2026/10/12
269. Il Vangelo di Giovanni e il sacerdozio della Nuova Alleanza: la visione beatifica dell'apostolo Paolo
Nella precedente puntata, «Distinguere e discernere II», abbiamo esaminato come il Vangelo di Giovanni e l’Apocalisse, utilizzando la metafora del «fiume», ci mostrino che noi credenti, «distinguendo» la parte di noi che desidera collaborare con lo Spirito Santo dalle «informazioni umane», abbiamo l’opportunità di collaborare con lo Spirito Santo e di partecipare alla beatitudine dell’intuizione e alla gioia di ottenere molti frutti e guarigioni. In tale contesto, l’uomo non viene spinto dal desiderio di trascendenza di sé e non cade in quella sensazione di esaltazione che lo porta a sentirsi come Dio o a sperimentare l’unione con Cristo. Tanto meno vi trova l’estasi. La beatitudine della visione beatifica consiste nel contemplare il Vangelo. Essa viene intuita quando lo Spirito Santo fa riaffiorare il Vangelo dalla nostra memoria e la nostra voce lo proclama, poiché la nostra voce testimonia ciò che i nostri sensi hanno percepito.
È quando cogliamo l’occasione di collaborare con lo Spirito Santo che facciamo nostre le parole di Gesù: «In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi» (Gv 14,20). Ciò diventa più facile praticando quotidianamente l’esercizio dell’Apocalisse, che ci aiuta a «distinguere» tra noi stessi, desiderosi di collaborare con lo Spirito Santo, e le «informazioni umane». Collaborare con lo Spirito Santo significa che il credente sperimenta ciò che Gesù stesso ha detto: «Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere» (14,10); pertanto, l’allenamento è assolutamente necessario. In questo modo, possiamo cogliere il nostro io che collabora con lo Spirito Santo e condividere le parole di Gesù: «Io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi».
Paolo, nella sua lettera alla Chiesa di Corinto, scrive quanto segue riguardo alle visioni sul Signore e alle rivelazioni: «So che un uomo, in Cristo, quattordici anni fa - se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio - fu rapito fino al terzo cielo» (2 Cor 12,2). Il riferimento a «quattordici anni fa» potrebbe indicare il periodo della sua conversione. Dal fatto che ripeta lo stesso contenuto (cfr. 12,3), si deduce che Paolo, quando colse l’occasione di collaborare con lo Spirito Santo mandato nel nome di Gesù, ne ricevette un’impressione intensissima. E si legge: «fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare» (12,4). Le «parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare» erano il Vangelo che sarebbe stato riportato nel Nuovo Testamento. Poiché si trattava di un contenuto che anticipava il futuro, egli, pur comprendendolo, non riuscì a esprimerlo a parole.
Paolo colse l’occasione di collaborare con lo Spirito Santo e ebbe una visione beatifica. Tuttavia, il punto cruciale qui è che si legge sia «fu rapito fino al terzo cielo», sia «fu rapito in paradiso». In quel momento, o forse in seguito, egli si rese conto che quell’esperienza era stata accompagnata da una sorta di estasi. Egli lo confessa apertamente, senza nasconderlo, poiché aveva elaborato una strategia per affrontare la difficile situazione in cui trovava all’epoca la comunità di Corinto. Paolo stava mettendo in gioco tutto se stesso per superare quella situazione. Egli proseguì dicendo: «Di lui io mi vanterò! Di me stesso invece non mi vanterò, fuorché delle mie debolezze. Certo, se volessi vantarmi, non sarei insensato: direi solo la verità. Ma evito di farlo, perché nessuno mi giudichi più di quello che vede o sente da me e per la straordinaria grandezza delle rivelazioni» (2 Cor 12,5-7).
E aggiunse: «Per questo, affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia. A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l'allontanasse da me» (2 Cor 12,7-8). Egli paragona a una «spina» la sensazione di estasi che lo assale ogni volta che riceve una rivelazione, accogliendola con serenità. E ci trasmette le parole del Signore: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (12,9), e ci incoraggia dicendo: «Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte» (12,9-10).
Paolo intravedeva qualcosa al di là della visione beatifica. Si trattava dell’immagine dei futuri credenti che, nella liturgia eucaristica giunta alla sua pienezza, avrebbero partecipato all’esperienza della piena unione con Cristo e sarebbero stati guidati da una speciale «discernimento» dello Spirito Santo. Dal fatto che Paolo abbia testimoniato quanto segue, si comprende che egli sapeva che, con la formazione del Nuovo Testamento, le parole di Gesù apparse nei Vangeli si sarebbero attualizzate liberamente in ogni tempo.
«Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: "Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me". Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: "Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me". Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga» (1 Cor 11,23-26).
Maria
K. M.

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