sposo e poteva sentirsi in una relazione di parità con lui. Allo stesso modo, l’interpretazione del rapporto con Dio attraverso la metafora del matrimonio tra uomo e donna diventa un motivo che spinge coloro che presiedono il culto, pur adorando Dio, a volgere verso di sé lo sguardo che il popolo dovrebbe rivolgere a Dio (cfr. Mt 23,1-39). In tal modo, essi finivano per cadere nell’illusione di essere pari a Dio. 

In questo modo, si comprende che nei sentimenti degli ebrei descritti nel Vangelo — «perché ... chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio» — era racchiusa una duplice indignazione. Da un lato, l’ira provocata dal trovarsi di fronte alla realtà di non essere riusciti a stabilire un rapporto di padre e figlio con Dio, e di non essere stati riconosciuti come figli di Dio; dall’altro, l’ira di chi si vedeva infrangere il mondo fittizio nel quale si considerava amato da Dio come un suo uguale, alla luce del mistero nuziale, che paragona l’amore di Dio per il suo popolo all’amore dello sposo per la sposa e del marito per la propria moglie. Erano sentimenti così forti da spingerli a voler uccidere Gesù. Essi avevano elaborato una teologia basata sul misticismo nuziale attingendo ai Salmi a loro familiari e ai testi dell’Antico Testamento. Di conseguenza, il sacerdozio dell’Antico Testamento, che risaliva a Mosè, passando per l’epoca di Davide e Salomone, aveva progressivamente modificato il proprio modo di essere, tanto che, quando Gesù iniziò la sua vita pubblica, era ormai diventato impossibile collegarlo al sacerdozio della Nuova Alleanza. 

Credo che l’evangelista Giovanni, pur recitando i Salmi e conoscendo a fondo l’Antico Testamento proprio come i suoi compatrioti, avesse compreso il sacerdozio della Nuova Alleanza e avesse riversato la sua amarezza nei loro confronti nella parola «giudei». Questo sentimento era probabilmente condiviso anche da Gesù, che aveva portato il sacerdozio della Nuova Alleanza per realizzare il compimento del sacerdozio prefigurato in Adamo (cfr. Gen 3,19) e la speranza concessa a Davide (cfr. 2 Sam 7,14). Si trattava certamente anche del rammarico di Gesù, venuto come discendente di Davide e che aveva ricevuto la stessa educazione degli israeliti. Giovanni comprese fin dall’inizio che i problemi, in cui era rimasto intrappolato il popolo in cui egli stesso era nato e cresciuto come ebreo, erano assolutamente incompatibili con il sacerdozio della Nuova Alleanza portato da Gesù. Erano diventati due realtà talmente diverse da poter definire, per così dire come una «mentalità dell’Antica Alleanza» e una «mentalità della Nuova Alleanza». 

Maria K. M. 


 2026/07/20


257. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: la realtà di Dio

L’uomo è stato creato per soggiogare la terra, dominare ogni essere vivente e adorare Dio in spirito e verità. Egli celebrerà per l’eternità, insieme a Dio, il giorno da Lui consacrato, sedendosi alla Sua mensa. Per questo, Dio ha donato all'uomo una spontaneità corporea, nella quale sono stati attribuiti potere, ricchezza e autorità affinché l’uomo potesse manifestare la «nostra immagine» (cfr. blog n. 252). Ha poi creato l'uomo perché questa spontaneità fosse collegata, mediante la «Parola (l’albero della vita) alla sua «spontaneità di Dio (l’alito di vita)» dell’uomo, che, attraverso la «conoscenza umana», rende manifesta la «nostra somiglianza». In questa condizione permanente, l'uomo può cooperare con lo Spirito Santo e, attraverso tale cooperazione, manifestare l'immagine e somiglianza di Dio. Per l’uomo, che nasce solo e solo muore, dotato di un corpo destinato a manifestare l'unica immagine di Dio, lo Spirito Santo, che collabora con lui affinché renda manifesta la somiglianza di Dio nella Trinità, è fin dall’inizio dell’esistenza umana il suo unico prossimo. Perciò, se viene formato a tale cooperazione, l'uomo può vivere per tutta la sua vita collaborando con lo Spirito Santo. 

Ciò che l’«uomo» sperimentò collaborando con lo Spirito Santo quando era solo, come descritto nella Genesi, è stato tramandato anche a noi credenti di oggi. La descrizione che recita: «Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse» (Gn 2,15), ci ricorda che, collaborando con lo Spirito Santo, coltiviamo e custodiamo la nostra memoria. «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire» (2,16-17) significa che se si assimilano le «informazioni umane» senza discernimento, trasformandole nella propria «conoscenza umana», si finirà inevitabilmente per morire. «Certamente dovrai morire» significa perdere lo stato naturale dell’uomo e non poter più partecipare alla felicità suprema che è la collaborazione con lo Spirito Santo. 

Il racconto secondo cui «in qualunque modo l'uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome» (Gn 2,19) rappresenta proprio l’esperienza dell’uomo che collabora con lo Spirito Santo. Inoltre, il fatto che, tra tutti gli esseri viventi ai quali l'uomo aveva dato un nome, «non trovò un aiuto che gli corrispondesse» (2,20) indica che, come aiuto adatto all’uomo, è previsto l’incontro con un`altra persona che, allo stesso modo, sia formata a collaborare con lo Spirito Santo. Se ci manca questa comprensione, finiremo per assomigliare ad Adamo, al quale Dio disse: «Chi ti ha fatto sapere che sei nudo? Hai forse mangiato dell'albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?» (3,11). Infatti, una tale persona non è più in grado di comprendere il vero significato del fatto che non si sia realizzata in lei la parola «nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire». 

Il Signore Dio disse: «Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno» (Gn 3,15). Così, prima che sorgesse l’«ostilità verso Dio», Dio stesso ha posto un'inimicizia, affinché fosse questa inimicizia da Lui stabilita ad agire per prima. Questo perché impedire che sorga l’«ostilità verso Dio» diventa un potente mezzo per arginare il peccato. Anche quando l’«ostilità verso Dio» dovesse superare l’«inimicizia che Dio ha posto» e rivolgersi verso il prossimo, l’effetto dell’«inimicizia che Dio ha posto» può talvolta ricondurre l’uomo a Dio. Inoltre, questa Parola ha determinato l’invio del Figlio nel mondo facendosi uomo. L'espressione «Questa ti schiaccerà la testa» significa che Gesù ha smascherato, in modo comprensibile per gli uomini, il fatto che ciò che viene chiamato «diavolo» o «Satana» sia in realtà «informazione umana». L'espressione «Tu le insidierai il calcagno» significa che, attraverso l’«informazione umana», il cammino di predicazione di Gesù è stato interrotto come segue, e indirizzato verso il compimento della salvezza sulla croce. 

«Gesù riprese: "Non sono forse io che ho scelto voi, i Dodici? Eppure uno di voi è un diavolo!"» (Gv 6,70) «Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo» (13,2) «Allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui. Gli disse dunque Gesù: "Quello che vuoi fare, fallo presto"» (13,27). 

Di conseguenza, l’inimicizia di Adamo verso Dio si rivolse alla moglie, sua vicina. Egli stesso le diede il nome di «Eva». Chiamandola con quel nome, la pose sotto il proprio dominio. L’uomo non può dominare il prossimo. Ogni creatura possiede una spontaneità che deriva da Dio. Pertanto, nel proprio comportamento, ha la libertà di seguire Dio. Ogni persona è stata creata per poter collaborare con lo Spirito Santo, indipendentemente dal potere, dalla ricchezza o dall’autorità di cui possa disporre. Adamo, svilì quella spontaneità con cui il prossimo obbediva a Dio e sottoponendolo al proprio dominio, così facendo, bestemmiò contro lo Spirito Santo, il vero prossimo che coopera con l’uomo. 

«Scacciò l'uomo e pose a oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada guizzante, per custodire la via all'albero della vita» (Gn 3,24). Gesù è stato mandato sulla terra proprio per salvare coloro che hanno bestemmiato lo Spirito Santo e per rivelare l’albero della vita. 

Maria K. M.


 2026/07/13

256. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: L'inimicizia che Dio ha posto

Quando le persone si riuniscono in gruppo, tra di loro circolano spontaneamente delle informazioni («informazioni umane»). Se queste vengono assimilate come parte della propria conoscenza («conoscenza umana») senza distinguerle da sé stessi, se ne ricavano immagini di bene o di male e si crea un’illusione. Quando si percepisce un’immagine del bene, il corpo umano – pur essendo un'entità distinta, proprio come gli altri animali – prova l’illusione di essere un tutt’uno con qualcuno, e ne deriva un grande piacere. Lo si può vedere nelle parole pronunciate dall’«uomo» quando, vedendo la «donna» che Dio gli aveva portato, disse: «Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne» (Gen 2,23). Questo perché, proprio come l’«uomo» dell’inizio della Genesi arava la terra insieme allo Spirito Santo e dava un nome agli animali, il Signore Dio concede all’uomo l’esperienza di collaborare inconsciamente con lo Spirito Santo, affinché l’uomo, collaborando con lo Spirito Santo, manifesti l'immagine e somiglianza di Dio. 

La spontaneità insita nella funzione riproduttiva dell’uomo, come in quella di ogni altro animale, assicura la conservazione della specie e rende presente l’eternità di Dio onnipotente e la libertà di Dio, che è la verità. Per gli animali, la spontaneità posta nella funzione riproduttiva concentra ogni loro rapporto e legame con gli altri esclusivamente sull’obiettivo di garantire la sopravvivenza della specie. L'uomo, invece, essendo stato creato a immagine di Dio e dotato di potere, ricchezza e autorità affinché possa agire in modo degno della collaborazione con lo Spirito Santo, possiede, nella spontaneità posta nella sua funzione riproduttiva, una forte inclinazione non solo verso la conservazione della specie, ma anche una forte propensione verso il potere, la ricchezza e l’autorità (cfr. blog n. 252). Una spontaneità, caratterizzata da tali inclinazioni è collegata alla "conoscenza umana" della persona. Quando queste inclinazioni vengono trasmesse alla «conoscenza umana» mentre essa sta assimilando le «informazioni umane», esse si sviluppano in bisogni superiori quali il desiderio di approvazione e l’autorealizzazione. Contemporaneamente, accompagnate dal passaggio dall’illusione alla finzione, sfociano nell’azione. Il desiderio che sorse nella «donna» all’inizio della Genesi era quello di diventare «come Dio, conoscendo il bene e il male» (Gen 3,5). 

Nel capitolo 1 della Genesi, il Creatore viene chiamato «Dio», e viene indicato che l’opera della creazione, compiuta attraverso la relazione trinitaria, è opera dell’unico Dio (cfr. Genesi 1:1–2:3). Nel capitolo 2, per indicare il Padre e il Figlio, si usa l’espressione «il Signore Dio», mostrando come l’uomo entri nella relazione della Trinità e collabori con lo Spirito Santo (cfr. 2,4–2,22). D’altra parte, nel capitolo 3 della Genesi, quando l’uomo è in grado di collaborare con lo Spirito Santo, si usa l’espressione «il Signore Dio», mentre quando non è in grado di farlo si usa semplicemente «Dio», il che sembra chiarire lo stato e la situazione dell’uomo in quel momento. Ciò si può confermare osservando che, quando ci si rivolge all’«uomo», inizialmente viene attribuito il titolo «il Signore Dio» (cfr. 3:9-10), mentre in seguito viene attribuito «Dio» (cfr. 3:11-12); quando invece ci si rivolge alla «donna», viene attribuito il titolo «il Signore Dio» (cfr. 3:13-15). 

È probabile che l’«uomo», nel condividere le informazioni con la «donna», le ha assimilate come propria conoscenza senza fare distinzioni, trovandosi così nel vortice dell’esperienza descritta con le parole: «Ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto» (Gen 3:10). Ben presto le sue parole: «La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell'albero e io ne ho mangiato» (3,12), indicano che il timore di Dio si era trasformato in ostilità. Come era già avvenuto per la «donna», anche alla sua «conoscenza umana» fu trasmessa la forte propensione verso il potere, la ricchezza e l’autorità, insita nella spontaneità posta nella funzione riproduttiva dell’essere umano. In quel momento, la sua «conoscenza umana», già permeata dalle «informazioni umane» che aveva assimilato, non fu più in grado di conservare la propria identità personale, quale si addice a chi sta alla presenza di Dio. 

Allora, il «Signore Dio» disse alle «informazioni umane» («il serpente»): «Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno» (Gen 3:15). Qui, l’«inimicizia che Dio ha posto» è come una fortezza presente nella «conoscenza umana» che impedisce l’intrusione delle «informazioni umane». Essa protegge la sfera dello spirito umano dalle «informazioni umane». Tuttavia, se l’uomo supera quella fortezza per assimilare le «informazioni umane» e farne parte della propria «conoscenza umana», finirà per soffrire. Questo perché sorgerà una contraddizione tra la «conoscenza umana» che ha assimilato le «informazioni umane» e l’«inimicizia che Dio ha posto». Quando questa lotta si intensifica e, a causa di tale contraddizione, il mondo di finzione generato dalle proprie illusioni sta per essere distrutto, l’uomo cerca di impedirlo rivolgendo la propria ostilità contro il proprio Creatore. 

Questa ostilità verso il Creatore, per trovare una soluzione concreta, si trasforma ben presto in ostilità verso il prossimo. L’ostilità verso il prossimo equivale, per così dire, a rivolgere ostilità verso lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo, infatti, è il primo prossimo. L’uomo è stato creato in modo tale che, per manifestare la «nostra imagine», la spontaneità del corpo — a cui sono stati conferiti potere, ricchezza e autorità — fosse normalmente connessa alla «spontaneità di Dio (l’alito di vita)» dell’uomo che manifesta la «nostra somiglianza» attraverso la «conoscenza umana» e la «Parola (l’albero della vita)». In questo stato, l’uomo può collaborare con lo Spirito Santo e manifestare l'immagine e somiglianza di Dio. Lo Spirito Santo è per l’uomo il vero e unico prossimo. Quando giunse il tempo, l’«inimicizia che Dio ha posto» si incarnò in Gesù Cristo (cfr. Lc 2,34-35). Quando un esperto della Legge chiese a Gesù quale fosse il comandamento più importante, Gesù rispose così: 

«Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti» (Mt 22,37-40). «Il Signore tuo Dio» indica il Padre e il Figlio. L'unico prossimo che possiamo amare come noi stessi è lo Spirito Santo. Quando una persona cerca di amare lo Spirito Santo come il proprio unico prossimo, l’amore di Dio si riversa su tutti i prossimi. 

Maria K. M.

È stato pubblicato un nuovo articolo sul blog Il Vento diPatmos. Si tratta della traduzione di un articolo che ho inviato e che è stato pubblicato sulla rivista online giapponese Catholic Ai.



 2026/07/06

255. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: l’albero della conoscenza del bene e del male

«Chi di voi può dimostrare che ho peccato? Se dico la verità, perché non mi credete? Chi è da Dio ascolta le parole di Dio. Per questo voi non ascoltate: perché non siete da Dio» (Gv 8,46-47). Queste parole di Gesù ci esortano con forza noi credenti di oggi, invitandoci a rivedere la storia con piena fiducia nel Padre. Per questo mi sono reso conto che devo riconsiderare, da una nuova prospettiva, le conclusioni relative all’«albero della conoscenza del bene e del male» che avevo scritto due anni fa. 

Partendo dalle parole che la donna rivolse al serpente nel capitolo 3 della Genesi – «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: "Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete"» (Gn 3,2-3) – allora ritenevo che i primi due esseri umani non avessero mangiato i frutti dell’«albero che sta in mezzo al giardino», ovvero dell’«albero della vita» e dell’«albero della conoscenza del bene e del male». Tuttavia, se si considera attentamente che l’intero libro della Genesi è narrato, come faceva sempre Gesù, in forma di parabola relativa al piano di Dio, ci si rende conto che non era così. Ciò significa che in quel momento essi non avevano la consapevolezza di essere collegati all’«albero della vita» e all’«albero della conoscenza del bene e del male». 

L’uomo è stato creato perché la spontaneità del suo corpo, che manifesta la «nostra imagine», fosse collegata, per mezzo della «Parola (Albero della Vita)» alla «spontaneità divina (alito di vita)» presente nell'uomo, che manifesta la «nostra somiglianza», attraverso la «conoscenza umana» . In questo stato, l’uomo può collaborare con lo Spirito Santo ed esprimere l'immagine e somiglianza di Dio. Ciò significa che la «conoscenza umana» della persona è già connessa alla «Parola (Albero della Vita)», è questa realtà che la Genesi ha espresso con il termine «mangiare». Pertanto, il «Dio» apparso nel capitolo 1, nel capitolo 2 diventa il «Signore Dio»: Egli dispone ogni cosa affinché, mentre l'uomo coltiva e custodisce il Giardino di Eden insieme allo Spirito Santo, lo Spirito possa operare in lui e condurlo a manifestare pienamente l'immagine e somiglianza con Dio. Lo Spirito Santo, operando in questo modo, formò l’«uomo» e lo fece crescere fino al punto in cui «in qualunque modo l'uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome» (Gn 2:19). 

In questo contesto, l’«uomo», pur entrando in contatto con ogni bestiame, con gli uccelli del cielo e con ogni bestia selvatica, non si lasciò fuorviare dalle informazioni che si manifestavano in essi. Questo perché collaborava con lo Spirito Santo. Il fatto di non lasciarsi sviare dalle informazioni fino a quel punto: ecco proprio il motivo per cui il Signore Dio fece crescere, insieme all’«albero della vita», anche l’«albero della conoscenza del bene e del male». Le informazioni emanate dall’intero creato, a seconda dello stato e della situazione di chi le riceve, possono essere percepite come bene o come male anche se si tratta delle stesse informazioni, e, trasformandosi in «informazioni umane», si diffondono ulteriormente. Se l’uomo fosse in grado di considerare tali informazioni come l’«albero della conoscenza del bene e del male», imparerebbe a distinguere le informazioni che gli si avvicinano. L’«albero della conoscenza del bene e del male», nella sfera spirituale dell'uomo, funge da torre di guardia edificata affinché la «conoscenza umana» distingua le informazioni provenienti da tutte le creature e non le accolga in sé. 

Un giorno Gesù, a chi gli chiese: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?» (Luca 18:18), rispose: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo» (18:19). Il bene è sempre «Dio solo». L’«informazione umana», che diventa bene o male a seconda di chi la riceve, è la «conoscenza del bene e del male». Tuttavia, tendiamo a voler distinguere il bene dal male. E difficilmente ci rendiamo conto che ciò è il risultato stesso dell’aver assimilato le «informazioni umane» senza distinguerle dalla nostra «conoscenza umana». Le informazioni non provengono da Dio. Non sono creature di Dio, ma sono ciò che si manifesta da tutte le creature che, pur non essendo creature di Dio, hanno la caratteristica di essere il riflesso della Sua mano. L’influenza di questo fenomeno diventa un problema solo per l’uomo, creato a immagine e somiglianza dell’unico Dio. 

Se la nostra conoscenza assimila le «informazioni umane», che emergono e si diffondono, essa si concentra su tali informazioni e sulle molteplici relazioni a esse collegate, finendo, per così dire, con l'essere da esse sequestrata. In questo modo, non saremo più in grado di connetterci alla «spontaneità di Dio (l’alito di vita)» attraverso la «Parola (l’albero della vita)». Ciò significa perdere l'immagine e somiglianza di Dio che si manifesta in collaborazione con lo Spirito Santo. L’espressione «Ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire» (Gn 2,17) esprime proprio questo concetto. L’«albero della conoscenza del bene e del male», che funge da torre di avvertimento, non fa nulla. Il problema sta nel fatto che la «conoscenza umana» si collega alla spontaneità e sfocia nell’azione. È qualcosa che noi esseri umani dobbiamo riconoscere e affrontare di nostra iniziativa. Ecco perché Gesù afferma chiaramente: 

«Chi di voi può dimostrare che ho peccato? Se dico la verità, perché non mi credete? Chi è da Dio ascolta le parole di Dio. Per questo voi non ascoltate: perché non siete da Dio» (Gv 8,46-47). 

Maria K. M.


2026/06/29

254. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: l’informazione umana

Il Signore Dio ha creato, nella memoria dell’uomo, una dimensione chiamata spirito con «polvere del suolo» (Gn 2:7), facendo sì che la «spontaneità di Dio (alito di vita)» e la «conoscenza umana» si collegassero in quel regno spirituale attraverso la «Parola (albero della vita)». Tuttavia, l’illusione e la finzione che sorgono quando la nostra «conoscenza umana» assimila le «informazioni umane» senza distinguerle da sé stessa creano una realtà virtuale. La «conoscenza umana» di chi rimane in questa realtà perde il punto di contatto con la «Parola (albero della vita)» e non è più in grado di mantenersi nella dimensione spirituale. Così, anche i credenti finiscono per aggrapparsi  all’«albero della conoscenza del bene e del male», per lasciarsene possedere e, alla fine, per tradurre tutto questo in azioni. Le parole di Gesù: «Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano» (Gv 15,6), valgono per ogni credente. 

Dopo il dialogo con i farisei e i giudei, iniziato con le parole di Gesù: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8,12) (cfr. 8,13-30), Gesù disse ai giudei che avevano creduto in lui: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (8,31-32). «Se rimanete nella mia parola» significa, nella sfera dello spirito umano, uno stato in cui la «spontaneità di Dio (l’alito di vita)» e la «conoscenza umana» sono collegate attraverso la «Parola (l’albero della vita)». Solo quando si instaura questo collegamento, l’uomo conosce la verità e la verità lo rende libero. L’uomo percepisce la vera libertà quando collabora con lo Spirito Santo, che porta la libertà di Dio. In quel momento, l’uomo viene accolto nella comunione del Dio Trinità, si raccoglie interiormente con cuore libero davanti a Dio, si concentra su di Lui e partecipa alla Sua libertà. 

Tuttavia, l’illusione e la finzione che sorgono quando la nostra «conoscenza umana» assimila le «informazione umana» senza distinguerle da sé stessa, e la realtà virtuale che ne deriva, non solo impediscono all’uomo di partecipare alla grazia di Dio, ma alla fine lo conducono al risultato di «lo gettano nel fuoco e lo bruciano». Perché la «conoscenza umana» assimila le «informazione umana»? Come abbiamo esaminato la volta scorsa, anche agli animali è stata concessa una conoscenza adeguata, ma essi sono programmati per affidarsi all’operato della spontaneità insita nella funzione riproduttiva e concludere così la propria vita. Per gli animali, il rapporto e il legame con gli altri si concentrano esclusivamente sull’unico obiettivo di garantire la sopravvivenza della specie. A tal fine, le informazioni circolano tra gli individui della stessa specie e si sviluppa la conoscenza che Dio ha loro concesso in misura adeguata. 

Nell’uomo, come abbiamo visto due volte fa, il funzionamento della funzione riproduttiva – paragonata al primo fiume, il Pishon – che possiede spontaneità, presenta una forte propensione a generare non solo discendenti, ma anche potere, ricchezza e autorità. Tale inclinazione, alla ricerca di amore, intimità e piacere, si evolve in bisogni superiori quali il desiderio di riconoscimento e l’autorealizzazione, e si scontra con la «conoscenza umana», che nel regno dello spirito è collegata alla «spontaneità di Dio (l’alito di vita)» e alla «Parola (l’albero della vita)». La «conoscenza umana», nel tentativo di rispondere a questa chiamata, cade in una profonda confusione e cerca relazioni e legami con gli altri, ovvero la «informazione umana». Nel frattempo, la «conoscenza umana» perde il punto di contatto con la «Parola (albero della vita)» e non riesce più a mantenere la propria dimensione spirituale. 

Nel Vangelo secondo Giovanni si legge: «Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull'uomo. Egli infatti conosceva quello che c'è nell'uomo» (Gv 2,23-25). Ciò che c’è nell’uomo è la «informazione umana». Proprio come Gesù, che è Dio, sapeva bene ciò che c’era nel cuore degli uomini, così anche l’uomo, creato a immagine di Dio e dotato di una dimensione spirituale, deve sapere cosa c’è nel proprio cuore. Un credente di questo tipo ha la possibilità di accogliere Gesù, credere nel suo nome e mantenere lo stato in cui gli è stato concesso il potere di diventare figlio di Dio. Si può dire che «nel proprio cuore» significhi «nella conoscenza umana». 

In queste riflessioni, il motivo per cui non dico mai «cuore umano», ma «conoscenza umana», è che, come in questo caso, la causa del fatto che «lui, Gesù, non si fidava di loro» deriva dall'«informazione umana»; ritengo quindi che ciò che vi corrisponda sia la «conoscenza umana». La «conoscenza umana», che ha assorbito «l’informazione umana», non ascolta le parole di Gesù. Coloro che all’inizio credevano in Gesù, poiché la verità da Lui proclamata entrava in conflitto con i propri gusti, persero il contatto con la «Parola (l’albero della vita)» e, non riuscendo più a mantenere la dimensione spirituale, smisero di credere in Gesù. Noi, come Chiesa, dobbiamo imprimere nel nostro cuore le seguenti parole di Gesù: 

«Chi di voi può dimostrare che ho peccato? Se dico la verità, perché non mi credete? Chi è da Dio ascolta le parole di Dio. Per questo voi non ascoltate: perché non siete da Dio» (Gv 8,46-47) 

Maria K. M.


 2026/06/22


253. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: spontaneità e conoscenza

Come abbiamo visto nella precedente riflessione, il Signore Dio ha creato nella memoria dell’uomo un regno spirituale con «polvere del suolo» (Genesi 2:7), facendo sì che la «spontaneità di Dio (l’alito di vita)» e la «conoscenza umana» si collegassero in quel regno spirituale attraverso la «Parola (l’albero della vita)». Quando Dio disse: «Facciamo l'uomo a nostra immagine» (1,26), con «a nostra immagine» si intendeva l’unicità di Dio, mentre con «a nostra somiglianza» si intendeva il fatto che Dio è Spirito e vive in una relazione trinitaria tra Padre, Figlio e Spirito Santo; l’uomo fu così completato come essere dotato di queste due caratteristiche divine. Dio non solo dotò l’uomo di queste caratteristiche, ma desiderò anche accoglierlo nella relazione trinitaria che è Dio stesso. Pertanto, nel capitolo 1 della Genesi, il Creatore viene chiamato «Dio» per sottolineare che l’opera della creazione, compiuta attraverso la relazione trinitaria, è opera dell’unico Dio; nel capitolo 2, invece, per indicare il Padre e il Figlio, viene utilizzato il termine «il Signore Dio», sottolineando così come l’uomo entri nella relazione del Dio trinitario e collabori con lo Spirito Santo. 

Nel libro della Genesi, dove si legge: «Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l'albero della vita in mezzo al giardino e l'albero della conoscenza del bene e del male» (Gn 2:9), «ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare» rappresenta, per noi credenti, il Nuovo Testamento. «Mangiarlo» significa leggerlo e ascoltarlo; l’espressione «ogni sorta di alberi» indica che esso si rivolge a tutti gli uomini. Chiunque può diventare un tralcio della vite, unito alla Parola. Nell’Apocalisse si legge che l’autore, obbedendo alle parole dell’angelo che gli ordinò: «Prendilo e divoralo» (Ap 10,9), scrisse: «Presi quel piccolo libro dalla mano dell'angelo e lo divorai; in bocca lo sentii dolce come il miele, ma come l'ebbi inghiottito ne sentii nelle viscere tutta l'amarezza» (10,10). 

Il Nuovo Testamento è molto più breve dell’Antico Testamento, e, perciò, è più facile da leggere e da ascoltare. Tuttavia, quando la Parola viva raggiunge il profondo dell’anima purifica l’uomo mediante la verità e può essere avvertita come una medicina amara. Ma proprio questo conduce ciascun credente a rivolgersi allo Spirito Santo, e gli permette di partecipare alla stessa formazione dell’«uomo» delle origini della Genesi, che doveva «lo coltivasse e lo custodissevi» (Gn 2,15). «Lo» indica, proprio come per l’«uomo» del principio, la memoria stessa del credente. L’autore dell’Apocalisse, in seguito, riceve l’ordine di profetizzare nuovamente. Egli era accompagnato dagli angeli nel mondo del libro profetico, noi, invece, collaboriamo con lo Spirito Santo, come il primo «uomo» all'inizio della Genesi. È così che annunciamo il Vangelo. La Genesi descrive la collaborazione del primo «uomo» con lo Spirito Santo nel modo seguente : 

«Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all'uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l'uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome» (Gn 2,19).

Il primo «uomo», creato dal Signore Dio come unico essere umano, in cui la «spontaneità di Dio (l`alito di vita)» e la «conoscenza umana» erano collegate nel regno dello spirito attraverso la «Parola (albero della vita)», collaborava con lo Spirito Santo, quando diede un nome a ogni essere vivente, «quello doveva essere il suo nome». Anche noi credenti, proprio come Il primo «uomo», quando la «spontaneità di Dio (l’alito di vita)» e la «conoscenza umana» sono collegate nel regno spirituale tramite la «Parola (l’albero della vita)», possiamo collaborare con lo Spirito Santo, inviato nel nome di Gesù, in una profonda armonia e sintonia con Lui. 

Come abbiamo visto nella precedente riflessione, il Giardino di Eden, di cui si legge nella Genesi: «Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi» (Gn 2,10), rappresenta la memoria dell’uomo. Il regno della memoria è il luogo in cui opera lo Spirito Santo, come disse Gesù: «Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,26). All’uomo è stata concessa la conoscenza, paragonata al fiume che sgorga per opera dello Spirito Santo e irriga il giardino (la memoria). E proprio in quel primo fiume, che da lì si divide in quattro, risiede la spontaneità della funzione riproduttiva, concessa dalla parola di Dio che comandò: «Siate fecondi e moltiplicatevi» (Gn 1:28). La funzione riproduttiva ha infatti la missione di trasmettere tutta l’informazione dell’individuo alla prole, per la sopravvivenza della specie. 

Anche agli animali è stata concessa la conoscenza, ma essi sono stati progettati per affidarsi all’operato della spontaneità insita nella funzione riproduttiva e concludere così la propria vita. D’altra parte, la «conoscenza umana», che nel regno dello spirito si collega alla «spontaneità di Dio (l’alito di vita)», pur rimanendo connessa alla spontaneità del corpo insita nella funzione riproduttiva, compie una serie di opere in collaborazione con lo Spirito Santo. Quando il Signore Dio divise l’«uomo» in uomo e donna e condusse la «donna» presso l’uomo, nelle parole dell’«uomo» — «Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne. La si chiamerà donna, perché dall'uomo è stata tolta» (Gn 2:23) — si manifesta proprio questa situazione. La funzione riproduttiva che era stata loro concessa (cfr. 2,24) funzionava normalmente in quel momento (cfr. 2,25). In questa situazione, il grave problema che si presentò ai due derivò dall’«informazione umana» che si manifestò tra gli esseri umani, ormai diventati più di uno. 

Tuttavia, il fatto che l’«informazione umana» si fosse manifestata non era di per sé un problema. Il problema è che, quando la «conoscenza umana» assimila l’«informazione umana» senza distinguerla da sé stessa, si generano illusioni e finzioni. Queste creano una realtà virtuale, e la «conoscenza umana» di chi vi rimane intrappolato perde il contatto con la «Parola (Albero della Vita)», non riuscendo più a mantenere il proprio regno spirituale. E alla fine, per evitare questo pericolo, l’uomo finisce per aggrapparsi all’«Albero della Conoscenza del Bene e del Male» – che il Signore Dio ha fatto crescere al centro della memoria umana insieme all’«Albero della Vita» – facendone il proprio punto di appoggio. Gesù ammonisce severamente i discepoli a cui ha conferito il sacerdozio della Nuova Alleanza con queste parole: «Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano» (Gv 15,6). 

Maria K. M.


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