Rivelazione di Gesù Cristo, al quale Dio la consegnò per mostrare ai suoi servi le cose che dovranno accadere tra breve. Ed egli la manifestò, inviandola per mezzo del suo angelo al suo servo Giovanni, il quale attesta la parola di Dio e la testimonianza di Gesù Cristo, riferendo ciò che ha visto. (Apocalisse 1:1-2)

 2026/10/12

269. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: la visione beatifica dell'apostolo Paolo

Nella precedente puntata, «Distinguere e discernere II», abbiamo esaminato come il Vangelo di Giovanni e l’Apocalisse, utilizzando la metafora del «fiume», ci mostrino che noi credenti, «distinguendo» la parte di noi che desidera collaborare con lo Spirito Santo dalle «informazioni umane», abbiamo l’opportunità di collaborare con lo Spirito Santo e di partecipare alla beatitudine dell’intuizione e alla gioia di ottenere molti frutti e guarigioni. In tale contesto, l’uomo non viene spinto dal desiderio di trascendenza di sé e non cade in quella sensazione di esaltazione che lo porta a sentirsi come Dio o a sperimentare l’unione con Cristo. Tanto meno vi trova l’estasi. La beatitudine della visione beatifica consiste nel contemplare il  Vangelo. Essa viene intuita quando lo Spirito Santo fa riaffiorare il Vangelo dalla nostra memoria e la nostra voce lo proclama, poiché la nostra voce testimonia ciò che i nostri sensi hanno percepito. 

È quando cogliamo l’occasione di collaborare con lo Spirito Santo che facciamo nostre le parole di Gesù: «In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi» (Gv 14,20). Ciò diventa più facile praticando quotidianamente l’esercizio dell’Apocalisse, che ci aiuta a «distinguere» tra noi stessi, desiderosi di collaborare con lo Spirito Santo, e le «informazioni umane». Collaborare con lo Spirito Santo significa che il credente sperimenta ciò che Gesù stesso ha detto: «Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere» (14,10); pertanto, l’allenamento è assolutamente necessario. In questo modo, possiamo cogliere il nostro io che collabora con lo Spirito Santo e condividere le parole di Gesù: «Io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi». 

Paolo, nella sua lettera alla Chiesa di Corinto, scrive quanto segue riguardo alle visioni sul Signore e alle rivelazioni: «So che un uomo, in Cristo, quattordici anni fa - se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio - fu rapito fino al terzo cielo» (2 Cor 12,2). Il riferimento a «quattordici anni fa» potrebbe indicare il periodo della sua conversione. Dal fatto che ripeta lo stesso contenuto (cfr. 12,3), si deduce che Paolo, quando colse l’occasione di collaborare con lo Spirito Santo mandato nel nome di Gesù, ne ricevette un’impressione intensissima. E si legge: «fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare» (12,4). Le «parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare» erano il Vangelo che sarebbe stato riportato nel Nuovo Testamento. Poiché si trattava di un contenuto che anticipava il futuro, egli, pur comprendendolo, non riuscì a esprimerlo a parole. 

Paolo colse l’occasione di collaborare con lo Spirito Santo e ebbe una visione beatifica. Tuttavia, il punto cruciale qui è che si legge sia «fu rapito fino al terzo cielo», sia «fu rapito in paradiso». In quel momento, o forse in seguito, egli si rese conto che quell’esperienza era stata accompagnata da una sorta di estasi. Egli lo confessa apertamente, senza nasconderlo, poiché aveva elaborato una strategia per affrontare la difficile situazione in cui trovava all’epoca la comunità di Corinto. Paolo stava mettendo in gioco tutto se stesso per superare quella situazione. Egli proseguì dicendo: «Di lui io mi vanterò! Di me stesso invece non mi vanterò, fuorché delle mie debolezze. Certo, se volessi vantarmi, non sarei insensato: direi solo la verità. Ma evito di farlo, perché nessuno mi giudichi più di quello che vede o sente da me e per la straordinaria grandezza delle rivelazioni» (2 Cor 12,5-7). 

E aggiunse: «Per questo, affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia. A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l'allontanasse da me» (2 Cor 12,7-8). Egli paragona a una «spina» la sensazione di estasi che lo assale ogni volta che riceve una rivelazione, accogliendola con serenità. E ci trasmette le parole del Signore: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (12,9), e ci incoraggia dicendo: «Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte» (12,9-10). 

Paolo intravedeva qualcosa al di là della visione beatifica. Si trattava dell’immagine dei futuri credenti che, nella liturgia eucaristica giunta alla sua pienezza, avrebbero partecipato all’esperienza della piena unione con Cristo e sarebbero stati guidati da una speciale «discernimento» dello Spirito Santo. Dal fatto che Paolo abbia testimoniato quanto segue, si  comprende che egli sapeva che, con la formazione del Nuovo Testamento, le parole di Gesù apparse nei Vangeli si sarebbero attualizzate liberamente in ogni tempo. 

«Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: "Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me". Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: "Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me". Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga» (1 Cor 11,23-26). 

Maria K. M.


 2026/10/05

268. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: distinzione e discernimento II

Quando Dio creò l’uomo nella Genesi, lo creò come essere fisico dotato di potere, ricchezza e autorità affinché potesse manifestare «la nostra immagine» (Gen 1,26) (cfr. blog n. 252); fu creato in modo tale che, in condizioni normali, la spontaneità del suo corpo fisico fosse collegata alla «spontaneità di Dio (l’alito di vita)» — che gli fu infuso per manifestare «la nostra somiglianza» (Ibid.) — attraverso la sua «conoscenza umana» e per mezzo della «Parola (l’Albero della Vita)». L’uomo può collaborare con lo Spirito Santo solo quando si è costituito l’insieme formato dal «alito di vita» + «albero della vita» + «conoscenza umana» + «corpo creato a «nostra immagine»». Nel Libro della Genesi si legge: «Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all'uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l'uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome» (2,19); questo passo descrive il momento in cui l’uomo collaborò per la prima volta con lo Spirito Santo. 

In seguito, con la comparsa di una seconda persona, si manifestò l’«informazione umana». L’uomo è fortemente attratto da questa «informazione umana», che può diventare  buona o cattiva a seconda di chi la riceve. Il giudizio sul bene e sul male fa emergere il desiderio di trascendenza di sé, e l’euforia che ne deriva lo fa cadere nell’illusione di essere diventato come Dio. Nel Libro della Genesi, Dio disse: «Ecco, l'uomo è diventato come uno di noi quanto alla conoscenza del bene e del male. Che ora egli non stenda la mano e non prenda anche dell'albero della vita, ne mangi e viva per sempre!» (Gn 3,22), e scacciò l’uomo, proteggendo il sentiero che conduceva all’«albero della vita». Se l’uomo assimila le «informazioni umane» che entrano nella propria memoria senza «distinguere», trasformandole nella propria «conoscenza umana», quest’ultima, ormai  impregnata di «informazioni umane» supererà l’«albero della vita» per connettersi con l’«alito di vita», rendendo impossibile il mantenimento integro della sfera spirituale. L’uomo ha così perso l’opportunità di collaborare con lo Spirito Santo. 

Noi credenti di oggi abbiamo trovato, grazie a Gesù Cristo, la via che conduce all’«albero della vita» e ci è stata concessa nuovamente l’opportunità di collaborare con lo Spirito Santo. Se riusciamo a invocare il nome del Padre celeste, come ci ha insegnato Gesù, ed esprimere il desiderio di collaborare con lo Spirito Santo, in quel momento ci troveremo inseriti nel modello costituito da «alito di vita» + «albero della vita» + «conoscenza umana» + «corpo creato a “nostra immagine”». Tuttavia, il pericolo di assorbire le «informazioni umane», di esserne riempiti e sopraffatti, è sempre in agguato. Per prevenirlo, dobbiamo «distinguere» noi stessi, che desideriamo collaborare con lo Spirito Santo, da quelle «informazioni umane». E per farlo, è necessario un addestramento specifico. Non dobbiamo perdere il desiderio di collaborare con lo Spirito Santo che possedevamo. Il credente, collaborando con lo Spirito Santo, sperimenta in prima persona le parole di Gesù, viene guidato alla visione beatifica e manifesta l’immagine di Gesù Cristo. 

Il Vangelo di Giovanni e l’Apocalisse insegnano questo concetto utilizzando la metafora del «fiume». Nel Vangelo di Giovanni si tratta della seguente scena: «Nell'ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù, ritto in piedi, gridò: "Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: Dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva". Questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non vi era ancora lo Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato» (Gv 7,37-39). Proprio come disse Gesù, dopo la discesa dello Spirito Santo, lo Spirito Santo si è unito a ciascuno dei credenti e opera in collaborazione con loro (cfr. At 2,3-4), rimanendo sempre pronto a richiamare alla memoria dei credenti le parole di Gesù e a realizzarle. Egli attende il momento in cui la nostra spontaneità si rivolga a Lui. 

D’altra parte, l’Apocalisse parla del «fiume»: «E mi mostrò poi un fiume d'acqua viva, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell'Agnello. In mezzo alla piazza della città, e da una parte e dall'altra del fiume, si trova un albero di vita che dà frutti dodici volte all'anno, portando frutto ogni mese; le foglie dell'albero servono a guarire le nazioni» (Ap 22,1-2). Queste sono le parole dell’ultimo capitolo dell’Apocalisse. Chi si è esercitato quotidianamente a leggere l’Apocalisse e ad ascoltarne la voce fino a questo punto, comprende che l’Apocalisse, che Dio ha dato a Cristo per rivelarla ai suoi servi, è proprio quel «fiume d'acqua viva, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell'Agnello». Le parole profetiche che sgorgano dalla voce di chi legge entrano nella memoria di chi le ascolta, diventano conoscenza implicita e rendono la persona custode di ciò che vi è scritto. In questo modo, ci si prepara al momento in cui lo Spirito Santo farà emergere quelle parole profetiche da quella persona. Quando ciò accadrà realmente, quella persona sperimenterà la visione beatifica e otterrà molti frutti e guarigioni. L’allenamento all’Apocalisse lo garantisce (cfr. Ap 1,3; 22,7). 

In questo modo lo Spirito Santo ha aggiunto l’Apocalisse di Giovanni al Nuovo Testamento affinché coloro che credono in Gesù possano ricevere lo Spirito Santo e ottenere la beatitudine di collaborare con Lui. Si tratta di un libro profetico dedicato specificatamente alla formazione che ci permette, come credenti, di «distinguere» tra il nostro desiderio di collaborare con lo Spirito Santo e le «informazioni umane». Le seguenti parole all’inizio dell’Apocalisse di Giovanni lo dimostrano chiaramente. 

«Rivelazione di Gesù Cristo, al quale Dio la consegnò per mostrare ai suoi servi le cose che dovranno accadere tra breve. Ed egli la manifestò, inviandola per mezzo del suo angelo al suo servo Giovanni, il quale attesta la parola di Dio e la testimonianza di Gesù Cristo, riferendo ciò che ha visto. Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e custodiscono le cose che vi sono scritte: il tempo infatti è vicino» (Ap 1,1-3). 

Maria K. M.


 2026/09/28


267. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: l’alleanza

Giuda Iscariota era «un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro» (Gv 12,6). Il Vangelo secondo Matteo, riguardo alla fine di Giuda, riporta: «Allora Giuda - colui che lo tradì -, vedendo che Gesù era stato condannato, preso dal rimorso, riportò le trenta monete d'argento ai capi dei sacerdoti e agli anziani, dicendo: "Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente". Ma quelli dissero: "A noi che importa? Pensaci tu!". Egli allora, gettate le monete d'argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi» (Mt 27,3-5). Matteo, che era stato un esattore delle tasse e conosceva per esperienza diretta il potere del denaro, poteva comprendere bene la situazione in cui Giuda era venuto a trovarsi. Tuttavia, non fa alcun riferimento al motivo per cui Giuda alla fine, si rivolse ai capi dei sacerdoti e agli anziani. 

Questo aspetto è simile al motivo, esaminato nella precedente riflessione, cercando di comprendere perché noi fedeli compiamo gesti e pronunciamo parole che possono sembrare strani durante il rito della comunione nella liturgia eucaristica. Recitare le parole di umiltà del centurione davanti al Santissimo Sacramento è espressione dell’aspirazione più alta della Chiesa: quello di acquisire la virtù dell’umiltà e diventare persone degne di Cristo. Questo perché la Chiesa vede Cristo come lo Sposo e concepisce se stessa come la Sposa, chiamata a crescere  per diventare degna di tale Sposo. Questa visione deriva dal fatto che il popolo dell’Antico Testamento paragonava il rapporto di alleanza tra Dio e il suo popolo al vincolo  coniugale, il patto umano più intimo e solido. La Chiesa ha ereditato questa espressione e l`ha sviluppata nel corso della sua storia. Tuttavia, tutti i Vangeli riportano scene in cui Gesù si rivolge alle persone dicendo: «Il Padre vostro che è nei cieli». Inoltre, poiché lo stesso Gesù afferma: «Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10,30), il rapporto di alleanza tra Cristo e la Chiesa è quello stesso che unisce il  Padre e il Figlio.

Se il popolo dell’Antico Testamento paragonava il rapporto di alleanza tra Dio e il popolo a quello tra marito e moglie, e se questo era, all’epoca di Gesù, un’immagine religiosa ben nota e radicata nell’Antico Testamento per il popolo, è naturale che gli ebrei nutrissero risentimento nei confronti di Gesù, che cercava di introdurre in quel contesto un rapporto di alleanza tra Padre e Figlio. Si comprende così come persino Giuda, che era rimasto al fianco di Gesù per motivi economici, alla fine abbia provato la stessa sfiducia degli altri ebrei, affidandosi ai capi dei sacerdoti e agli anziani e schierandosi dalla loro parte, finendo per tradire Gesù. 

Se si considera l’alleanza di Noè descritta nel capitolo 6 della Genesi, si nota che all’epoca la cultura greca si stava diffondendo in vaste regioni e cominciava a fondersi con le culture locali. Si erano diffuse le divinità della mitologia greca, caratterizzate da relazioni familiari di tipo umano (cfr. Gn 6,1-8). Si dice che la tradizione del Diluvio Universale sia presente in varie parti del mondo. In questo contesto, si ritiene che l’immagine dell’arca serva a comunicare che Dio è l’Unico e a preservare la fede in Lui. Noè, protetto da Dio che gli disse: «Ma con te io stabilisco la mia alleanza» (6,18), fu chiamato alla fede nell’unico Dio. Egli «edificò un altare al Signore; prese ogni sorta di animali puri e di uccelli puri e offrì olocausti sull'altare» (8,20). Allora Dio stipulò la prima alleanza con l’uomo (cfr. 9,1-17). In essa sono chiaramente indicati il contenuto dell’alleanza e il segno. L’antica alleanza, fin dal suo inizio, presentava così il proprio contenuto chiaramente indicato e testimoniato da un segno. 

Tuttavia, Gesù usò la parola «alleanza» solo una volta, durante la sua ultima cena, quando disse: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell'alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati» (Mt 26,27-28). In quel contesto disse: «Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio» (Gv 10,17-18), c’era un’alleanza tra il Padre e il Figlio che per noi è difficile da comprendere. 

Senza riuscire a cogliere chiaramente il quadro completo della nuova alleanza che ci è stata donata da Gesù, noi della Chiesa non solo abbiamo ereditato dall’Antico Testamento l’espressione che paragona il rapporto di alleanza tra Dio e il suo popolo a quello tra marito e moglie, ma, per formare i fedeli, all’inizio della liturgia della parola della Messa leggiamo prima l’Antico Testamento e cantiamo i Salmi. Anche nella Liturgia delle Ore si è sempre fatto ricorso ai Salmi. Inoltre, nell’esporre la via della virtù, ci si è ispirati in larga misura al «Cantico dei Cantici, di Salomone» (Ct 1,1). Salomone, che all’inizio era gradito al cuore di Dio, amò molte donne e, finendo per esserne schiavo, si ribellò a Dio e smise di obbedirgli, il che condusse lui e il suo popolo alla tragedia della rovina (cfr. 1 Re 11,1-13). 

L’insegnamento del Cantico dei Cantici nell’Antico Testamento, affinché chi lo legge non segua le orme di Salomone e non diventi un figlio della rovina, descrive da diverse angolazioni quali stimoli le sue lusinghe suscitano nei sensi umani, anche senza che si faccia esperienza diretta dell’amore sessuale. Il risultato finale è che, avendo acquisito il potere del denaro, si finisce per affidarsi agli uomini come fece Giuda e per tradire Dio (cfr. Ct 8,11-14). 

Maria K. M.



 2026/09/21


266. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: distinzione e discernimento I

 Molti di noi fedeli, non ci rendiamo conto degli strani comportamenti che assumiamo durante il rito della comunione nella liturgia della Messa, e per questo continuiamo ancora oggi a ripeterli in tutto il mondo. Nonostante abbiamo pregato «Dacci oggi il nostro pane quotidiano», di fronte al Santissimo Sacramento elevato dal sacerdote dichiariamo: «O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa, ma di’ soltanto una parola e io sarò salvato», e nonostante ciò, subito dopo ci avviciniamo per ricevere il Santissimo Sacramento. La ragione per cui noi fedeli non ci rendiamo conto della stranezza del proprio comportamento risiede in un malinteso e in un’illusione: crediamo che, imitando l’umiltà umana del centurione – che rifiutò persino le parole di Gesù «Verrò e lo guarirò» (Mt 8,7) – giungiamo alla fede che Gesù lodò. Tuttavia, la fede del centurione lodata da Gesù consisteva nel fatto che egli, partendo dalla sua semplice esperienza di soldato, aveva creduto nell’autorità di Gesù (cfr. 8,9). 

Questa illusione piena di fraintendimenti offusca la realtà secondo cui le parole di Gesù: «Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione» (Lc 22,15), erano rivolte all’istituzione dell’Eucaristia. In esse si nasconde un desiderio elevato: quello di diventare degni di Cristo acquisendo le virtù. Alla base di questo desiderio c'è l'immagine della sposa che sta fianco a fianco con lo Sposo alla mensa dell'Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo. Tuttavia, Gesù disse: «È sufficiente per il discepolo diventare come il suo maestro e per il servo come il suo signore. Se hanno chiamato Beelzebùl il padrone di casa, quanto più quelli della sua famiglia» (Mt 10,25). La via che Gesù indica ai discepoli consiste nell’acquisire la verità, non la virtù. È la verità che li conduce all’Eucaristia. 

Il motivo per cui Giuda rimase al fianco di Gesù mentre molti discepoli se ne andavano era che era lui a custodire la cassa (cfr. Gv 12,6). Ben presto arrivò persino a esprimere la propria opinione davanti a Gesù (cfr. 12,5). Si era illuso di poter stare alla pari con Gesù. L’illusione fa cadere l’uomo in uno stato in cui lo Spirito Santo non può operare (lo stato del diavolo). Nella scena della moltiplicazione dei pani in Giovanni 6, Gesù, vedendo la grande folla che si avvicinava a lui, disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?» (6,5). È scritto che ciò avvenne per mettere alla prova Filippo, ma io penso che fosse piuttosto per Giuda. Infatti, a quella domanda, Giuda, che custodiva la cassa, deve aver reagito con maggiore sensibilità di chiunque altro. Eppure Giuda non lo manifestò apertamente. Per questo, alla fine del capitolo 6, Gesù non poté fare a meno di dire: «Non sono forse io che ho scelto voi, i Dodici? Eppure uno di voi è un diavolo!» (6,70). 

Tornando alla scena della moltiplicazione dei pani, alla domanda di Gesù Filippo rispose: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo» (Gv 6,7). Dall`altra parte, Andrea disse: «C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma che cos'è questo per tanta gente?» (6,9). Lo sguardo di Andrea andava oltre le parole di Gesù «Dove potremo comprare il pane», e si rivolgeva alla realtà di Gesù che si apriva al di là di esse. Così, le sue parole si legarono al segno che Gesù stava per compiere. 

Andrea era originariamente un discepolo di Giovanni Battista ed era uno dei due che il maestro aveva esortato a seguire Gesù. Vedendo che questi due discepoli , ai quali il loro maestro aveva dato l’ opportunità di seguirlo, lo seguivano, Gesù disse loro: «Che cosa cercate?» (Gv 1,38). Poiché era ormai sera, gli chiesero: «Rabbì - che, tradotto, significa Maestro -, dove dimori?» (ibid.). Gesù rispose: «Venite e vedrete» (1,39). Quella notte rimasero con Gesù. Fu grazie all’opera dello Spirito Santo che essi, desiderosi di seguire Gesù in piena sintonia con lui, riuscirono a “discernere” all’istante e rispondergli, cogliendo così il senso di ciò che stava accadendo. 

Il giorno seguente Gesù incontrò Filippo e gli disse: «Seguimi!» (Gv 1,43). In seguito, quando Filippo incontrò Natanaele, gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nàzaret» (1,45). Ma Natanaele ribatté: «Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?» (1,46). A queste parole, Filippo rispose: «Vieni e vedi» (ibid.). Con semplicità e senza pregiudizi , egli stava «distinguendo» le informazioni fornite da Natanaele dalla propria esperienza personale dell’incontro con Gesù. E le parole che uscirono dalla sua bocca erano le stesse che Gesù aveva rivolto ai due discepoli di Giovanni Battista. Filippo, in quel momento, agì in collaborazione con lo Spirito Santo.  

Come abbiamo esaminato nel blog n. 264, la Genesi chiama «Dio» Colui che ha creato il cielo e la terra e tutte le cose (cfr. Gn 1,1–2,3), mentre chiama «il Signore Dio» colui che ha plasmato il regno dello spirito nell’uomo e gli ha donato lo spirito affinché lo Spirito Santo potesse collaborare con lui (cfr. 2,4–25). Nel capitolo 2 della Genesi è scritto: «Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all'uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l'uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome» (2,19). Gesù, che è uno con Dio Padre, pur essendo uomo, manifestò l’opera della Trinità grazie alla discesa dello Spirito Santo. Sebbene Gesù non avesse ancora ricevuto la gloria (cfr. Gv 7,39), divenne «il Signore Dio» e poté far vivere ai discepoli l’esperienza di compiere le opere in collaborazione con lo Spirito Santo. 

La preparazione indispensabile affinché anche noi credenti possiamo ricevere tale esperienza consiste nell’acquisire l’abitudine di «distinguere», seguendo il modo di agire di Gesù, l’abitudine a «discernere» le «informazioni umane» da noi stessi, che desideriamo collaborare con lo Spirito Santo. Consiste inoltre nel coltivare l’abitudine, prima di agire, di «discernere» insieme, nel nome di Gesù, con due o tre persone che desiderano acquisire questa stessa disposizione (cfr. Mt 18,19-20). Se queste abitudini ci precedono nel nostro cammino, potremo acquisire la verità e giungere alla vita. 

Maria K. M.


 2026/09/14


265. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: dal demone a Satana

Proseguiamo la riflessione della volta scorsa. Nel capitolo 6 del Vangelo di Giovanni, dopo che molti dei discepoli che ascoltavano le parole di Gesù se ne erano andati, Gesù chiese ai dodici discepoli rimasti: «Volete andarvene anche voi?» (Gv 6,67). Simone Pietro rispose: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (6,68-69). La risposta di Gesù a queste parole è sconvolgente, poiché uno dei «noi» citati da Pietro viene paragonato al diavolo. La causa di ciò risiedeva nello stato di Giuda, figlio di Simone Iscariota, che aveva constatato la realtà secondo cui «molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui» (6,66). 

Lo stato di Giuda in quel momento era lo stesso descritto nel capitolo 3 della Genesi, quando la «donna», mentre rifletteva su ciò che Dio aveva comandato, giunse alla conclusione: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male» (Gn 3,4-5). In quel momento, la «donna», che aveva fatto proprie le «informazioni umane» trasformandole in conoscenza personale, può essere paragonata al diavolo. E così, cogliendo l’occasione offerta dalle parole che seguono – «Allora la donna vide che l'albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza» (3,6) – prese il frutto che Dio aveva proibito di mangiare, ne mangiò e ne diede anche al marito che era con lei. La «donna» nel momento in cui compì questo atto può essere paragonata a uno stato in cui «Satana era entrato in lei». Il diavolo diventa Satana nel momento in cui coglie l’occasione per compiere l’atto vero e proprio. Giuda, approfittando del fatto che «molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui», avrebbe potuto decidere di allontanarsi da Lui. 

Tuttavia, rimase al fianco di Gesù. In seguito fu spiegato che ciò avvenne perché era un ladro, aveva la custodia del forziere e ne sottraeva il contenuto (cfr. Gv 12,6). Il fatto che egli sia rimasto al fianco di Gesù pur rimanendo nella condizione di «diavolo», gli procurò un grande conflitto interiore. Questo perché stavano per avverarsi le parole che Dio aveva rivolto alla «donna» nella Genesi: «Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno» (Gn 3,15). Questa parola di Dio si era già manifestata con effetto su Caino, discendente della «donna». Grazie all’«inimicizia posta da Dio», nonostante avesse commesso il peccato di omicidio, egli si era rivolto a Dio con timore per ciò che aveva fatto ed era stato salvato. Ora, colui che  Giuda aveva davanti a sé era proprio Gesù , nel quale si era fatto uomo, l’«inimicizia posta da Dio» (cfr. Lc 2,34-35). 

L’uomo, per manifestare l’immagine e somiglianza di Dio in collaborazione con lo Spirito Santo, ha ricevuto una «conoscenza umana» adeguata alla sua natura, che gli permette di mantenere l’equilibrio tra la sfera spirituale – creata a immagine di Dio – e la sfera carnale – creata a forma di Dio e dotata di ricchezza, potere e autorità che non si trovano in nessun’altra creatura (cfr. blog n. 252). Anche quando Dio si è incarnato e si è manifestato davanti agli uomini come Gesù, l’«inimicizia posta da Dio» rimaneva all’interno di quella persona, accanto alla «conoscenza umana», proprio nel momento in cui le «informazioni umane» entravano in relazione con la sua «conoscenza umana». Pertanto, il conflitto che si verifica quando si assimilano come propria conoscenza le «informazioni umane» custodite nella propria memoria, senza distinguerle da sé stessi – che dovrebbero collaborare con lo Spirito Santo –, è, a causa dell’evoluzione, di una portata incomparabilmente maggiore rispetto a quello della «donna» della Genesi o di Caino. 

«Il Figlio dell'uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell'uomo dal quale il Figlio dell'uomo viene tradito! Meglio per quell'uomo se non fosse mai nato!» (Mt 26,24): nelle parole pronunciate da Gesù durante l’Ultima Cena traspare l’amarezza di Dio fatto uomo. Si potrebbe dire che la domanda di Gesù alla fine del capitolo 6 di Giovanni, «Volete andarvene anche voi?», fosse rivolta in particolare a Giuda. Questo perché Gesù, venuto nel mondo come l’«inimicizia posta da Dio» stessa, era proprio «l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29), come aveva detto Giovanni Battista. È stato Gesù a dire: «Io sono il pane della vita» (6,35). L’Eucaristia, che nella liturgia della Messa si manifesta come Corpo di Cristo, rivolge la domanda «Volete andarvene anche voi?» anche al Giuda che si nasconde dentro di noi credenti. 

Attualmente, quando il sacerdote prende il Santissimo Sacramento e recita le parole: «Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo. Beati gli invitati alla cena dell’Agnello», i fedeli di tutto il mondo, sia il sacerdote che l’assemblea, rispondono all’unisono: «O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa, ma di’ soltanto una parola e io sarò salvato». Tuttavia, c’è un contrasto tra questa risposta e il fatto che, subito dopo, si riceva il Santissimo Sacramento. Inoltre, all’inizio della funzione eucaristica, tutti i fedeli recitano insieme il Padre Nostro, pregando: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano». Cosa significa, in realtà, questo strano spettacolo a cui assistiamo noi fedeli cattolici? 

Se ricordiamo che in seguito viene spiegato che Giuda rimase con Gesù perché era un ladro, aveva la custodia del forziere e ne sottraeva il contenuto, siamo costretti a chiederci nuovamente quale sia il motivo per cui noi rimaniamo in una realtà simile. 

Maria K. M.


 2026/09/07

264. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: Giuda Iscariota – L’inizio

Alla fine del capitolo 6 del Vangelo di Giovanni è scritto quanto segue: «Gesù riprese: "Non sono forse io che ho scelto voi, i Dodici? Eppure uno di voi è un diavolo!". Parlava di Giuda, figlio di Simone Iscariota: costui infatti stava per tradirlo, ed era uno dei Dodici» (Gv 6,70-71). Queste sono le parole con cui Gesù proseguì dopo la risposta di Simone Pietro alla domanda che gli aveva posto poco prima: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (6,68-69). Queste parole risultano improvvise, persino sconvolgenti. Questo perché si nota un netto contrasto tra le parole di Pietro, che diceva: «noi abbiamo creduto e conosciuto», e quelle di Gesù, che proseguiva dicendo: «uno di voi è un diavolo». 

Il Vangelo di Giovanni, come abbiamo visto finora, fin dall’inizio del capitolo 1 mette in relazione la creazione del mondo con la venuta di Gesù, annunciando che il tema centrale è la vita. E fino al capitolo 3, attraverso Giovanni Battista, mostra l’immagine del sacerdote della Nuova Alleanza e il suo ruolo, suggerendo al contempo la discesa dello Spirito Santo, il sacramento dell’iniziazione, l’opera dello Spirito Santo e il sacerdozio della Nuova Alleanza. Nel capitolo 4 viene illustrato concretamente il nuovo culto e, in relazione a ciò, il nuovo rapporto tra Dio e il sacerdote del Nuovo Testamento. Nel capitolo 5, inoltre, Gesù, dopo aver chiarito il vero significato del sabato e il suo compimento, ha rivelato che il Padre è la spontaneità stessa di Dio e che questa è la vita (cfr. Gv 5,19-21). E disse: «Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso anche al Figlio di avere la vita in se stesso» (5,26). Queste parole di Gesù possono spiegare le seguenti parole all’inizio del capitolo 1, che annunciano la sua venuta: 

« In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno vinta» (Gv 1,1-5). Le parole iniziali di questo primo capitolo indicano che in Dio esistono tre aspetti: Dio, il Verbo e la Vita. D'altra parte, se le mettiamo in relazione con le parole di Gesù sopra citate, Dio è il Padre, il Verbo è il Figlio, e la «vita» di cui si dice che «In lui era la vita» è quella vita che «Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso anche al Figlio di avere la vita in se stesso». Dal fatto che «la vita era la luce degli uomini» si capisce che questa vita è lo Spirito di verità. In questo modo, lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio. 

Ciò è in relazione al fatto che la Genesi distingue tra «Dio» e «il Signore Dio» a seconda del contesto. Nel capitolo 1 della Genesi, Colui che ha creato il cielo e la terra, tutte le cose del creato e l’uomo «a nostra immagine» viene chiamato «Dio» (cfr. Gn 1,1–2,3). Ciò è finalizzato a portare a compimento la creazione in modo tale che, dal Padre al Figlio, si giunga allo Spirito Santo (la Vita), e a mantenere lo stato così realizzato mediante lo Spirito Santo (la Vita). D’altra parte, nel capitolo 2, Colui che ha plasmato nell’uomo la sfera spirituale affinché lo Spirito Santo potesse collaborare con lui, e che ha creato l’uomo «a nostra somiglianza», viene chiamato «il Signore Dio» (cfr. 2,4-25). In questo modo è stato creato anche all’interno dell’uomo un regno spirituale che rappresenta l’immagine e la somiglianza di Dio, rendendo possibile che lo Spirito Santo e l’uomo operino all’unisono. In quel momento il Padre e il Figlio si uniscono e, mediante l’opera dello Spirito Santo, accolgono l’uomo all’interno del Dio trino. Lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio. 

Nel capitolo 3, quando l’uomo è in grado di collaborare con lo Spirito Santo, viene descritto come «il Signore Dio», mentre quando non lo è, viene descritto semplicemente come «Dio». Il fatto che qui il «Signore Dio» si rivolga alla «donna» e al «serpente» indica che in quel momento la «donna» si trovava in uno stato in cui poteva collaborare con lo Spirito Santo. Il «serpente» rappresenta le «informazioni umana» presenti nella memoria della «donna». La «donna» era in grado di collaborare con lo Spirito Santo perché riconosceva l’esistenza delle «informazioni umana» (il serpente) che aveva interiorizzato e le distingueva da sé stessa (cfr. Gn 3,13). Inoltre, nel capitolo 4, quando l’uomo viene espulso dal Giardino dell’Eden e il ricordo del suo rapporto con Dio si affievolisce, entra in scena il «Signore» e viene descritto come i sentimenti dell’uomo verso «Dio» diventino sempre più vaghi. Questo perché l’uomo, a cui era stata preclusa la via verso l’«albero della vita», non collaborava più con lo Spirito Santo. Da quel momento in poi, Dio smise di rivolgersi all’uomo secondo il modo del «Signore Dio» utilizzato fino al capitolo 3. 

Le seguenti parole pronunciate da Gesù durante l’Ultima Cena indicano che, col tempo, Dio avrebbe ricominciato a relazionarsi con l’uomo secondo la modalità del «Signore Dio». Con la venuta di Gesù Cristo, l’uomo ha acquisito la possibilità di collaborare con lo Spirito Santo. «In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch'egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò» (Gv 14,12-14). Qui si manifesta l’immagine del Figlio, che possiede la stessa vita del Padre. Gesù istituì l’Eucaristia e, dopo essere asceso al Padre, fece in modo che il «Signore Dio» fosse sempre con noi e che noi, cooperando con lo Spirito Santo, fossimo sempre accolti nella Trinità. 

Gesù pronunciò queste parole nella scena in cui Filippo disse: «Signore, mostraci il Padre e ci basta» (Gv 14,8). Questo Filippo era stato messo alla prova da Gesù nella scena iniziale del capitolo 6 (cfr. 6,6). Ed è proprio quella scena che segna l’inizio della storia di Giuda Iscariota. Le parole di Filippo, rivolto a Gesù: «Mostraci il Padre», conducono alla risposta al contrasto che si crea tra le parole di Pietro: «noi abbiamo creduto e conosciuto», e quelle di Gesù che proseguono: «uno di voi è un diavolo». 

Maria K. M.


 2026/08/31


263. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: «Io sono il pane della vita»

Nel capitolo 5 del Vangelo di Giovanni, Gesù dice: «Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi accogliete; se un altro venisse nel proprio nome, lo accogliereste. E come potete credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene dall'unico Dio?» (Gv 5,43-44). Queste parole di Gesù sono rivolte proprio a noi credenti di oggi. Che cos’è dunque quella «gloria che viene dall’unico Dio» che noi credenti siamo esortati a cercare in Gesù? Gesù, fino ad arrivare al capitolo 6 del Vangelo di Giovanni, trascorse circa un anno con i discepoli, formandoli (cfr. Gv 2,13; 6,4). Nel capitolo 6 i discepoli vivono l’esperienza più importante relativa al sacerdozio della Nuova Alleanza. Anche a noi credenti, che abbiamo esaminato insieme i capitoli da 1 a 5, viene chiesto di comprendere ciò che essi hanno vissuto. Ci sono tre punti chiave. 

Il primo punto è la parola di Gesù: «Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo» (Gv 6,27). A testimoniare queste parole di Gesù – «su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo» – è stato Giovanni Battista (cfr. 1,32-34). Ciò significa che lo Spirito Santo è disceso su Gesù, che è al tempo stesso Dio e uomo, e costituisce una testimonianza della Pentecoste. Pertanto, la «gloria che viene dall’unico Dio», che qui ci viene esortato a cercare come credenti, consiste nel vivere la quotidianità in collaborazione con lo Spirito Santo, proprio come ha fatto Gesù. 

Il secondo punto è la testimonianza di Gesù: «Perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell'ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno» (Gv 6,38-40). Qui si parla dell’opera del Santissimo Sacramento che salva sia i vivi che i morti. La «gloria che viene dall’unico Dio», che qui ci viene esortato a ricercare come credenti, consiste nel ricevere il Santissimo Sacramento affinché esso possa operare. 

Il terzo punto è la testimonianza di Gesù, che disse: «Io sono il pane della vita» (Gv 6,48) e e testimoniò: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita» (6,53). Il fatto che l’evangelista Giovanni abbia aggiunto la nota: «Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafàrnao» (6,59), serviva a chiarire che Gesù aveva pronunciato pubblicamente queste parole nella sinagoga. La «gloria che viene dall’unico Dio» che qui ci viene esortato a ricercare come credenti, consiste nel proclamare pubblicamente, anche noi credenti durante la messa, che il Santissimo Sacramento è Gesù Cristo proprio, seguendo l’esempio di Gesù che dichiarò pubblicamente nella sinagoga che il pane e il vino erano la propria carne e il proprio sangue. Questo ci viene indicato nel Vangelo in tre modi. 

Il primo è quando, dopo che molti dei discepoli che ascoltavano le parole di Gesù se ne erano andati, Gesù chiese ai dodici discepoli rimasti: «Volete andarvene anche voi?» (Gv 6,67). Simone Pietro rispose così: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (6,68-69). Queste parole, che Gesù non aveva insegnato, uscirono dalla bocca di Pietro perché egli agiva in collaborazione con lo Spirito Santo. Simone Pietro rispose per opera dello Spirito Santo. 

Il secondo caso si trova sempre nel Vangelo di Giovanni, quando Gesù, guidando Marta, le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?» (Gv 11,25-26). Marta rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo» (11,27). Marta rispose per mezzo di Gesù.

 Il terzo episodio si trova nel Vangelo secondo Matteo, quando Gesù chiese ai suoi discepoli: «Ma voi, chi dite che io sia?» (Mt 16,15). Simone Pietro rispose: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (16,16). Gesù disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli» (16,17). Simone Pietro rispose per volontà del Padre. 

In questi tre dialoghi sono coinvolti rispettivamente il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Ciò che qui merita attenzione è che la risposta di Marta, guidata da Gesù, e quella di Simone Pietro, rivelata dal Padre, sono identiche. Non si tratta di una coincidenza, ma corrisponde esattamente a quanto disse Gesù: «Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10,30). Pertanto noi credenti dobbiamo dichiarare pubblicamente, con le parole: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» e «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» dobbiamo dichiarare pubblicamente che il Santissimo Sacramento è Gesù Cristo. Tuttavia, ciò non è ancora diventato realtà. Ho la sensazione che Gesù stia dicendo alla nostra Chiesa: «Io ho schiacciato la testa del serpente. Voi dovete rigenerare il calcagno ferito, poiché è quello che io ho lavato». 

Maria K. M.

È stato pubblicato un nuovo articolo sul blog Il Vento di Patmos. Si tratta della traduzione di un articolo che ho inviato e che è stato pubblicato sulla rivista online giapponese Catholic Ai.



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